Bronze Nazareth – Ekphrasis

Voto: 3,5/4 – –

Tacciatemi pure di nostalgia, ma quando spunta fuori il nome Bronze Nazareth il mio pensiero corre subito a uno dei migliori dischi marchiati Wu-Tang Clan del nuovo millennio (e non solo), quel “Birth Of A Prince” per il quale il nostro buon Justin produceva “A Day To God Is 1,000 Years” e “The Birth”, due gioielli che hanno da poco compiuto diciott’anni senza mostrare alcun segno d’invecchiamento. L’artista di Grand Rapids, poi trasferitosi 250 km più a est perché Detroit è sicuramente una piazza di ben altra vitalità, proprio in quel frangente entrava nelle grazie di RZA diventando una presenza costante tra le uscite provenienti dalla family riunitasi attorno alla leadership di quest’ultimo, affiancando prime e seconde linee (da Masta Killa, GZA e Raekwon a Cilvaringz, Hell Razah, Timbo King e 60 Second Assassin); più di recente, invece, ha intrecciato collaborazioni con Dom Pachino, Willie The Kid, Canibus e Recognize Ali, un robusto elenco – ancorché parziale – che di per sé ne motiva l’inesatta collocazione nella casellina dei beatmaker che si misurano anche attraverso il microfono.

L’argomento non tardava a emergere nel corso della bella intervista che ci rilasciava circa un mese fa; e d’altronde basterebbe scorrere la sua discografia con occhio meno distratto per rendersi conto di un’attività fitta in entrambe le direzioni, tant’è che in passato abbiamo avuto modo di esprimere giudizi positivi per “The Great Migration” e “School For The Blindman”. Pubblicato in coda a un’annata che si apriva presto con “Bundle Raps”, per il quale era Leaf Dog (aka Deformed Wing dei The Four Owls) a elargire la maggior parte dei suoni, “Ekphrasis” svela ambizioni che intuiamo a partire dalla gradita partecipazione di Roc Marciano: compiere un salto nella wave di cui il veterano di Long Island, più che un esponente di spicco, è tra i diretti originatori. Diversamente da Stove God Cooks, la cui generazione è appunto figlia di “Marcberg” e seguiti vari, il curriculum vitae di Bronze Nazareth è però già colmo di annotazioni: nel suo storico, detto di un ventennio trascorso tra continui impegni, c’è in primis la definizione di una solida personalità, tant’è che tocca a un ottimo Marci compiere un accorto processo di adattamento in favore del protagonista.

Se la durata contenuta (poco più di mezz’ora, con un intro, un outro, un interludio e una sorta di monologo su dodici brani complessivi) e l’affilato taglio compositivo rispecchiano lo schema base del filone, l’atmosfera pende infatti verso una versione aggiornata del sound nato al civico 134 di Morningstar Road – un cerchio che si chiude, in realtà, perché è facile riconoscere in Robert Diggs un implicito maestro di Roc Marciano quanto di KA, Daringer o Big Ghost Ltd (e pesco quasi a caso). E’ un’associazione mentale che emerge fin da “Crazy Horse”, secondo estratto video il cui groove pastoso viene puntellato dall’ingresso dei fiati e sposa una scrittura che, come in gran parte dell’album, fluisce in libertà (<<chandeliers dancing on my ceiling, Rich as Lionel/you gotta smoke this off some foil and let that shit drip on the vinyl>>); discorso che calza altrettanto bene all’ipnotica “Fanta 6”, gustosa sia che imbocchi la tangente (<<give me space like Bezos, and a white lightning plant/I got heightened plans, nigga I’m climbing like my fico stamps>>) o, cedendo il testimone a Fashawn, stia coi piedi più per terra (<<some niggas did it for the revenue, some did it for respect/I did it for that kid that’s in the ‘jects/who’s living is a mess in conditions incorrect/that’s the shit that got me vexed>>).

Non che “Ekphrasis” abbia ambizioni conscious. Il termine di derivazione greca – incollo con un pizzico di vergogna da Wikipedia – indica la descrizione verbale di un’opera d’arte visiva; sulla carta, pertanto, si vorrebbe dare al tutto un’impronta più astratta che concreta, se non addirittura visionaria. Nei fatti, tuttavia, il canovaccio è abbastanza ordinario: di autocelebrazione ce n’è in dosi cospicue, com’è naturale che sia quando decidi di coinvolgere Skyzoo, Termanology e Brizz Rawsteen per “Brass Jehova” (il beat è una sberla) o ti affidi all’esperienza di Roc Marciano e Killah Priest per “Papayas ‘21”, il resto (sentimenti e introspezione) prende corpo soprattutto nei ricordi di “Survivor’s Vow” (<<back when we was grouped on that Pasadena stoop/lucid dreams on Jefferson collecting tails, choppin on Arеtha loops>>) e nelle parole di “Kevlaar”, rivolte al fratello morto nel 2014. Aggiungiamo all’elenco un altro singolo che fa il suo dovere (“The Precipice”) e l’ennesima combinazione riuscita, quella a tinte gangsta con Boldy James in “Nosebleeds”, potenziale anticipazione di un’opera che il duo firmerà in coppia, per concludere che – sebbene in assenza di colpi clamorosi – l’ascolto sia scorrevole nella sua interezza.

In generale, a oltre quindici anni dal loro primo incrocio – a parti invertite – in una traccia di “Wu-Tang Meets The Indie Culture”, l’intesa tra Bronze Nazareth e Roc Marciano è intatta: l’uno non è e non sarà mai un rapper di livello eccelso, ma nel tempo ha reso più incisivo il flow e dimostra di poter reggere il passo dei colleghi più titolati, l’altro non ne sbaglia una e figura tra le attuali eminenze grigie della scena underground, avendone influenzato il corso in maniera determinante. “Ekphrasis” è il risultato preventivabile del loro sforzo congiunto: un’operazione sopra la media, godibile, che non sposta né rompe equilibri. Indispensabile no, consigliata sì.

Tracklist

Bronze Nazareth – Ekphrasis (Black Day In July Productions/Fat Beats Records 2021)

  1. Proem
  2. Crazy Horse
  3. The Precipice
  4. Brass Jehova [Feat. Skyzoo, Termanology and Brizz Rawsteen]
  5. ReFocus
  6. Survivor’s Vow
  7. Kevlaar [Feat. Kevlaar 7]
  8. Fanta 6 [Feat. Fashawn]
  9. Kettle Black [Feat. Lord Jessiah]
  10. Papayas ‘21 [Feat. Roc Marciano and Killah Priest]
  11. Nosebleeds [Feat. Boldy James]
  12. Epilogue

Beatz

  • Bronze Nazareth: 1, 5, 7
  • Roc Marciano: 2, 3, 4, 6, 8, 9, 10, 11, 12
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