2001-2025: 25 anni di Hip-Hop underground (pt. 1 – U.S.A.)

INTRO mentre il 2025 cominciava a volgere al termine, nei mesi passati ci siamo chiesti come condensare un intero quarto di secolo (e oltre) trascorso scrivendo di Hip-Hop. La risposta è arrivata da sé, passando in rassegna un archivio che – versante estero – conta oltre 2.400 titoli recensiti, cifra che ai ragazzini cui venne in mente di avviare questa strana avventura, ovvero il sottoscritto e Fuso, avrebbe fatto subito venire le vertigini; invece del solito best of a chiusura dell’anno, ecco allora un elenco di 25 album che, a insindacabile giudizio mio e di Mistadave, meritano di essere tolti dalla mensolina, spolverati e – fatto più importante – (ri)ascoltati, per capire a grandi linee alcune cose successe in questo lungo e sovente tortuoso intervallo. Chiariamo di conseguenza qualche punto sull’approccio metodologico che abbiamo applicato con rigore: anzitutto, non si tratta in alcun modo di una classifica, quelli selezionati non sono necessariamente i dischi migliori del rispettivo anno, tant’è che in diversi casi non hanno neppure ottenuto il nostro voto più alto, ma riflettono passaggi che riteniamo comunque significativi. La cernita è stata effettuata solo all’interno di ciò che abbiamo commentato, con esclusivo riferimento alla sfera underground. Abbiamo cercato, con qualche inevitabile eccezione, di non ripeterci, tracciando un ipotetico percorso che evitasse di citare sempre le stesse etichette e gli stessi artisti. Non siamo andati alla ricerca forzata delle operazioni più oscure e misconosciute, se ne trovate qualcuna è perché, dal nostro punto di vista, avrebbe appunto meritato un riscontro diverso. Tutto qui, per ogni breve indicazione vi lasciamo il link Spotify, augurandoci che la lettura sia almeno un po’ d’ispirazione durante il periodo dell’anno tradizionalmente dedicato a bilanci e recap – poi, tra una settimana, toccherà all’Hip-Hop italiano.

2001 | Cannibal Ox – The Cold Vein
Vabbè, cominciamo subito col botto… 15 maggio, numero di catalogo DJX07: la Def(initive) Jux ha inaugurato l’attività da circa un annetto ed è già pronta a riscrivere le regole del gioco. “The Cold Vein” è un capolavoro, un disco di rottura, una vera e propria pietra miliare; se non lo trovate in quelle orride classifiche delle dieci migliori uscite di sempre dell’underground, c’è un grosso errore (o un povero mentecatto alla tastiera). Settantaquattro minuti visionari, che Vast Aire, Vordul Mega e il deus ex machina El-P plasmano secondo un gusto non convenzionale, innovativo, in cui il compromesso tra la ricerca del nuovo e il legame con le radici funziona al meglio – parole nostre dell’epoca. Abstract Hip-Hop? Hip-Hop Progressivo? Chiamatelo come più vi aggrada, ma quelle ambientazioni gelide, quegli scorci urbani di Harlem descritti come in “Blade Runner”, quel sampling a tratti frastornante, per noi sono solo un esempio concreto di quanto in alto possano arrivare il linguaggio del Rap e l’originalità del beatmaking. Play qui.

2002 | Blackalicious – Blazing Arrow
Xavier Mosley aka Chief Xcel e Timothy Jerome Parker aka Gift Of Gab avevano già firmato un gioiellino come “NIA”, contribuendo a ravvivare la scena californiana – nello specifico, siamo a Sacramento – assieme a diversi colleghi altrettanto efficaci nell’offrire un punto di vista un po’ meno stereotipato sull’Hip-Hop. Nato sempre all’interno del progetto Quannum, “Blazing Arrow” ne rispecchia in pieno i numerosi pregi: l’enorme ricchezza espressiva, la densità di un sound che sa osare con intelligenza, l’anima meticcia, il prezioso equilibrio di visioni artistiche (con contributi di Gil Scott-Heron, Ben Harper, Saul Williams, ?uestlove, Hi-Tek…); più di tutto, però, è l’intesa tra i due protagonisti a definire il valore di un’uscita capace di attraversare un ampio spettro di temi e atmosfere, toccando corde più e meno delicate, facendo sia emozionare che ridere, pescando da Soul, Funk e Blues. Se tutto ciò non bastasse, Gab al microfono è semplicemente superlativo. Play qui.

2003 | Jaylib – Champion Sound
Se in astronomia una congiunzione avviene in corrispondenza di due o più corpi celesti che appaiono visivamente allineati, nell’Hip-Hop il fenomeno può dirsi meno raro ma in alcuni casi ugualmente sorprendente. Accadde ad esempio in quel lontano 7 ottobre, quando la Stones Throw Records pubblicava “Champion Sound”, primo e unico disco del duo formato da J Dilla e Madlib, ossia Jaylib. Si tratta di una potentissima combinazione sulla rotta Detroit/Los Angeles, nella quale i due – senza lanciarsi in prodezze liriche che non gli appartengono – si alternano alle macchine e al microfono con fini che potremmo definire esclusivamente ludici, divertendo noi di riflesso. Leggerezza tematica, featuring a elevata resa, ma soprattutto un sound fresco e chiassoso, che combina gli stili produttivi dell’uno e dell’altro con esiti imprevedibili. “Champion Sound” è la fotografia dei loro enormi talenti per il beatmaking, scattata in un periodo nel quale riuscivano a tramutare in oro tutto ciò che toccavano. Play qui.

2004 | Madvillain – Madvillainy
Mettiamo in chiaro un punto: MF Doom è il rapper degli anni dieci. In assoluto, nessuno ha lasciato un’impronta sulla decade (e oltre) pari alla sua, tanto per la qualità dei progetti realizzati quanto per le peculiarità di una visione artistica originalissima. Avremmo potuto pescare tra diversi titoli, ma dovendone scegliere uno diciamo “Madvillainy”: di nuovo con lo zampino di Stones Throw e Madlib, l’album è infettivo come pochi, tre quarti d’ora nei quali il duo – America’s two most powerful villains! – dà il benservito anzitutto alle logiche perverse del mercato discografico. Madvillain è una creatura libera, sfuggente, indecifrabile, avvezza al sarcasmo e intrisa di cultura Pop, ama giocare con le parole, anche perché gli riesce terribilmente bene, e di solito lo fa sui suoni più disparati e improbabili. L’ingrediente segreto? Non c’è, nel senso che viene svelato senza farne particolare mistero e pare sia stato consumato con generosità in fase realizzativa… Un disco iconico, dall’artwork alla musica. Play qui.

2005 | Sean Price – Monkey Barz
Più volte annunciato, atteso fino ai limiti della pazienza, “Monkey Barz” arrivava come un letterale pugno in faccia. L’esordio solista dell’indimenticato Sean P è grezzo, rozzo, perfettamente rappresentativo di quelli che sono stati i tratti caratteriali di un personaggio a dir poco singolare, che proprio con quest’album ha cominciato a scrivere la sua personale leggenda. Insulti, dediche amorose del tutto particolari, composte esclusivamente nel suo classico stile barbarico, stati d’animo alimentati da un’ingiustizia innescata da quel sentirsi tagliato fuori dal giro dopo l’iniziale successo con gli Heltah Skeltah, danno luogo a una serie di pezzi ruvidissimi, conditi dalla voglia di picchiare il primo che capiti e da eccessi quali fumo, alcol, droga, allucinogeni, i quali sono tra gli argomenti più discussi nei brani prodotti, tra gli altri, da 9th Wonder, Khrysis, P.F. Cuttin e Ayatollah. “Monkey Barz” contiene tutta la primitiva essenza del brokest rapper you know, volutamente offensivo, sprezzante, divertente nel suo essere dissacrante, cominciando a costruire gli iconici tratti che, anche dopo la sua prematura scomparsa, l’hanno sempre reso unico. Play qui.

2006 | Cunninlynguists – A Piece Of Strange
A volte è il primo, altre il secondo; nel caso dei Cunninlynguists è successo col terzo: “A Piece Of Strange”, pubblicato a cinque anni dall’esordio, è la loro opera magna. Per dirla facile, il disco è un autentico gioiellino, dotato di una musicalità molto riconoscibile e ben distinta dal più canonico Southern Rap. Kno, Deacon e Natti (che da qui sostituirà Mr. SOS), tutti e tre originari del Kentucky, riuscirono a colpire nel segno anche per un salto di maturità che nessuno sarebbe stato in grado di prevedere: le pur buone premesse di “Will Rap For Food” e “Southernunderground” vennero surclassate da un’operazione finalmente adulta sia per toni che realizzazione, sfoderando un comparto tecnico di tutto rispetto e una densità tematica non secondaria. Riascoltato oggi, “A Piece Of Strange” è uno di quegli album che riescono a non uscire ammaccati dal trascorrere del tempo: fresco, solido in ogni suo aspetto, avrebbe meritato più fortuna anche al di fuori dei nostri confini. Play qui.

2007 | Aesop Rock – None Shall Pass
Anche in questo caso avevamo l’imbarazzo della scelta… Optiamo per “None Shall Pass”, il quarto album solista di Aesop Rock, ultimo sotto Def Jux e involontario punto di svolta di un tragitto che, complice la morte di Camu Tao dell’anno successivo, transiterà attraverso una piccola ma necessaria pausa di riflessione. Il disco è un po’ la summa di quanto proposto in questo primo tratto di carriera: c’è Blockhead alle macchine, partecipano Rob Sonic e Dj Big Wiz coi quali nascerà il progetto Hail Mary Mallon, il resto della crew fa capolino in scaletta; più di tutto, però, ci sono i beat rocciosi e le liriche complesse, ricche di metafore e soluzioni tecniche di pregio. Nonostante l’ottima sequenza di uscite successive, quell’Aes un po’ più terreno e muscolare a volte ci manca; a prescindere da ciò, il talento cristallino del rapper resta un autentico baluardo della scena underground da quasi trent’anni e noi non possiamo far altro che chinare il capo con deferenza. Play qui.

2008 | Carlos Niño & Lil Sci Present What’s The Science? – Elevation
Dopo tre uscite pubblicate a nome Scienz Of Life, per John Robinson aka Lil Sci è tempo di elevarsi e cominciare a esplorare la via (più o meno) solista. “Elevation” non è stato certamente un titolo di successo: nato nell’underground meno esposto senza ambire a improbabili salti di categoria, il disco è una ferma presa di posizione sullo stato di salute dell’Hip-Hop, tema ancora caldo a due anni dai funerali celebrati da Nas. Si tratta di una predica ai convertiti, sì, ma espressa con una forza e una lucidità che a tante opere altrettanto didattiche – termine da prendere con le pinze – il più delle volte mancano. Va dritto al punto Lil Sci, ma non gli è da meno Carlos Niño, istrionico produttore coinvolto in numerosi progetti e qui in compagnia di, tanto per dirne un paio, Daedelus e Flying Lotus: l’Elettronica si mischia col Jazz, i synth convivono coi sample, le batterie hanno sempre un tocco molto personale. Se ortodossia e sperimentazione sono percorsi in teoria antitetici, “Elevation” trova invece un’efficacie convergenza tra l’una e l’altra. Play qui.

2009 | Raekwon – Only Built 4 Cuban Linx… Pt. II
Lo confessavamo all’epoca e lo ribadiamo oggi: su “Only Built 4 Cuban Linx… Pt. II” non avremmo scommesso un euro. A quattordici anni dal suo folgorante esordio, invece, Raekwon ha centrato in pieno l’obiettivo, riuscendo contemporaneamente a dare un degno seguito al suo titolo più celebrato e a firmare uno dei migliori dischi riconducibili al Wu-Tang dell’ultimo quarto di secolo – va da sé che il compito più difficile fosse il primo… Si trattava, peraltro, di un’operazione monstre: 24 brani, 70 minuti di durata, 13 produttori, 6 membri originari del Clan in scaletta, almeno 2 singoli clamorosi. Lo chef doveva riscattarsi da un paio di uscite abbastanza anonime e non alla sua altezza, lo fece scegliendo una strada se vogliamo rischiosa: tornare al punto di partenza della propria carriera e dimostrare che quell’originaria energia non era affatto sopita. Sfida ostica ma vinta con merito e in decisa controtendenza rispetto ai risultati di molte seconde parti, a conferma della regola con una piacevolissima eccezione. Play qui.

2010 | Black Milk – Album Of The Year
E’ difficile parlare dell’Hip-Hop della prima decade degli anni 2000 senza ricordare il ruolo cardine di J Dilla e la contestuale ascesa della scena di Detroit. Piantato quel seme, dalla Motor City è emersa una schiera di rapper e produttori tra i quali si è sicuramente distinto il talentuoso Black Milk: dopo essersi fatto le ossa in diversi progetti, l’artista classe ’83 ha lasciato intuire una rapida maturazione da “Popular Demand” a “Tronic”, firmando un ulteriore salto di qualità con “Album Of The Year”. Non sappiamo dire quale di questi (con i successivi “No Poison No Paradise” e “If There’s A Hell Below”) sia il suo titolo migliore, ci limitiamo a segnalarne la terza prova solista per il definitivo approdo a uno stile molto personale, che al caratteristico timbro dato da batterie sconnesse e sample Soul ha via via aggiunto elementi, dettagli, intuizioni. Di pari passo, la crescita al microfono ha completato un profilo che, pur con guide e mentori riconoscibili, Black Milk ha saputo modellare da sé con ammirevole caparbietà. Play qui.

2011 | Shabazz Palaces – Black Up
Dovevamo ancora calare dal mazzo la carta più strana: ora ci siamo! Non a caso nel roster della indie label Sub Pop, Shabazz Palaces è un oscuro progetto nato dalla mente di Butterfly dei Digable Planets, qui Palaceer Lazaro, con la complicità di Tendai Maraire (poi sostituito da altri loschi figuri nel mutevole collettivo Knife Knights). Il loro disco d’esordio è “Black Up”, operazione dalle molteplici coordinate: suoni tribali, misticismo, Elettronica, echi Jazz, loop ossessivi, parole che si rincorrono… Si fa prima a immergersi nell’ascolto che a raccontarlo, ma non si commetta l’errore di pensare che, in fondo, si tratti dell’ennesimo guazzabuglio di contaminazioni più e meno (im)probabili: diversamente dalla maggior parte delle realtà collocabili a confine con l’Hip-Hop, gli Shabazz Palaces hanno manifestato fin da principio una lucida consapevolezza, offrendo una valida alternativa a chi di etichette, conformismi e stereotipi non sapeva più che farsene. Play qui.

2012 | Apollo Brown and O.C. – Trophies
Cosa accade quando un produttore attento, scrupoloso e diligente quale Apollo Brown incrocia uno dei migliori talenti emersi dalla crew Diggin’ In The Crates? Inevitabilmente, si alzano al cielo dei trofei, celebrando un album riuscito nell’intento di restituire prestigio a un autore molto più che sottovalutato, tra i più brillanti e al contempo dimenticati dell’epoca dorata del Rap. Omar Credle è in splendida forma, cala ogni asso lirico possibile nei sedici pezzi costituiti da classe metrica, grande creatività e momenti visionari, immersi in una capacità di coinvolgimento nientemeno che eccellente. Dalle profonde emozioni suscitate dal loop di “Prove Me Wrong”, complice un Apollo allora ancora ricco di freschezza, alla dinamicità di “The Pursuit”, fino alla grandezza nell’interattività tra parole e musica sprigionata da “The First 48”, ciascuno dei brani non spreca un singolo secondo, ogni beat è un esempio di ottimo taglia-e-cuci di ispirazioni Jazz, Soul e Blues, sopra i quali la voce, il carisma e la tecnica di O.C. veleggiano come fossero in mare aperto, sottolineandone ogni dote. Ancora oggi si ascolta tutto d’un fiato nella sua vicinanza alla perfezione, risultando tra i migliori dischi firmati da un mc finalmente posto sotto i riflettori che ha sempre meritato. Play qui.

2013 | Czarface – Czarface
La connessione nasce da tempi remoti, è infatti necessario risalire a “The Soul Pourpose”, quando Esoteric e Inspectah Deck scambiavano rime sul possente e ruvido beat di “Speaking Real Words”, gettando i presupposti per una collaborazione che avrebbe poi definito gli ultimi tredici anni di Rap underground. Czarface, combo tra 7L & Esoteric e uno dei membri più sottovalutati del Wu-Tang, nasce dalla profonda passione per i fumetti e dalla figura dell’anti-eroe, convogliando la sua mistica nell’ambito dei quattro quarti dando inizio a una saga quasi cinematografica che, seppur nei suoi alti e bassi, è stata capace di caratterizzare l’epoca ancora in corso. L’esordio del collettivo rimane il suo titolo migliore in assoluto, quello con la maggior freschezza di idee e suoni, un Rap grezzo, delizioso per com’è sporco, che estende l’ottima interattività dei protagonisti su lunga distanza, accogliendo ospiti di entrambe le fazioni (Ghostface, Vinnie Paz, Cappadonna) e altri tra i migliori del momento (Roc Marciano, Action Bronson, Oh No), per un collage di rime multisillabiche ad alto voltaggio e infiniti giochi di parole ricchi di similitudini, su una produzione curata da 7L e Spada4 (oltre a una letterale bomba di Premier). “Air ‘Em Out”, “Set It Off”, “Cement 3’s”, “It’s Raw” e tantissimi altri episodi rimangono indiscutibilmente degli autentici classici del Rap di oggi. Play qui.

2014 | Run The Jewels – Run The Jewels 2
A sedici mesi da un primo capitolo che per molti – noi compresi – aveva rappresentato una salvifica boccata d’aria fresca, Jaime & Mikey vestono di nuovo i panni dei Run The Jewels e, più che pubblicare un disco, lanciano un mattone contro la vetrina della scena musicale tutta, mandandola in pezzi. Chi ha voluto verificare il livello raggiunto da questi due artisti, è stato soddisfatto; chi è riuscito a mettere assieme tutti i pezzi del puzzle, collegando “Run The Jewels 2” alle precedenti esperienze dell’uno e dell’altro, al mazzo che si erano fatti nell’underground, alla voglia che avevano entrambi di proporre qualcosa di diverso, sì, ma sempre e comunque alle loro regole, si sarà ritrovato a gridare ohcazzosì! Questo disco, così come l’intera esperienza RTJ, è una benedizione per l’Hip-Hop, coronamento di sacrifici, impegno, tenacia e coerenza, zero scorciatoie e compromessi. Ce ne freghiamo di tutto e di tutti, sembrano dire El-P e Killer Mike; e allora sai che facciamo, dopo questo? Un disco di remix campionando versi di gatti e lo chiamiamo “Meow The Jewels”! E vaffanculo! Play qui.

2015 | L’Orange & Jeremiah Jae – The Night Took Us In Like Family
Tra gli artisti promossi dalla Mello Music verso il termine della prima decade degli anni ’00, quella di L’Orange è una figura più che determinante. Attrezzato di stuzzicante creatività narrativa, che traspone con notevole abilità tra le note campionate delle sue polverose produzioni, Austin Hart si è sempre reso responsabile di un comparto sonoro d’epoca, fruendo spesso di campioni risalenti ai primi decenni del secolo scorso abbinati a sezioni ritmiche compatte, col fine di sviluppare un preciso concetto tematico. La parte vocale è qui affidata a Jeremiah Jae, rapper che tesse le trame proposte sullo sfondo della sua Chicago riesumando storie in bianco e nero ispirate dalle vicende di Al Capone, recitando la sua parte in maniera esemplare e mantenendo la glacialità delle atmosfere grazie a un tono distaccato, privo d’emozione, per fornire maggiore effetto alle intenzioni del copione. Pare di assistere a un lungometraggio, caratterizzato da sensazioni d’ansia, pressione, pericolo, con una soundtrack maiuscola che si avvale di momenti strumentali di grande impatto emotivo, per come sanno trasmettere le sensazioni desiderate orchestrando opportunamente un album di comprensione non immediata, ma di pregevole fattura. Play qui.

2016 | Westside Gunn – FLYGOD
Avete presente quei momenti in cui qualcosa d’importante sta accadendo, episodi cruciali che ricadono nel corso degli eventi e direzionano in un senso o nell’altro la Storia? Ecco, Griselda Records può essere considerato un piccolo spartiacque nell’Hip-Hop degli ultimi quindici anni, perché c’è un prima e un dopo la sua irruzione nei meccanismi talvolta ingolfati del nostro genere preferito. Dopo un’iniziale ondata di mixtape e titoli in free download, la mente dietro il progetto GxFR pubblicava il suo esordio ufficiale, alzando l’asticella delle ambizioni e fracassando gli equilibri precostituiti. La scena non ha potuto far altro che assistere all’ascesa di Westside Gunn (con Conway The Machine e Benny The Butcher) e, come spesso accade, tentare di replicarne la formula, quella rilettura del Gangsta Rap che a sua volta oggi si è purtroppo incarnata in un cliché. Diffidate dunque delle imitazioni e tornate all’origin(al)e, perché i nove anni trascorsi sarebbero stati parecchio diversi senza “FLYGOD”. Play qui.

2017 | Roc Marciano – Rosebudd’s Revenge
Un importante quantitativo di materiale disponibile oggi ha una discendenza ben definita, perché – senza girarci tanto attorno – gli idoli del Coke Rap li ha generati lui, l’immarcescibile Roc Marciano. La sua è un’escalation progressiva, degna della cinematografia collegata a “Il Padrino” e affini: l’artista di Hempstead, Long Island, dopo aver tentato la fortuna con Flipmode Squad e The UN, si è ricavato una nicchia del tutto personale, ricalcata da molti senza però riuscire a offrire una personalità altrettanto carismatica. “Rosebudd’s Revenge” è oramai lontano dall’essenzialismo estremo del capostipite “Marcberg”, pur nel suo proporre una formula già sperimentata riesce però ancora una volta a colpire nel centro. Testi spinti all’eccesso per autoindulgenza e lussuria, creative similitudini, spocchia e carisma a fiumi, scenari espressi con una vocalità calma, pacata, una metrica curata nel minimo dettaglio e un pacchetto di beat – di Marciano stesso e personaggi a lui vicini, su tutti gli Arch Druids – che fa felicemente ritorno all’utilizzo della batteria, loop pitchati che rendono inconfondibile la colonna sonora delle avventure del pimp per antonomasia, suggellando l’ennesimo successo di una carriera che ha rivoluzionato un sottogenere. Play qui.

2018 | Masta Ace & Marco Polo – A Breukelen Story
A volte basta l’incontro giusto e il destino mette da sé le cose a posto. La fruttuosa collaborazione originata dall’indimenticabile “Nostalgia” si trasforma in un album vero e proprio, col quale Masta Ace e Marco Polo s’ingegnano nello sviluppo di un concept, come da tradizione stilistica di Ace, dirigendolo con impeccabile regia. Raccontando l’insediamento del produttore a New York, tra ricorsi storici e brani dedicati alla narrazione delle vicende che fanno da soggetto, il rapper trova una seconda giovinezza, esaltandosi in una parte di carriera perfino più soddisfacente della precedente, a riprova di una capacità linguistica lasciata inalterata dalle difficoltà e dalla maturazione. E’ altresì l’occasione per essere testimoni del passaggio da beatmaker a producer a tutto tondo da parte di Marco Polo, sensazionale nel suo saper accompagnare emozioni e sentimenti del disco con selezioni pertinenti, unite alla capacità di creare quei fat beats di cui, a suo tempo, è stato devoto fan. La profonda “Sunken Place”, la stupenda “Get Shot”, “The Fight Song”, animata con Pharoahe Monch, e l’inno “Breukelen” si sono cementificate quali nuove colonne nella discografia di entrambi. Play qui.

2019 | Nems – Gorilla Monsoon
Detto con un filo di amarezza, speravamo che “Gorilla Monsoon” potesse tradursi nell’inizio di una traiettoria di rilievo – così non è stato. Dopo una partenza in casa Creative Juices Music, Nems ha di fatto firmato il suo disco migliore, seguito dalla comunque riuscita parentesi dei Gorilla Twins con Ill Bill e una manciata di titoli piuttosto trascurabili. Il ragazzo sa come battagliare al microfono, ma riesce anche a trovare le parole giuste per raccontare qualcosa in più di sé; in Jazzsoon, poi, ha individuato un alleato straordinario, capace di fornirgli esattamente il sound asciutto e aggressivo di cui aveva bisogno. Il risultato, per dirla nella maniera più semplice possibile, è un album potente, che dosa davvero bene l’indole energica del rapper senza scadere nella gratuità di tanto hardcore. Non ci sembra abbia riscosso le attenzioni che meritava: vi regaliamo quindi l’occasione per rimediare a eventuali distrazioni… Play qui.

2020 | Freddie Gibbs and The Alchemist – Alfredo
Diciamoci la verità: prima di realizzare “Piñata” con Madlib, Freddie Gibbs era noto solo a una cerchia ristretta di appassionati che, dopo una prematura rottura con Interscope e l’avvicinamento a Young Jeezy, ne attendevano l’esordio a lungo rimandato. Ancora una volta, quel genio di Otis Jackson mischiò le carte in tavola e, in poco più di un lustro, il rapper di Gary (Indiana) mise a segno diversi colpi rilevanti. “Alfredo” fu forse il culmine di questo percorso, con le succulente spadellate di Alchemist a certificare, dopo anni di dura gavetta, lo status raggiunto dal protagonista. Scorbutico, feroce, letale; assieme ai soliti noti, Freddie Gibbs è tra le principali fonti d’ispirazione del Rap a tema gangsta dell’ultima decade e la sua collaborazione con Alc, replicata proprio di recente, si è fatta largo in un genere sì ingolfato, però ricco di episodiche sorprese. Alcuni piatti, in fondo, li conosciamo già, ma sono talmente buoni da non stancare mai. Play qui.

2021 | Evidence – Unlearning Vol. 1
Col senno di poi, non è difficile scorgere in “Weather Or Not” un momentaneo punto di approdo nella carriera solista di Evidence: a chiudere idealmente quel lungo tratto era una consapevolezza nuova, più affine alla sopraggiunta età adulta. Tre anni dopo, “Unlearning Vol. 1” raccoglieva i frutti di questa maturazione (non soltanto anagrafica) e – dopo la dolorosa perdita della compagna – collocava l’uomo Michael Perretta al centro di un disco che non sembrava nascere dalle esigenze passate. Con l’immancabile slow flow d’ordinanza, rinnovato il comparto delle collaborazioni sia al microfono che alle macchine, Ev dimostra di poter giocare anche una partita diversa, senza però snaturare di una virgola il proprio stile. Riuscire a fare tutto ciò a 45 anni, dopo una lunga militanza avviata già durante i fatidici novanta, è l’ulteriore segnale di una caratura artistica che non tutti sono in grado di raggiungere. Play qui.

2022 | Danger Mouse and Black Thought – Cheat Codes
Dopo la rapida sventagliata dei tre “Streams Of Thought”, Black Thought poteva tranquillamente calzare delle pantofole, godersi le meritate lodi e riposare un po’. Invece ha alzato ancor più l’asticella, assoldando Danger Mouse per un disco che fin dal primo ascolto si è rivelato delizioso. L’mc dei The Roots non aveva certo bisogno di dimostrare il proprio valore, vederlo lontano dalla sua storica band ha però permesso a quei pochi che non se n’erano accorti quanto valesse il suo enorme talento: Tariq è in assoluto tra i rapper più forti di sempre. Se poi al suo fianco c’è un produttore estroso, originale, in grado sia di pestare che di accarezzare con delicatezza ogni parola, è chiaro che il potenziale della combinazione cresca a dismisura. Pensando agli ultimi anni, non sono molti i dischi che possiamo dire di aver consumato; “Cheat Codes” figura tra quei pochissimi. Cult istantaneo (e capitolo due in arrivo). Play qui.

2023 | Dj Muggs, Madlib and Meyhem Lauren – Champagne For Breakfast
Poco frequente in ambito Hip-Hop (come dimostra anche quest’elenco), “Champagne For Breakfast” è espressione di una formula che ai soliti due addendi ne oppone tre: una coppia di produttori e un solo liricista. L’intesa non è scontata, ma – considerati i protagonisti – il risultato rispecchia senza margine d’errore le aspettative, sommando quasi algebricamente le loro rispettive attitudini. Dj Muggs e Madlib firmano tutte le strumentali come se fossero un’unica entità, innescando un intrigante gioco consistente nella difficile individuazione dell’una o dell’altra impronta, Meyhem Lauren ci mette la sua indole rude, già apprezzata nel corso di una carriera scandita con intelligente parsimonia. Il disco funziona proprio nella sua apparente linearità, è Hip-Hop fino al midollo e da lì non si sposta di un millimetro, non essendocene bisogno: la spiccata personalità del trio si riverbera in un’uscita di ottima fattura, fresca e frizzante come una bottiglia appena stappata. Play qui.

2024 | Common and Pete Rock – The Auditorium Vol. 1
E’ ancora nitido nei ricordi il momento in cui “Wise Up” passò nelle cuffie la prima volta, accompagnata dal pensiero che l’atteso album collaborativo tra Common e Pete Rock potesse rivelarsi speciale. La prova del tempo ha dimostrato la tesi, un progetto che era possibile comporre solo con esperienza e saggezza, qualità di cui entrambi i protagonisti dispongono in generose quantità. Laddove Pete Rock non si accontenta di essere uno dei più grandi produttori Hip-Hop mai esistiti, ampliando, se possibile, la gamma di fonti da cui attingere con loop che vanno dal Sud America alle chitarre acustiche, passando come sempre dalla grande tradizione black, Common crea la migliore delle intersezioni possibili grazie alla sua calda vocalità, giocando coi termini con stordente semplicità e affrontando tematiche di sensibilità con un tatto raro. “The Auditorium Vol. 1” è la dimostrazione che il talento vero non svanisce con l’ingrigire dei capelli, trova nuove strade per manifestarsi e si propone con coscienza diversa, fornendo lezioni di classe da cui ancora pochi prendono i dovuti appunti. Ritrovarli assieme con un disco del genere, a trent’anni dai loro migliori successi di carriera, è semplicemente meraviglioso. Play qui.

2025 | De La Soul – Cabin In The Sky
I De La Soul si sono sempre distinti per la loro indipendenza, creatività e intelligenza, non mancando di farlo anche senza un angolo fondamentale del triangolo che formava il magic number. Ispirato da una pellicola degli anni trenta, “Cabin In The Sky” è strutturato con coerenza e stupefacente nell’esecuzione, un disco profondamente emozionante per il suo saper andare più in là del semplice ricordo di Dave Jolicoeur aka Trugoy The Dove, il quale è presente a tutti gli effetti e non solo parte postuma di un album che elabora il lutto, cerca di comprendere le motivazioni di certi eventi e, soprattutto, guarda avanti con fiducia e convinzione. In un lavoro che vede la partecipazione di un cast di stelle tanto nella produzione quanto al microfono, la scrittura di Posdnuos è l’eccellente protagonista, affronta dolore, gioia, ricordo, esce rinnovato dalla terribile perdita avuta, facendo di lui il protagonista primario di una collezione di brani di settanta minuti che assorbe influenze da qualsiasi genere venga in mente, senza crearsi barriere nel segno di ciò che i De La sono stati e continueranno a essere. Play qui.