Pusha T – Daytona

Voto: 4,5

Il modus operandi è sempre stato il medesimo, sin da quando ha sciolto il cartello con cui – per oltre un decennio – ha immesso sulla scena il proprio prodotto assieme al fratello maggiore. Prima il ritiro in laboratorio, poi il ritorno sul mercato con una nuova partita di merce e via di nuovo nell’ombra a cucinare una nuova infornata. A ogni giro sempre più pura rispetto alla precedente.

Non facciamo confusione: Pusha T (o Pusha-T nuovamente col trattino) non ha mai spacciato polvere di calcinacci come fanno alcuni suoi colleghi, ma con Daytona ha trovato la formula della sua personalissima Blue Sky. Concentrato in sole sette tracce e interamente prodotto da un Kanye West in overdose da “Hell Hath No Fury”, si tratta di un album che dura solo ventuno minuti ma pesa come uno di sessanta. E non sorprende che la collezione estiva G.O.O.D. Music (che, tra le varie cose, ha in calendario anche il ritorno di un certo Nas…) sia stata lanciata proprio a partire da qui.

Tocca attendere una trentina di secondi in cui la voce di Pusha risuona solenne nel vuoto pneumatico prima che le schegge di Prog Rock annata ‘72 – strappate dallo sconosciuto 45 giri di una band scolastica stampato in sole 500 copie – esplodano cospargendo il pentagramma e illuminando l’elegante passerella di If You Know You Know. <<A rapper turned trapper can’t morph into us/but a trapper turned rapper can morph into Puff/dance contest for the smokers/I predict snow, Al Roker/I only ever looked up to Sosa/you all get a bird, this nigga Oprah>> recita con il consueto ermetismo, tracciando barra dopo barra quei paralleli tra Rap e cocaina sdoganati per la prima volta un quarto di secolo fa da Raekwon e Ghostface Killah.

E anche oggi, proprio come allora, a contare è ogni singolo grammo. Un credo che troviamo racchiuso in quel <<the scale never lies>> che Pusha enfatizza senza sosta nelle tre strofe di The Games We Play. Un piccolo affare di famiglia su misura per il suo pubblico; i <<mud-made monsters, who grew up on legends from outer Yonkers>>, quelli che versano di nascosto una lacrima dalla coda dell’occhio nell’ascoltare la citazione di “Politics As Usual” appesa all’entrata della terza stanza. E due paroline è giusto spenderle anche sul beat: senza scendere tediosamente nel tecnico sul taglio dei sample, è probabile che a fine sessione l’AKAI di Kanye sia stato sottoposto all’esame delle urine.

L’egotistico producer di Chicago, che concede una breve apparizione al microfono in What Would Meek Do? (scatenando per qualche istante legittime preoccupazioni con quel <<Poop, scoop!>>), pesca un altro paio d’assi con Santeria, disegnando prima un esotico alone rituale (campionato da un vecchio pezzo di Lil’ Kim e Biggie) per poi tradurlo in un funereo cerimoniale di vendetta e morte. <<Dress you in all black, partnered with All Saints/our numbers is all facts, my shooters give all thanks/and all praise, no jail bars can save/leave you like Malcolm where X marks your grave/hey, it’s probably better this way/it’s cheaper when the chaplain prays>> rappa il sicario della G.O.O.D. Music, facendo una promessa a un amico strappato alla vita prima del tempo.

Nonostante l’età e uno status pressoché inattaccabile, Pusha continua a calcare e donare peso a ogni singola parola pronunciata. I tempi di “Grindin’” sono oramai un lontano ricordo, eppure quella fame è sopravvissuta (per non dire cresciuta) con l’avvicendarsi delle stagioni. E’ evidente nel finale della già citata Santeria tanto quanto nella conclusiva Infrared, una lunga strofa dedicata al tiro al bersaglio sui soliti noti (<<The game’s fucked up/nigga’s beats is bangin’, nigga, ya hooks did it/the lyric pennin’ equal the Trumps winnin’/the bigger question is how the Russians did it/it was written like Nas, but it came from Quentin>>) che ha riacceso la miccia, stanato la preda e dato il via in poche ore a un’escalation di violenza verbale a cui l’Hip-Hop non assisteva dai tempi in cui Jay-Z e Nas si incrociarono in singolar tenzone.

Come ogni buon imprenditore di strada, Pusha T ha imparato a conoscere la sua clientela come il palmo delle proprie mani: sa cosa vogliono e soprattutto sa come darglielo. Certo, c’è voluto del tempo (il disco era pronto all’uscita un anno fa, prima che Kanye ponesse il suo personale veto), ma con l’estetica raffinata garantitagli dal produttore è riuscito a immettere sul mercato la forma più pura e potente della sua arte solista: “Daytona” è un alcaloide di primissima qualità.

Tracklist

Pusha T – Daytona (G.O.O.D. Music/Def Jam Recordings 2018)

  1. If You Know You Know
  2. The Games We Play
  3. Hard Piano [Feat. Rick Ross]
  4. Come Back Baby
  5. Santeria
  6. What Would Meek Do? [Feat. Kanye West]
  7. Infrared

Beatz

  • Kanye West: 1, 6, 7
  • Kanye West and Andrew Dawson: 2, 4
  • Kanye West and Mike Dean with the co-production by Andrew Dawson: 3
  • Kanye West with the co-production by Mike Dean: 5
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