Eazy-E – Eazy-Duz-It

Voto: 4

Proporre una retrospettiva riguardante Eazy-E non è affatto semplice: molti sono gli elementi necessari per cercare l’equilibrio perfetto, utilizzando una corretta onestà intellettuale. Personaggio a dir poco controverso, scomparso a soli trent’anni dopo aver contratto l’AIDS, è stato un noto spacciatore, poi impresario discografico a cui va riconosciuta la fondazione della Ruthless Records, militante nel gruppo che ha profondamente scosso le fondamenta del puritanesimo benpensante statunitense, gli N.W.A., nonché protagonista della faida che conseguì nella nascita della stellata carriera solista di Ice Cube, a seguito dei noti litigi sulla corretta distribuzione dei diritti d’autore, causa della spesso criticata amicizia col manager Jerry Heller. Lo scenario che ospitò tutte queste vicende lo si conosce molto bene: Compton, California, nella seconda metà degli anni ottanta era il luogo dove fermentava la risposta west al Rap di New York; un quartiere ad alta densità di pericolosità, dove la parola sopravvivenza era l’unica a contare in un ambiente ricco di criminalità e sparatorie, cancellando in parte il naturale abbinamento tra la California, le sue palme, i suoi scorci benestanti e la lussuosa vita da spiaggia.

Tra questi decadenti agglomerati di cemento abbandonati alla loro sorte si muoveva un gruppo di ragazzi che desiderava raccontare la verità, quella nascosta con abilità dal sistema americano in un’epoca nella quale i mezzi informativi non erano certo quelli odierni, denunciando i quotidiani soprusi e parlando semplicemente di ciò che vedevano nel loro quartiere, coloriti nell’esprimersi e lontani dall’essere dei cittadini modello, sempre pronti a confrontarsi duramente con chiunque avesse qualcosa da fargli notare. Il passaggio dallo spaccio alla musica era molto legato nei meccanismi, serviva scaltrezza nel farsi strada da soli, ma se non altro non si rischiava la pelle: nasceva così un’etichetta capace di vendere come una major, infischiandosene dei numerosi tentativi di censura, e gli N.W.A. diventavano un fenomeno planetario che, per quanto breve, era destinato a lasciare un’impronta indelebile, capace di riscrivere per sempre le regole del gioco.

Eazy-Duz-It” nasceva in scia a “Straight Outta Compton“, rispetto al quale usciva solo un mese e mezzo dopo sfruttando una strategia che andava a massimizzare l’enorme onda provocata da quell’esordio incendiario. Dopo aver soddisfatto le esigenze collettive, arrivava dunque il marchio del boss, replicando in toto i contenuti misogini e violenti, proposti tuttavia in una chiave più surreale, con forti tinte della tipica comicità black degli anni settanta. Per analizzare correttamente l’album, è necessario uscire per un momento dalle leggi non scritte del Rap e distinguere il ruolo di esecutore con cui Eazy va effettivamente inquadrato, dal momento che i testi, come storia e diretti interessati hanno più volte riconosciuto, erano frutto dell’ingegno di Ice Cube, MC Ren e The D.O.C., creando una sorta di sceneggiatura hollywoodiana dove il protagonista era semplicemente incaricato di portare il suo carisma all’interno dell’operazione. Senza tralasciare la capitale importanza che le capacità di scrittura rivestono nella valutazione di un rapper, va comunque detto che “Eazy-Duz-It” non sarebbe mai potuto essere lo stesso senza le qualità distintive del suo performer primario: una vocetta nasale dal tono talmente alto da farlo sembrare un cartone animato, una riconoscibilità immediata, un senso di ilarità spinto ai limiti del grottesco, nonché la consueta sensazione di disprezzo per il prossimo unita a una volgarità che oggi non sarebbe neppure immaginabile.

Poi, si sa, avere la fortuna di poter contare su un produttore come Dr. Dre, responsabile dell’assemblaggio dei beat unitamente a Dj Yella, ha conseguenze devastanti, in grado di alzare il livello di un disco che, nonostante viva di confronti col leggendario primo lavoro di gruppo, è stato comunque capace di piantare una sua personale e solida bandiera nel territorio dove risiedono i dischi che hanno saputo cambiare la Cultura. Eazy rima in maniera semplice e diretta, rispettando le misure con una delivery che rende talvolta riconoscibile il reale autore del testo, mettendoci il massimo dell’impegno possibile e conscio di non possedere le illuminazioni creative degli altri, ma di rappresentare una figura che in qualche modo doveva essere parte attiva e visibile del collettivo, non solo la mente dirigenziale a capo di tutto. Per tracce come “Boyz-In-The Hood”, infatti, si dovrebbe scrivere un capitolo a parte, basti sapere che si tratta di uno dei brani di Gangsta Rap più importanti che siano mai stati scritti: farina del sacco di Cube, com’è persino troppo intuibile nel perfetto incastro consequenziale delle vicende narrate, scaturite dall’osservazione della violenta quotidianità e dalla ricchezza di particolari, è un brano di indiscutibile eredità storica che ne ha ispirati centinaia di simili, forgiato da un ritornello da conoscere a memoria (<<‘cause the boys in the hood are always hard/you come talkin’ that trash, we’ll pull your card/knowin’ nothin’ in life but to be legit/don’t quote me, boy, ‘cause I ain’t said shit>>), fornendo un impatto che va oltre il tangibile sin dall’attacco, grazie alle bastonate mollate dalla chitarra e al lavoro di sintetizzatore magistralmente orchestrato dal Dottore, creando una traccia d’identità fortissima, ancora fresca nonostante l’età oramai importante.

Altrettanto si può sostenere per “We Want Eazy”, episodio di proporzioni stratosferiche atto a evidenziare lo status di superstar del ghetto che si apprestava a conoscere una fama molto più grande. Modellata su una rivisitazione di “Ahh… The Name’s Bootsy, Baby” di Bootsy Collins – il cui cameo è uno dei punti più elettrizzanti del relativo videoclip – e della sua Rubber Band, la traccia possiede molteplici motivi di fascino, tra cui una struttura basata sull’hype originato dai cori di Ren e Dre, l’andatura trionfale, il beat infettivo, ideale per una dimensione live ulteriormente amplificata da un magistrale remix, originariamente disponibile solo sul maxi singolo stampato all’epoca. L’aver citato le due indiscusse pietre miliari del bagaglio non rende meno affascinanti le tracce meno note. “Still Talkin'”, il cui preludio apre campionando i Parliament e dà il benvenuto – come sempre condito da offese – all’ascoltatore, vede Cube e Dre creare conversazioni da barbershop, Eazy esaltare le qualità di performer sotto le lenzuola nel nome del disdegno assoluto, mentre il beat è costruito sul contrasto tra il normale andamento nelle strofe e l’accelerazione del ritornello, mutuato dalle trombe Funk di Rufus Thomas. Il medesimo offre pure il loop di chitarra che caratterizza l’ottima “Nobody Move”, uno dei pezzi più memorabili pur non presenziando tra i maggiormente ricordati, scurrile storytelling nel quale il buon gusto non ha certo residenza, senza però che ci rimetta il valore aggiunto dell’intrattenimento, data la capacità di Eazy di trasmettere la sensazione di controllo di un rapinatore all’interno di una banca, con dettagli sconci e tragicomici.

La cura per il dettaglio che gli altri inseriscono nella scrittura e la trasposizione che Eric riesce a ricavarne funzionano spesso a meraviglia. “No More ?’s” è un altro derivato della passione e conoscenza di Dre per il Funk, attraverso il quale viene creata una strumentale energica, dinamica, nella quale il rapper si diverte a simulare un’intervista nella quale spiega il suo modo di vivere e discerne le sue tecniche di rapina; “I’mma Break It Down” è un collage di breakbeat con tre strofe senza ritornelli, una prova sicuramente dimostrativa nella capacità di tenuta del flow; la titletrack è un’ampia dimostrazione del talento di Dre e Yella nel mixare vari campioni rendendo la traccia versatile, mentre qualche rima grossolana si alterna a un’esibizione complessivamente soddisfacente per precisione e innalzamento progressivo della tensione, chiudendo con una delle migliori strofe presenti; “Eazy-Er Said Than Dunn” – si torna per la terza volta da Rufus Thomas – vede l’attore principale calarsi in pieno relax nel suo compito interpretativo, dando sempre alla sua spiccata personalità un ruolo determinante. I risultati non sono proprio gli stessi giusto in un paio di circostanze, anche perché gli aiutini diventano troppo ingombranti: “Ruthless Villain”, assente nella prima versione in LP e cassetta, si snoda su un classico breakbeat ed è a tutti gli effetti un pezzo di Ren inserito in un disco di Eazy-E; “2 Hard Mutha’s” propone una strumentale suonata in maniera incolore e ripetitiva, col Villain In Black impegnato a sostenere per la seconda volta consecutiva la traccia mentre Eazy lima al minimo il suo numero di barre.

Tirando le somme, “Eazy-Duz-It” non è un capolavoro generazionale al pari di “Straight Outta Compton”, ma rimane un macigno imprescindibile pur non rappresentando l’eccellenza della tecnica al microfono. Il suo merito, tuttavia, è quello di saper inquadrare l’essenza stessa dell’entertainment e dell’attitudine gangsta al suo massimo picco storico, tra i beat immortali firmati da un Dr. Dre in perenne stato di grazia, la penna cinematografica di Ice Cube, MC Ren e del sottovalutato The D.O.C., nonché l’inconfondibile iconicità di Eric Wright, il cui esordio solista dimostra che carisma e visione artistica possono a volte compensare la pura abilità metrica. Un classico imperfetto, sfrontato e scorretto, senza il quale la storia della west coast non sarebbe stata la stessa.

Tracklist

Eazy-E – Eazy-Duz-It (Ruthless Records/Priority Records 1988)

  1. (Prelude)/Still Talkin’
  2. Nobody Move [Feat. MC Ren]
  3. Ruthless Villain [Feat. MC Ren]
  4. 2 Hard Mutha’s [Feat. MC Ren]
  5. Boyz-N-The Hood (Remix)
  6. Eazy-Duz-It
  7. We Want Eazy [Feat. Dr. Dre and MC Ren]
  8. Eazy-Er Said Than Dunn
  9. Radio
  10. No More ?’s
  11. I’mma Break It Down
  12. Eazy Chapter 8 Verse 10

Beatz

All tracks produced by Dr. Dre and Dj Yella

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