Atmosphere – So Many Other Realities Exist Simultaneously

Voto: 4,5

Capita raramente, ma è una percezione immediata. Accade di captare quel qualcosa di speciale in via di definizione, di percepire che sia in arrivo e stia per cambiare la configurazione delle carte viste fino a quel momento sul tavolo, di cogliere quell’aria fresca, quell’aura perfetta dove ogni tassello vive di un collocamento insostituibile e tutto è esattamente dove dovrebbe essere. Si potrebbero riassumere così le varie esperienze di ascolto di “So Many Reality Exist Simultaneously“, un disco che induce a pensare possa trattarsi del capolavoro definitivo degli Atmosphere, già da tempo immemore alfieri di un Hip-Hop abituato a modellare i suoi stessi confini senza condizionamenti esterni, proponendo un’evoluzione costante del suono e delle liriche, secondo un ciclo di maturazione che già in passato ha dimostrato di poter toccare vertici particolarmente alti.

Il maggior fattore di ammirazione nei confronti di Slug e Ant risiede nella loro natura di entità in progressivo sviluppo, in quella capacità di essere l’uno all’intersezione dell’altro, formando elementi inscindibili nel profondo credo artistico che mai li ha fatti sentire arrivati; anzi, paiono spronati a cercare continuativamente versioni migliori di loro stessi, trovando nella creatività e nella sperimentazione i migliori alleati per costruire un percorso in grado di collocarli più spanne sopra rispetto alla consueta canonicità. Il tredicesimo album dei ragazzi del Minnesota aggiunge ulteriori nuove dimensioni a un’esperienza che ha già esplorato un’invidiabile vastità di territori, segno inequivocabile di una vivacità che mai si è accontentata del compitino e persevera nel mantenere accesa quella vocazione esplorativa, dando luogo a un progetto adulto, trasversale, coerente alla personalità dei due autori e denso in tutti quei tratti di vissuto così ben espressi sotto forma di ironica e beffarda metafora, esibiti su una tavolozza di colori carica, travolgente, che vede possibilità ovunque ignorando la presenza di paletti predeterminati.

L’idea che quest’ora abbondante di musica potesse contenere qualcosa di davvero – appunto – speciale era già stata corroborata dalle anticipazioni fornite a tempo debito. Era infatti stato difficile trattenere le emozioni – e perché farlo, poi? – di fronte alla spettacolare visuale mostrata da “Bigger Pictures”, viscerale retrospettiva biografica composta su una chitarra acustica e una sana spruzzata di Country, perfetti compagni di viaggio per una poetica rivisitazione del proprio vissuto, delle sofferenze e dei rimorsi, dove ogni nota e ciascuna parola porta un relativo peso specifico, gettando i presupposti affinché il brano sia collocato tra i classici senza tempo del gruppo. “Okay” aveva fornito una resa altrettanto convincente ma diversa sotto il profilo mentale, anche se magari il titolo e l’allegro motivetto di xilofono avevano erroneamente convinto qualche addetto ai lavori troppo distratto che si trattasse di un inno alla gioia e un cambiamento epocale nell’atteggiamento, per quanto sia incoraggiante nel mostrare un punto di vista differente rispetto all’oscurità del passato senza tuttavia mancare di evidenziare la persistenza del timore di un’altra realtà, racchiudendo tale concetto mediante passaggi lirici impercettibilmente autoironici, il cui umore è suggerito dalla solita maestria con cui Slug utilizza la tonalità vocale nel dubbio di trovarsi ancora a lottare contro i mulini a vento (<<happiness is my favorite physical feature/but I’m afraid I’ll figure out that it’s a mythical creature>>).

La vera differenza è casomai data dal fatto che determinati concetti vengano espressi con il sorriso, sintomo di un modo di vivere meno greve, nel quale tutto si può ricondurre all’ordine nello stesso momento in cui tocca rilevare una natura esitante ma difficilmente controvertibile, tema portante della meravigliosamente concettuale “Dotted Lines”, adagiata su un accogliente tappeto acustico e un testo finemente autodissacrante (<<dear God, I believe I’vе received your calling/and you’rе probably wondering why I seem to be stalling/wanna live long enough to buy some weed at Walgreens>>) che, come molti altri passaggi, elucubra su un vissuto complesso, ma oggi dotato degli strumenti necessari per scovare i propri spiragli di luce. Ne sono testimonianza pezzi di enorme spessore compositivo come “Still Life”, la quale propone una squisita sensibilità attraverso lo scalare in alto dei synth e del perfetto contro-campione di chitarra, mentre Slug racconta in prima persona una storia di tenace resistenza alla facilità del pensiero negativo svolgendo strofe intense ed espressive inframezzate dall’ottimo ritornello cantato dall’anglosassone Murkage Dave. “Positive Space” e i suoi suoni gentili e ben orchestrati suggeriscono inoltre un’ambientazione molto rilassata, circostanza dunque ideale per far confluire considerazioni speranzose e tenere stretta per un attimo quella rilassatezza mentale così ammorbante, ma anche così sfuggente.

Saper descrivere armonicamente stati d’animo sotto assedio rimane d’altronde una delle colonne portanti del pacchetto di abilità che Sean sa mettere in campo. “Portrait” e il suo malinconico loop di chitarra eseguono una sobria introspezione che esalta scrittura ed esecuzione di alto livello, dove tonalità e scorrevolezza lirica nascondono un confine tra strofa e ritornello invece celato nella ripetizione di alcune precise parole. La stordente sensibilità Pop/Rock un pò rétro – nonché l’eccelso cantato – di “September Fool’s Day” tratteggia l’ennesimo atto di sopraffino umorismo attuato in esclusiva per chi può realmente comprenderne il doppio fondo, una poetica e latente ricerca di spazi mentali meno claustrofobici che trova nella decisione il miglior alleato per distanziare la sofferenza e andare avanti (<<I don’t believe the protagonist really wants to die/but I imagine that they probably need a nap and some pain relief/breathe deep and let the brain release/underneath the poison apple tree to catch up on your beauty sleep>>). “It Happened Last Morning” incanala invece le sue assonanze in un’angoscia a 8-bit, tracciando brividi cutanei che convogliano nella profondità dei sintetizzatori della consecutiva “Thanxiety”.

Il Reggae di “Holding My Breath” diverte e converge tutta l’urgenza di fuggire dalla propria condizione, ottenendo un daydreamin’ a occhi aperti bruscamente frenato dalla quotidianità dei propri doveri (<<snow-covered roller coaster stuck in the alleyway/dreaming about the day my poster’s up in a gallery/feel the cold breeze brought me back to reality/I gotta get these groceries back to my family>>). “In My Head” strappa più di qualche sorriso avvolgendo all’interno di una ritmica avvinghiante, evidenziando una destabilizzazione emotiva data dalla disconnessione tra mente e corpo, dubitando della propria sanità mentale con trovate esilaranti (<<tell me it’s a government experiment/they study from a secret bunker underneath the pyramids/go ahead and give whatever explanation/but please, don’t try to make me admit that I’m being visited by spacemen/…/and honestly, just just tell me that it, that it’s spacewomen/’cause even that would be just a little less bothersome>>). “Sculpting With Fire” è invece la resa dei conti finale tra il protagonista e se stesso, un incubo mistico dove suoni spettrali e organi demoniaci si fanno garanti di una passeggiata all’Inferno, la quale sfocia in una reprise di “Okay” grazie alla quale si può riprendere fiato e controllo, prima di ricominciare quel dannatamente difficoltoso esercizio consistente nel credere che tutto, in fin dei conti, andrà per il meglio, seppure con un’appendice dolceamara (<<it’ll be just fine, even if there ain’t enough time/I was alive, I was a piece of the design/it’s gonna be just fine>>).

La variopinta vastità di idee vede Ant mescolare contaminazioni di ogni genere (l’Electro di “Talk Talk” è a dir poco favolosa nel suo aumentare i tempi ritmici senza infastidire il flusso del disco): tenere saldamente in mano le redini del gioco attraverso un’ottima cucitura dell’insieme dà l’impressione di un’ulteriore crescita del già ampio apparato strumentale. Sette dei venti brani, metodicamente collocati con la stessa cadenza, girano attorno al minuto e sono costruiti con identica cura del dettaglio (considerevole, nel particolare, il solo di Sa-Roc), mentre in altri casi si formano code o intermezzi che si tuffano con la massima naturalezza nell’introduzione dei passi successivi, accompagnando simbolicamente il pubblico in ogni momento in cui si necessita di cambiare d’abito.

Se si tratti del capolavoro definitivo degli Atmosphere lo dirà il tempo, per ora ci accontentiamo di dire che, come raccontatoci da Slug medesimo, sia il miglior disco che il gruppo potesse registrare in questo particolare momento della sua carriera. E noi confermiamo questa asserzione, senza timori di sovrastime o entusiasmi troppo facili, perché un disco del genere non è davvero da tutti.

Tracklist

Atmosphere – So Many Other Realities Exist Simultaneously (Rhymesayers Entertainment 2023)

  1. Okay
  2. Eventide [Feat. Shepard Albertson]
  3. Sterling
  4. Dotted Lines
  5. In My Head
  6. Crop Circles
  7. Portrait
  8. It Happened Last Morning
  9. Thanxiety
  10. September Fool’s Day
  11. Talk Talk [Feat. Bat Flower]
  12. Watercolors
  13. Holding My Breath
  14. Still Life [Feat. Murkage Dave]
  15. After Tears [Feat. Sa-Roc]
  16. Positive Space
  17. Bigger Pictures
  18. Truth & Nail
  19. Sculpting With Fire
  20. Alright (Okay Reprise)

Beatz

All tracks produced by Ant

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