Death Comet Crew – This Is RipHop

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Quando Afrika Bambaataa scoprì cosa combinassero quei pazzi, pazzi tedeschi con le loro attrezzature elettroniche, vicino a lui c’erano i Death Comet Crew. Prima ancora che El-P fosse sufficientemente grande per poter uscire di casa da solo e vivere quell’incubo metropolitano che ispira tutta la sua produzione musicale, c’erano i Death Comet Crew. Prima ancora che gli Anti-Pop Consortium decidessero di farsi ascoltare da meno persone possibili, c’erano i Death Comet Crew. Prima di MF Doom, di Quasimoto, prima della Drum’n’Bass, quando a New York convivevano Hip-Hop, Punk, Wave e nella scena musicale mondiale si sentivano nomi come Talk Talk e Depeche Mode, ma anche Einsturzende Neubauten e Cabaret Voltaire, c’erano i Death Comet Crew. E nel 1984, al Pyramid Club di New York, Stuart Argabright, Michael Diekmann, Shinichi Shimokawa e Dj High Priest, a.k.a. Death Comet Crew, c’erano.

La loro storia è lunga ed è di quelle che ti riportano alla mente il contagioso fermento che si respirava ad Harlem e nel Bronx agli albori dell’Hip-Hop, quando potevi vedere Kool Herc far girare le sue ruote d’acciaio in qualche vicolo o Phase2 e Taki183 avventurarsi tra i binari della metro per lasciare la loro firma. E’ solo in questi ultimi anni, con Phase e Taki oramai passati dal rango di delinquenti a quello di leggende e Kool Herc da quello di Dj a quello di istituzione, che l’opera dei DCC è spuntata fuori. Probabilmente non molti ricordano singoli come “At The Marble Bar”, con Rammellzee, uscito nel 1985 in 12” ma già facente parte di un rarissimo EP del 1984 del quale si hanno ben quattro estratti proprio nel disco in questione, o “Mystic Eyes” e “Death Comet Drive”, anch’essi usciti in un 12” nel 1986 e che rappresentano il proseguimento del lavoro di Bambaataa fatto di Elettronica e TR-808.

“This Is RipHop” non è un best of, è una testimonianza. E’ la testimonianza di come le cose andassero di fretta a New York tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli ’80. L’Hip-Hop era appena nato, ma era come se fosse lì da sempre, dentro i palazzi, nei campetti, nei liquor-stores; bastava agitarlo un po’. Lo si vedeva crescere, arrivare in classifica, sulle copertine, nelle gallerie d’arte, al cinema, sconfinare nel Rock e nell’Elettronica e insidiare i dinosauri che si esibivano negli stadi. I Death Comet Crew erano una formazione inusuale al tempo, annoverando un tedesco, un giapponese e il primo dj Hip-Hop bianco, ma provarono a portare questo flusso così malleabile e vivo a un altro livello, sperimentandolo, estremizzandolo, schiantando Rick Rubin con gli Einsturzende Neubauten, buttando tutto in un calderone assieme a estratti cinematografici e televisivi, rumori, scratch rudimentali e ritmi sghembi. Le otto tracce registrate live al Pyramid di NY riescono a farti respirare il traffico della Grande Mela, i clacson, il rumore della metro, le voci all’interno dei club colmi di persone che si lasciano trasportare dall’Hip-Hop e vogliono vedere fino a che punto può arrivare.

“America”, “Riflemen”, “Dance Mofo”, “A King A Wave Passes” e “America 2” devono aver insegnato molto a MF Doom e al suo disordine, a El-P e alle sue atmosfere rumorose o ai suoi beat ultrastratificati; non per altro questi ultimi citano i DCC come una delle loro maggiori fonti d’ispirazione. “At The Marble Bar”, “Scratching Galaxies”, “Exterior Street” (pazzesca!) e “Funky Dream One” sono quattro pezzi di Storia dell’Hip-Hop (con la maiuscola), smaccatamente Electro, più pulite e meno caotiche, parti di un lavoro del 1984 dei DCC assieme a Rammellzee, leggendario writer e rapper, noto per i suoi memorabili set con High Priest e Phase2. Il lavoro dei DCC dimostra come non sia possibile parlare di una data d’inizio dell’Hip-Hop sperimentale, non avendo quest’ultimo mai avuto una forma statica ma essendo, anzi, sempre stato capace di fagocitare qualsiasi tipo d’influenza musicale e culturale (solo io mi ricordo che “Planet Rock” è del 1982?); l’Hip-Hop è sempre stato sperimentazione e qualsiasi linea di pensiero purista al suo interno viene smentita dai fatti.

Se fossi nato diciamo nel 1965 a New York, quella sera del 1984 mi avreste trovato al Pyramid Club.

Tracklist

Death Comet Crew – This Is RipHop (Troubleman Unlimited 2004)

  1. America
  2. Amphipet
  3. Riflemen
  4. Dance Mofo
  5. One On Ones
  6. A King A Wave Passes
  7. Interior Street
  8. At The Marble Bar [Feat. Rammellzee]
  9. Scratching Galaxies [Feat. Rammellzee]
  10. Exterior Street [Feat. Rammellzee]
  11. Funky Dream One [Feat. Rammellzee]
  12. America 2

Beatz

All tracks produced by Death Comet Crew

Scratch

All scratches by Dj High Priest

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