The Best Of 2017: l’opinione della redazione

BRA

USA: se il miglior disco che ho ascoltato durante il 2017 è uscito il 25 dicembre del 2016, la mia opinione globale sull’andamento dell’anno si può desumere facilmente di conseguenza… Va da sé che il titolo sia “Run The Jewels 3“: loro non ve li presento più, perché sapete tutto quel che c’è da sapere, ma confermo quanto scrissi a suo tempo, ovvero che i Run The Jewels sono la cosa migliore capitata all’Hip-Hop da cinque anni a questa parte.
Un podio vero e proprio, invece, fatico a strutturarlo con precisione, perciò mi limito a segnalare quei titoli che ho apprezzato più di altri e che, se vi fossero sfuggiti, secondo me dovreste recuperare: “Blue Chips 7000” di Action Bronson, esattamente il disco che vorremmo ascoltare da Arian, ruvido, eccessivo e prodotto davvero bene, un piatto grasso e ricco di sughetto per una scarpetta coi fiocchi; “All The Beauty In This Whole Life” di Brother Ali, un progettino realizzato a regola d’arte e di cui è facile apprezzare tanto le liriche adulte dell’mc quanto i beat abbastanza melodici e ariosi di Ant; “Words Worth A Thousand Pictures” di Hex One, combustibile per ogni nostalgico che si voglia definire tale (i fiati Jazz e i breakbeat sono degli orgasmi multipli!), nonché conferma di un talento vero al microfono, perché il buon rapper degli Epidemic nello zainetto ha una collezione infinita di rime; infine “Gems From The Equinox”, combo che affianca l’infaticabile 49enne Dj Muggs a un Meyhem Lauren cui si presenta un’occasione d’oro, quella di scostarsi quanto basta da un percorso finora più promettente che costante, grazie a un intreccio musicale nero e denso come la pece (ne riparleremo presto…).
Menzione speciale per “Return To The 37th Chamber” degli El Michels Affair, perché è la solita figata suonata coi cosiddetti controcazzi.

ITALIA: che l’Hip-Hop italiano non abbia più un profilo univoco lo sappiamo già da tempo; lo diciamo con neutralità, senza accenti negativi o positivi, ma confermando qualche perplessità sulla capacità che ha il genere – nelle sue varianti meno tradizionali – di stuzzicare l’ascoltatore ad approfondire la conoscenza di una Cultura che non può essere ridotta a un paio di hit da milioni di click su YouTube.
Fatto sta che in ambito casalingo i titoli italiani che ho più apprezzato sono: “The Irhu experience” di FFiume, prova deliziosa al fianco di un altrettanto bravo Irhu, intesa superlativa, rime e rotondità musicali di primissima qualità, tradizione e modernità in un sol colpo, amore a prima vista; “V” di Ensi, forse il suo disco migliore di sempre e al tempo stesso quello della definitiva maturità, ci sono i contenuti, c’è dell’ottimo Rap e ci sono anche dei beat attualissimi da gustare a tutto volume; “XVI round” dei Banana Spliff, ritorno più che necessario per O.P., Drugo, Irakeno e Oskie, ricetta infallibile ma sempre fresca, perché il buon Rap e i bei sample non hanno data di scadenza. Per completezza, consiglio comunque di ascoltare “L’era della bestia” di Jangy Leeon, “Veecodin” di Lethal V e “Amor&odio” dei Romanderground.

MISTADAVE

Con un pizzico di amarezza devo denotare la generale assenza di mordente per un 2017 fatto di uscite incolori, incapaci di dare una spruzzata di originalità a un panorama ultimamente un pò desolante. Nella negatività vanno comunque ricercate sempre le positività – e le poche che ho trovato sono assolutamente meritevoli di stazionare nelle righe che seguono.
Il mio titolo di disco dell’anno lo attribuisco al bravo M-Dot, perché il suo “egO anD The eneMy” possiede tutte le qualità per primeggiare. C’è un concept molto valido alla base, un legame significativo tra i pezzi, la capacità di tenere incollato l’ascoltatore destando continuamente interesse, ma soprattutto c’è un mc di quelli veri, in grado di fagocitare sillabe come se piovesse mettendo in primo piano tecnica e capacità di dizione, avvalendosi di un team di produzione composto da veterani del gioco e validi esponenti della scena attuale, i quali offrono del loro meglio per far emergere il talento in dote a una figura destinata a far parlare ancora molto di sé.
I meriti tecnici sono simili, ma il background musicale è nettamente differente. In occasione della recensione del suo “Words Worth A Thousand Pictures” avevamo detto che Hex One costituisce una forte speranza per l’Hip-Hop: grande è difatti la sua capacità di scrivere un album con un tasso di tecnica lirica sistematicamente alto, un’impresa mica da ridere, un segnale di vivacità che deve sottolineare un messaggio forte, quello di continuare a lavorare per migliorarsi senza accomodarsi sul proprio già grande talento. Magari l’impianto sonoro non è esattamente attuale, la produzione è spiccatamente anni novanta – e comunque per chi scrive questo è un plus e non il contrario; in ogni caso Hex One ha ricordato a tutti cosa sia l’essenza del fare Hip-Hop, sottolineando ancora una volta quanto scarsi siano invece gli artisti che tutti vogliono far passare per big.
La terza scelta che va a completare il podio la voglio assegnare agli Snowgoons, che magari non avranno offerto chissà quale novità ma spingono instancabilmente il talento vero, proponendo stavolta un suono coerente con le loro radici e che sa anche deviare impercettibilmente, però molto significativamente. Il producer album – vedi “Goon Bap” – non è proprio tra le mie preferenze assolute, perchè i rischi che si porta appresso sono ben noti; eppure quando si possono apprezzare blocchi granitici come questo composti a base di fat beats e fat rhymes non ci sono discorsi che tengano. E questa crew europea, così vicina a noi, ha dimostrato ancora una volta di possedere la credibilità necessaria per attirare i migliori artisti che invece da noi sono così distanti.
Menzione d’onore obbligatoria, infine, per Mc Eiht, “Which Way Iz West” l’abbiamo atteso tanto e non è il solito disco da veterano bollito, Eiht ha ancora parecchia energia da offrire e Brenk Sinatra è il produttore perfetto per costruirgli attorno un suono non troppo pesantemente west, che sa trarre elementi anche dall’altra costa americana. Quando un artista sa come tenere viva la sua leggenda anche dopo aver già dato il meglio, merita solo rispetto.

MR. BUSHSDOC

Il 2017 del Rap italiano è stato un anno abbastanza sterile. Tra trappate estemporanee e con poca presa – quante di queste avventure avranno futuro? Quante verranno ascoltate ancora nei prossimi anni? Ha ancora senso farsi queste domande? – e rappate già sentite e risentite, troppo spesso impaurite dal nuovo – o conquistate acriticamente e superficialmente da questo – , l’ascoltatore appassionato ha poco a cui aggrapparsi. La mia top 3:
1) Casa Degli Specchi, “La vita (una saga coi baffi)“, per la forte personalità, l’originalità e le basi fatte come Dio comanda;
2) Egreen, “More hate“, perché, checché se ne dica, è il Rap fatto uomo;
3) Fabri Fibra, “Fenomeno“, perché nel bene e nel male ogni suo disco finisce per essere il più rappresentativo, letteralmente, del Rap nostrano.
Menzioni d’onore: Claver Gold, “Requiem“, perché nessuno ha avuto il coraggio di esporsi così tanto; FFiume, “The Irhu experience”, perché lo stile è lo stile; Ensi, “V”, perché non fa altro che maturare e migliorare.

LORD 216

USA: tocca dirlo, Prodigy addio. Toccherebbe pure dire che sono usciti Jay-Z, Kendrick Lamar e così via, ma noi ce ne fotteremo beatamente e andremo a nominare i soliti dischi sfigati che ci piacciono a noi ma non si caga nessuno (probabilmente perché non tutti odiano l’evoluzione come noi. E Trump. Ma questo è un altro discorso…).
Amen.
Roc Marciano, “Rosebudd’s Revenge“. Perché tutto quello che fa Roc Marci dovrebbe essere insegnato nelle scuole. Oddio, magari insegnato proprio nelle scuole no, che poi i bambini invece che fare oooh e far contento Povia, la CEI e diversi fasciumi, fanno incastri multisillabici con lo street talking più crudo dell’emisfero occidentale, pistole, droga, soldi, bagasce e altre amenità. Comunque Roc capo sempre, credibile pure se rappa sulla mazurca, il giorno che fa uscire “Metal Clergy” con KA sacrifico in suo onore 100 buoi.
Lil Eto & V Don, “Omertà: The Film“. S’è capito che a me piace il Rap niuiorchese dove i niuiorchesi fanno storiacce? Se non si fosse capito, capitelo. Sì, ok, V Don non è più quello di “Sidewalk Exec”, gli è venuta la sindrome di Alchemist e così via. Vabbè. Quindi? Gli ha cacciato dei beattoni, Eto ci stileggia sopra, aggiungere bustine, pistole e casini qb (quanto basta, non Queensbridge), mescolare e servire a un angolo di strada. Giao.
Poi che dire, purtroppo il Wu-Tang, Jonwayne, G Rap, Mc Eith, Hus Kingpin, “RTJ3”, Rude One, $ha Hef…ok, ma il 2017 è stato l’anno di Griselda. Westside Gunn, Conway, Benny: scegliete voi. I vari Steroids, “HWH 5″…raga, è uscito “G.O.A.T.” di Conway che è letteralmente oltre. Questi fanno il cazzo che vogliono e non sembrano minimamente intenzionati a diminuire né la quantità, né la qualità delle uscite. Che bello!

ITALIA: Eh? Allora:
Cali, “L’uomo con due cuori“. Perché Cali rappa da Dio e se ne fotte come pochi di compiacere gli ascoltatori. E nonostante questo riesce a fare una bomba di disco. Parlando esclusivamente di cazzi suoi. Eroe.
Dani Faiv, “The waiter“. Sì, avete letto bene. Ora, prima che mi pialliate i coglioni con la Trap e mica Trap e le treccine colorate e i ricchi cazzi che danzano, ascoltate ‘sto disco e ditemi in quanti a vent’anni o poco più hanno uno stile definito, personale e figo nel Rap italiano. Eh, ma con Smizy e la Machete dietro son buoni tutti; possibile, ma io non ho visto uscire i dischi di tutti. Bacioni.
Dj Yodha, “Heroin“. Mentre tutti si contano le views a vicenda (ricordandomi curiosamente quello che si fa nei bagni dei maschietti alle elementari col righello), c’è gente che fa della gran bella musica. Che io fossi in voi ascolterei. (Prima che lo diciate, sì, c’è Lil Pin. E se c’è Lil Pin per me metà del lavoro è già fatta).
Ora, per farvi contenti: il 1997 era meglio, la Trap fa venire il varicocele, diatriba realness vs. centri sociali, fare soldi col Rap è sempre sbagliato. Che non vorrei mai pensiate che diventiamo un media di settore come gli altri, eh. Buona Pasqua.

LI9UIDSNAKE

E anche il lungo 2017 è finalmente pronto per gli archivi. Un anno come tanti altri; con diverse perle, qualche capolavoro, tanta (ma tanta) mediocrità e le inevitabili delusioni. Tralasciando per una volta le tediose classifiche di chiusura del bilancio – quelle top 3, 5, 10 d’ordinanza che addobbano il numero di dicembre di ogni magazine musicale – e ripercorrendo al volo gli ultimi dodici mesi, ci sono due o tre tendenze che è giusto rilevare. Partendo dai cosiddetti piani alti, il 2017 ha riconfermato/ritrovato due punti cardinali imprescindibili per la scena, il primo con “DAMN.” di un Kendrick Lamar sempre più coraggioso nel perseguire la propria visione, del tutto incurante della gradazione di verde dell’erba del vicino, il secondo con “4:44” di Jay-Z, che a 47 anni (ora 48…) si è fatto nuovamente uomo, chiarendo una volta per tutte che il peso specifico del Rap non si misura in primavere. Per quanto riguarda i due veri capolavori dell’annata è però necessario scendere di qualche gradino al di sotto dell’attico dominato dalla spotifycrazia del mercato. E’ li che si trovano la terza opera dei Run The Jewels, che oramai (mettiamoci pure “R.A.P. Music”) vantano la discografia più solida nella storia del genere (roba che non abbassi la media nemmeno infilandoci in mezzo un paio di “Nastradamus”), e “Laila’s Wisdom” di Rapsody, per motivi già chiariti dal sottoscritto nelle dovute sedi. Un plauso infine – prima delle menzioni d’onore – va nuovamente alla nicchia britannica targata High Focus, che con “Mansion 38” (Jam Baxter), “#LP4080” (Strange U) e “Good Evening” (Verb T & Pitch 92) ha saputo mantenere l’asticella altissima per il terzo anno consecutivo.
Chiudiamo con qualche medaglia al merito: Action Bronson (“Blue Chips 7000”), Vince Staples (“Big Fish Theory“), Big K.R.I.T. (“4eva Is A Mighty Long Time“), la Duck Down (per il lavoro stupendo svolto per confezionare “Imperius Rex“) e infine Black Thought…che in diretta su Hot 97 si è portato a casa il banco del 2017 con la strofa dell’anno.

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