Tanya Morgan – YGWY$4

Voto: 3,5

Donwill e Von Pea non amano prendersi particolarmente sul serio e se in tutti questi anni di attività – ne sono passati ben quindici dalla formazione del nucleo originario – sono riusciti a farvi cadere almeno una volta nel loro trabocchetto preferito, parte della loro missione può allora considerarsi portata a termine con successo. “Tanya Morgan Is A Rap Group”, ne hanno persino ricavato il titolo di un loro vecchio mixtape: niente ipotetiche cantanti di Soul o Blues che si celano dietro mentite spoglie, bensì due ragazzi – inizialmente tre – capaci di avviare un percorso artistico poco conosciuto ma assai longevo, che trova le sue radici nell’oramai lontano 2003, quando attraverso le funzionalità interattive del sito okayplayer.com si trovò il modo di annullare le distanze tra Cincinnati e New York, i rispettivi luoghi di provenienza dei nostri protagonisti.

Un incontro generato, come tanti altri, grazie all’ausilio di internet, attraverso il quale si poteva usufruire della possibilità di scambiarsi mail zeppe di beat e strofe, passi immediatamente precedenti alla realizzazione delle prime registrazioni grezze, un metodo più che ideale per risparmiarsi i classici viaggi a metà strada che le scarse economie dell’epoca non avrebbero in ogni caso consentito. Nonostante ciò, il progetto Tanya Morgan è cresciuto in maniera prolifica pur trovandosi di fronte alle tipiche difficoltà di chi è costretto ad arrangiarsi con mezzi propri (Ilyas abbandonò le sue aspirazioni artistiche oramai nove anni or sono, dopo aver compreso che aveva bisogno di un lavoro fisso per mantenersi economicamente), fatto che non ha impedito la costruzione una discografia composta da una mezza dozzina di EP, due mixtape e cinque album ufficiali.

“YGWY$4” (acronimo di you get what you paid for) rappresenta l’ennesima pulsazione della vena ironica del gruppo, anche se il suo substrato concettuale rivela una sostanza ben più seria. Se da un lato è facile notare uno scimmiottare dei caratteri semi-geroglifici che compongono i titoli di diverse pubblicazioni recenti e la messaggistica adolescenziale, dall’altro l’invito è quello di riflettere sull’utilizzo che tutti facciamo oggi della musica, scaricandola gratuitamente, macinandola in brevissimo tempo per poi fagocitare con ingordigia il prodotto successivo senza gustarla a fondo, invitandoci a pensare per un secondo al costo sostenuto per la sua realizzazione dall’artista che l’ha prodotto sia in termini di investimento monetario che in sacrifici di tempo.

Il succo di passaggi coerentemente esemplificativi come “VPND” – quattro lettere messe lì non proprio a caso, come capirete dal ritornello – è racchiuso esattamente qui, ci si avvale di ogni possibile strumento per farsi forza in un’epoca storica in cui l’artista di basso profilo deve vivere alla giornata senza poter programmare il futuro con precisione, conscio del fatto che la sua roba se la filano in pochi e i soldi veri si fanno perdendo la dignità a forza di compromessi; e ci si ferma a riflettere se davvero valga la pena sbattersi così tanto per un sogno che altri realizzano superando quantità di ostacoli assai inferiori.

Il pretesto di citare – appunto – uno degli episodi maggiormente coscienziosi ci consente di sottolineare ciò che abbiamo più apprezzato di Donwill e Von Pea, assai versatili quando si tratta di mantenere attento l’ascoltatore, sia che si tratti di prendere in giro gli altri, sia che i bersagli siano proprio loro stessi, alzando di continuo la catena che separa divertimento e ambiguità, però mantenendo viva una certa maturità per rientrare nei ranghi quando la situazione lo richiede. E’ indubbia la loro bravura nel raffigurare un determinato simbolo col giusto tocco di humour e utilizzarlo contemporaneamente come pretesto per indicare la propria condizione, obiettivo raggiunto su entrambi i principali singoli estratti dal lavoro (“Trunk Shit” e “Louder”), nei quali lo spasso generato dal racconto di autoradio in non perfette condizioni di salute e fieri conteggi di banconote da dieci dollari lascia scoperti dei limiti ben precisi.

Persino il tema donne – storica roccaforte argomentativa del gruppo – vede la costruzione di vertici esilaranti grazie a episodi del tutto equivoci come “Dirty Stayout”, situazioni aperte a ogni tipo d’interpretazione come l’interessante “Slow Me Down” (lode al featuring di Jermiside, peraltro, che spacca alla grande…), ma anche il riesame di “Peppermint”, nella quale subentra un sentimento di rimorso per decisioni sentimentali non sempre perfette. E’ un valore aggiunto importante, in quanto essenziale per bilanciare una prestazione lirica generale molto consistente seppur priva di particolari elevazioni tecniche, ma anche perché aiuta a inquadrare i Tanya Morgan in quel novero di artisti di successiva generazione direttamente influenzati dalla Native Tongues, dei quali si intravedono chiari sprazzi sia che si valuti la decisione di arricchire il contesto generale di skit tematici degni di “De La Soul Is Dead”, sia che ci si trovi a condividere l’impressione che particolari soluzioni – ad esempio “Dirty Stayout”, dove Donwill offre pure una timbrica simile a quella di Posdnuos – avrebbero ben figurato in “The Grind Date”. E se di ciò sono perfettamente consapevoli anche i diretti interessati (<<they say that we a tribe called de la, or smaller little brother/all i know is that we do it better than the others>>), significa che le sensazioni sono proprio quelle giuste.

Seppure non tutti i beat offrano lo stesso livello di soddisfazione, resta il fatto che “YGWY$4” riesce spesso a fornire una percezione rigenerante; i risultati migliori giungono difatti quando si combinano strutture possenti alla pulizia dei suoni, lasciando a bassi e sintetizzatori un ruolo preminente, accompagnandoli a sezioni ritmiche in grado di alzare letteralmente la polvere da terra – un compito che Astronote, ad esempio, porta a termine con successo. Particolarmente gradevoli sono pure le composizioni che si avvalgono di melodiche linee di pianoforte per tratteggiare un boom bap di stampo odierno, sottolineando un momento topico del disco nel quale l’autocelebrativa “Ahead Of You” e la profonda “Trasplant Anthem” vedono Von Pea e Donwill suddividersi un breve momento solista sprigionando la propria individualità, messa a disposizione del collettivo; ad ogni buon conto, nel menu non mancano piatti conditi alla vecchia maniera – quasi a ricordare i primi, rudimentali passi fatti assieme, a giudicare dalla bassa fedeltà della produzione – cogliendo al volo l’opportunità di celebrare il temporaneo ritorno di un Ilyas che ruba la scena sin dalle prime linee con la sua dialettica svelta (<<Ilyas, really I’m still part of the familia/girls scream my name like I’m Beetlejuice/will you be my Lydia?>>“Filthiest aka LESSLOWITT!!”), facendo ben sperare per un ritorno a una formazione di tre elementi.

L’impressione finale è quella di un disco che esegue il suo compito molto bene senza eccellere in nulla, il quale predilige l’arguzia lirico/concettuale rispetto alla tecnica pura, capace di offrire una struttura sonora molto solida e in grado di soddisfare palati differenti. Se è vero che si riceve sempre in cambio un giusto valore rispetto a ciò che si è pagato, in questo caso è bene cominciare a pensare di mettere mano al portafogli e fare spazio tra i propri scaffali, dato che la soddisfazione è certamente garantita.

Tracklist

Tanya Morgan – YGWY$4 (No label 2017)

  1. Started
  2. Dirty Stayout [Feat. Afaliah]
  3. VPND
  4. Trunk Shit
  5. Louder
  6. Slow Me Down [Feat. Jermiside]
  7. Cold Modelo
  8. Ahead Of You
  9. Transplant Anthem [Feat. Lee Sissing]
  10. Peppermint [Feat. Sunny Jones and Cyren Young]
  11. Filthiest aka LESSLOWITT!! [Feat. Ilyas]
  12. Finish Line [Feat. Cyren Young]

Beatz

  • Astronote: 1, 9, 12
  • Nick Smith and Fresh Sinatra: 2
  • RoddyRod: 3
  • Aeon: 4
  • Brick Beats: 5
  • Quelle Chris: 6
  • Kev Brown: 7
  • Ace Hashimoto: 8
  • Von Pea: 10, 11

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