De La Soul – The Grind Date

Voto: 3,5

delagrind500“The Grind Date” arriva in un momento del tutto particolare nella carriera dei mitici De La Soul: è il primo disco sotto la nuova etichetta (Sanctuary, quella gestita da papà Knowles), sancisce il definitivo abbandono del progetto “A.O.I.”, che doveva essere una trilogia e si è invece fermato a quota due – va detto, per colpa della Tommy (ain’t my motherfuckin’) Boy – e conclude un’annata particolarmente impegnativa che aveva in precedenza visto la pubblicazione di un live e di una collezione di remix e rarità.

Con questo disco, Pos, Dave e Maseo rinsaldano la propria natura di trio coeso e longevo dinnanzi al passare degli anni (e lo è ancora, mentre scriviamo, nel duemilatredici), capace di fornire all’Hip-Hop quell’atteggiamento alternativo lontano da violenza e vil denaro che molti hanno spesso condannato superficialmente come leggero in un mondo di duri, un modo di essere fondato su coscienza di sé, umiltà, intelligenza e duro lavoro che non casualmente li ha portati a togliersi tantissime soddisfazioni ed essere ricordati per sempre come leggende. Il gruppo non ha, al contrario di tanti altri, dimenticato le proprie origini ed è conscio del prezzo pagato per raggiungere le vette da cui può permettersi un meraviglioso panorama, l’amore per l’Hip-Hop è ancora acceso come un fuoco sacro e il raggiunto status di veterani del gioco permette ai tre di offrire una guida moralmente corretta per chiunque volesse avventurarsi nel creare qualcosa di originale e reale, non dischi con un paio di canzonette buone per la radio e del tutto prive di sentimento, giusto per parafrasare uno dei concetti espressi da Dave nella conclusiva “Rock Co.Kane Flow”.

L’essenza di “The Grind Date” può essere riassunta e catturata proprio nei concetti appena elencati e questa sensazione il disco riesce a suggerirla benissimo. Lo fa grazie a testi di grande qualità, che si avvalgono di intelligenti metafore – ottime, in particolare, quelle di Posdnuos, autore di barre memorabili più o meno dappertutto – le quali centrano la sensibilità dell’ascoltatore mettendoci una spolverata di humour (<<they say the good die young, so I added some badass to my flavor to prolong my life over the drum>>), trasudano un’attitudine saggia ma pronta in qualsiasi momento alla battaglia al microfono, si levano qualche sassolino ingombrante dalla scarpa cercando di togliere il prosciutto che l’ignoranza e la troppa facilità di successo hanno riposto davanti agli occhi di tanta gente improvvisata (<<my moms died from secondhand smoke, so I wish yo’ ass would die from the secondhand rhymes you wrote>>), un disagio che in quest’album è fortemente sentito e di conseguenza trasmesso con tanta decisione e che in episodi come “Verbal Clap” diventa un’incazzatura tale da far rischiare a Dave di perdere il fiato prima ancora di terminare la barra.

Laddove la parte lirica è sostanzialmente impeccabile, la contraddizione più forte dell’album sta invece nelle sonorità, nelle quali il minimo comune denominatore è rappresentato dalla forte componente Soul che caratterizza tutti i sample selezionati: se da un lato è possibile ritrovare segnali dell’inventiva che da sempre contraddistingue il gruppo, dall’altro infastidisce sentire alcuni beat molto vicini alle ultime tendenze commerciali del duemilaquattro e altri ancora che suonano piatti, incapaci di regalare emozione.

Così, se Dilla e 9th Wonder centrano l’obiettivo richiesto offrendo tre tra le migliori basi presenti – la sintetizzata “Verbal Clap” e il gusto retrò di “Much More” per il primo, il Gospel di “Church” per il secondo – gli altri nomi assoldati vivono ognuno i propri pericolosi alti e bassi. Supa Dave West, già presente nella serie “A.O.I.”, taglia sapientemente campioni vocali per le ottime “The Future”, “He Comes” (arricchita da un ottimo Ghostface) e “No” (vincente l’idea di campionare i Jackson 5), ma firma pure mezze schifezze similradiofoniche come “It’s Like That”, il cui testo concettuale viene purtroppo mortificato; Madlib è insufficiente per via di una “Shopping Bags” a dir poco tediante e non si risolleva in “Come On Down”, che non morde nonostante l’animazione fornita da Flavor Flav; Jake One esalta con una “Rock Co.Kane Flow” molto ben arrangiata nella simbiosi tra battuta e metrica (Pos è pazzesco per come segue l’accelerazione dei colpi di cassa al termine delle sue due strofe), ma è impalpabile in “Days Of Our Lives”, un altro featuring degno di nota che vede Common ad aprire i giochi.

“The Grind Date” è per questo motivo un disco difficilissimo da giudicare, lo penalizza certamente la mancanza di equilibrio sussistente tra la grande rilevanza simbolica e tecnica dei testi e la selezione inconsistente dei beat: il messaggio che viene lasciato è di grande spessore e il suo metodo espositivo potrebbe da sé avvicinare l’album allo status di classico, ma la mancanza di coerenza sonora è tale da non riuscire a passarci sopra.

Tracklist

De La Soul – The Grind Date (Sanctuary Records 2004)

  1. The Future
  2. Verbal Clap
  3. Much More [Feat. Yummy]
  4. Shopping Bags (She Got From You)
  5. The Grind Date
  6. Church
  7. It’s Like That [Feat. Carl Thomas]
  8. He Comes [Feat. Ghostface]
  9. Days Of Our Lives [Feat. Common]
  10. Come On Down [Feat. Flava Flav]
  11. No [Feat. Butta Verses]
  12. Rock Co.Kane Flow [Feat. MF Doom]
  13. Shoomp (European Bonus Track) [Feat. Sean Paul]

Beatz

  • Dave West: 1, 5, 7, 8, 11
  • J Dilla: 2, 3, 13
  • Madlib: 4, 10
  • 9th Wonder: 6
  • Jake One: 9, 12
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