Constant Deviants – Omerta

Voto: 4

Constant Deviants - OmertaL’ispirazione dell’artista è imprevedibile. Spesso trascorrono anni prima di ascoltare qualcosa di nuovo da parte di un determinato mc o di un gruppo e la cosa è perfettamente sensata se si pensa a tutto ciò che sta dietro la creazione di un disco, gli sforzi mentali, la costanza nel registrare, la determinazione nell’ottenere il miglior risultato possibile, per poi imbarcarsi in lunghi mesi trascorsi in tour a promuovere il proprio album accumulando soddisfazioni, certo, ma pure tanto stress e fatica che rischiano di destabilizzare chiunque. E’ capitato tante volte di ritrovarsi sorpresi dinanzi a un’uscita inaspettata, magari troppo vicina alla precedente, il che sta a significare o che parte del materiale rimasto in archivio era già pronto ad essere perfezionato, o che il momento d’ispirazione è così prolifico da doverlo cavalcare a tutti i costi, o ancora che l’artista in questione non ha grandi capacià selettive. Più spesso che no, molti hanno diluito troppo il loro prodotto dando la sensazione che sarebbe bastato un unico lavoro ma curato bene, facendoci guardare con sempre maggior sospetto alle pubblicazioni troppo ravvicinate – dove a rimetterci, nella gran parte dei casi, è solo la qualità.

Siamo felici, in questo caso, di non includere i Constant Deviants nel novero sopra citato. “Omerta” (scritto proprio così, senza accento) arriva difatti a tredici mesi da “Avant Garde” e seppure l’imprinting del duo composto da M.I. e Dj Cutt sia ben evidente, ci ritroviamo ad analizzare un prodotto innovativo rispetto al suo predecessore, cementando ulteriormente la posizione di un duo che meriterebbe una maggiore notorietà tra le platee underground, se non altro per la grantica sostanza di una discografia che vede radicate le proprie origini addirittura dalla fine della golden age dell’Hip-Hop. “Omerta” mantiene fedelmente la mission del gruppo, il deviare costantemente, il suo stampo mafioso non ha tra l’altro nulla a che vedere coi noti classici che in passato hanno trattato il medesimo tema e vede i due protagonisti rendere semplicemente omaggio alle proprie radici attraverso l’abbinamento delle medesime a una famosa figura criminale scelta in base alla nazionalità originaria delle rispettive famiglie.

Luciano e Lansky, Italia e Russia, M.I. e Dj Cutt. Ecco tutto ciò che necessita essere collegato per capire gli intenti di un lavoro basato su parallelismi argomentativi e divertimento nel creare un concept originale, muovendosi in un fondale costruito attraverso campioni di film inerenti al tema, dialoghi recuperati da vecchi film e sonorità anni trenta, oltre a uno stuolo di termini provenienti dal gergo mafioso con la specifica volontà di creare un’ambientazione che, confondendo le idee dell’ascoltatore, dia la giusta spinta per donare un’ottima longevità a un album molto ben realizzato dal punto di vista della profondità. I titoli dei pezzi traggono volutamente in inganno, appunto, ma il linguaggio utilizzato è nei fatti solo un pretesto per esprimere concetti che riguardano l’Hip-Hop stesso, un accostamento che viene molto naturale eseguire una volta intepretate la maggior parte delle liriche e che svela un po’ alla volta le vere intenzioni del duo.

Il testo in prima persona di “Bada Bing” esprime spacconeria e spocchiosità, proprio come nel migliore degli ego-trip posti in rima; “Sparks Steakhouse” individua il territorio da proteggere dai nemici e dai traditori, un’ambivalenza che tocca da vicino concetti profondamente intrecciati all’Hip-Hop; i meccanismi del gioco e le denigrazioni di tutta la gente improvvisata espresse in “So Underrated” sono applicabili tanto nel campo della malavita quanto, ancora, in ambito Hip-Hop, dando luogo ad una coabitazione concettuale molto valida; “Reign Storms”, la miglior traccia del lavoro, si svolge all’interno di un’atmosfera sonora minacciosa e fa capire senza mezzi termini che alcune situazioni brutali sono dannatamente reali, non siamo al cinema coi pop-corn intenti a guardare una fiction qualsiasi: un altro centrato esempio di come si possa utilizzare un’idea per esprimerne una in realtà differente.

L’assegnazione dei crediti realizzativi tiene fede al credo indipendente del gruppo. Nessun aiuto dall’esterno, libertà artistica completa, forte chimica tra i due componenti del tandem sono nuovamente la carta vincente dell’ennesimo prodotto vincente dei Constant Deviants, i quali confermano di essere una felice realtà fatta solo di sostanza, di quelle che non deludono mai. M.I. è un mc che non ha certo bisogno del sostegno di nessuno per sobbarcarsi il peso lirico di un intero album, sa come risultare versatile dal punto di vista degli schemi metrici, è molto apprezzabile nel frequente uso delle sue azzeccate similitudini (<<You set the bar too high, like Sotomayor>>; <<I don’t give a F like my top teeth missing>>), svolge un lavoro complessivo di prim’ordine nel condurre il concetto principale attraverso tutti i brani senza annoiare e possiede questa cadenza così particolare e strascicata sempre in grado di tradire le apparenze, che sfocia in una prestazione complessiva piena di vigore nonostante l’assenza di grosse varietà nei toni della delivery, una qualità che non si riscontra certo tutti i giorni.

Cutt centra in pieno l’obiettivo di fornire un suono più granitico all’insieme pur mantenendo un fondo melodico di base, fornendo la consueta perizia nell’andare alla ricerca di sample lontani dall’ovvio, che sappiano sprigionare una loro precisa personalità. Pezzi come “Delorean” non sono eccessivamente elaborati, nel caso specifico si tratta di un loop di chitarra così come ce ne sono tanti, ma la spina dorsale del pezzo è senz’altro rafforzata dal sottofondo minimale e corrosivo che sostiene il beat; “Newspaper Man” è un esempio di come la maggior durezza complessiva della produzione non equivalga a una mancanza di elaborazione nella struttura dei campioni; l’oscurità fatalista di “Reign Storms” rappresenta un’ambientazione ideale per lo svolgimento tematico del testo, dove l’espressività del Rap esegue a dovere la sua parte; infine episodi come “So Underrated” evidenziano un approccio classico, tendente all’abbinamento tra sample accattivante e batteria cicciona (sfido a trovarne una che non lo sia…). L’equilibrio dell’operazione viene mantenuto dall’uso di vari giri di piano e synth (vedasi la conclusiva “We Up Tho”) che forniscono una concreta variante alla tradizionale formula boom bap con cui sono composti molti brani. Seppure i cambiamenti siano significativi, il che vuol dire l’aver abbandonato quasi totalmente il sample Jazz, non c’è nessun atto di sradicamento in corso.

L’unico difetto è dato dal fatto che verrà ascoltato da un numero ancora troppo esiguo di persone, ma il talento dei suoi due compositori è lì, a disposizione di chiunque voglia soppesarlo, pronto ad essere scoperto ed approfondito. Se vi siete persi “Avant Garde”, cominciate pure da questo nuovo capitolo targato Constant Deviants, il risultato non sarà differente e vi spingerà a scoprire la loro carriera in maniera cronologicamente inversa.

Tracklist

Constant Deviants – Omerta (Six2Six Records 2016)

  1. GTFOH
  2. Newspaper Man
  3. Bada Bing
  4. So Underrated
  5. Plata O Plomo
  6. I-95
  7. Make My Bones
  8. Sparks Steakhouse
  9. Delorean
  10. Fuklinski
  11. Reign Storms
  12. Untitled
  13. We Up Tho

Beatz

All tracks produced by Constant Deviants

Scratch

All scratches by Dj Cutt

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