Pete Rock – Soul Survivor

Voto: 5

Ci sono annate che mantengono, nel bene o nel male, una valenza superiore nello scandire la cronistoria dell’Hip-Hop. E non si parla (solo) dei dischi pubblicati, quanto piuttosto di veri e propri mutamenti geologici del clima musicale. Il 1999, suo malgrado, fu proprio uno di questi momenti, l’anno della spaccatura netta, in cui l’iniezione di milioni e milioni di dollari dilatò quella crepa che aveva iniziato a formarsi un paio d’anni prima.

L’anno che segnò il ritorno definitivo di Dr. Dre al vertice della catena alimentare, che sotto braccio introdusse al mondo un Eminem che avrebbe dominato le classifiche del lustro seguente. L’anno di “Forever” di Puff Daddy. L’anno in cui Jigga e Nas, in ossequio al dio denaro, sbatterono (terapeuticamente) il muso sul fondo delle rispettive discografie. L’anno del grande scisma, in cui la fetta integralista della scena si trasferì definitivamente sotto la superficie (GZA docet, anche lui proprio quell’anno), innescando una reazione a catena di fertilità sperimentale, al riparo dall’olezzo della pecunia, che in pochi mesi vide la genesi di pilastri di un nuovo ecosistema quali “Operation: Doomsday”, “My Vinyl Weighs A Ton”, “As The World Burns”, “Things Fall Apart”, “Focused Daily” e qualche altro titolo che sicuramente ora sto dimenticando.

Poche settimane prima di quella nuova e irreversibile svolta, un ultimo disco – troppo spesso dimenticato nelle discussioni, all’ombra di una stagione musicale tra le più ricche di quel decennio – segnava il calare del sipario. Soul Survivor è tutt’oggi il testamento di un’era che già all’alba del nuovo millennio pareva essere oramai incredibilmente lontana. Un compendio di tutti (o quasi) i colori che hanno affrescato le strade della costa dell’Atlantico nel corso dei ‘90; pigmenti sonori che lo stesso Pete Rock ha per buona parte miscelato e perfezionato.

Perché al suo primo appuntamento da solista, quell’allora ventottenne del Bronx già era una leggenda. E quale occasione migliore se non quella, quindi, per farlo ben presente a tutti? Per ben 74 minuti di fila Pete non si risparmia al campionatore, intrecciando in armonia frammenti oscuri e spesso inidentificabili, scalpellati da qualche polveroso solco, a giri di batteria da virtuoso delle bacchette. Ancora oggi, a vent’anni esatti di distanza dalla loro pubblicazione, quando sento passare in cuffia l’esplosione cromatica di “Mind Blowin’ – ricamata ad arte, tra sassofoni e xilofoni, con ritagli di Hubert Laws, James Brown e Jamiroquai – o il boom bap immacolato di Da Two (una reunion clamorosa ai tempi) vedo la proverbiale scintilla riprendere a brillare come se fosse la prima volta.

Pete rifugge la banalità, ma non la semplicità. E pur premettendo che nel 2018 è inutile – e, non giriamoci attorno, anche un po’ noioso – mettersi col microscopio ad analizzare con minuzia il modo in cui il Chocolate Boy Wonder armeggia tra bisturi, ago e filo, è difficile restare indifferenti quando ti viene servito un groove medievale in quattro quarti come quello di The Game; poi macellato a dovere a turno da Raekwon, Prodigy (R.I.P.) e Ghostface in formato vintage, che stendono i tappeti rossi concedendo la passerella trionfale al Nostro. Ancor più brutale è l’intervento di Giancana sui resti riesumati della sua “Truly Yours”, che scarica sedici barre scamiciate a bruciapelo sul beat e si porta a casa l’ennesima sacca mortuaria senza battere ciglio.

Tocca quindi citare anche le giravolte acrobatiche di Method Man sui velluti orientali di “Half Man Half Amazin’; l’eleganza di O.C. che veste il suo miglior completo per sfilare su un tappeto in pieno stile D.I.T.C.; e la combo tra Deck e Kurupt, che nell’ipercalorica Tru Master seviziano metriche come fecero alcuni anni prima nell’orgia lirica di “Got My Mind Made Up”. E pensare che mancano ancora all’appello Black Thought, Big Pun, Sticky Fingaz, Tragedy (Strange Fruit è lercia quanto una pozzanghera nel cortile delle Queensbridge Houses) e Common. La lista degli invitati è di quelle da capogiro e nessuno si accontenta di far presenza: niente scarti né strofe riciclate (e ‘sti cazzi dirà qualcuno, era il ‘98, mica il 2018!), qui la guerra per sovrastarsi l’uno con l’altro è costante. E ognuno di loro è stato messo nelle condizioni migliori per farlo, per la serie fate pure come se foste a casa vostra. Che padrone di casa esemplare, il Signor Rock…

Tanto è cambiato nel corso di questi due decenni. E chissà quante altre volte osserveremo l’Hip-Hop mutare la propria forma nel corso dei prossimi due. Sempre più bardato di diamanti, quadranti da mezzo chilo e catenoni d’oro, chiamati (spesso) a rimpiazzare quella brillantezza che un tempo scaturiva naturalmente dalla musica. Quella che “Soul Survivor” – un vero e unico sopravvissuto, come l’omofonia suggerisce – sprigiona ancora oggi. Così come faceva nel 1998. Così come farà nel 2038.

Tracklist

Pete Rock – Soul Survivor (Loud Records 1998)

  1. Soul Survivor Intro
  2. Tru Master [Feat. Inspectah Deck and Kurupt]
  3. Half Man Half Amazin [Feat. Method Man]
  4. Respect Mine [Feat. O.C.]
  5. Tha Game [Feat. Raekwon, Prodigy and Ghostface Killah]
  6. #1 Soul Brother
  7. Rock Steady Part II [Feat. Lord Tariq and Peter Gunz]
  8. Truly Yours 98 [Feat. Large Professor and Kool G. Rap]
  9. It’s About That Time [Feat. Black Thought and Rob O]
  10. One Life To Live [Feat. Mc Eiht]
  11. Take Your Time [Feat. Carl McIntosh and Jane Eugene]
  12. Mind Blowin’ [Feat. Vinia Mojica]
  13. Soul Survivor [Feat. Ms Jones]
  14. Da Two [Feat. C.L. Smooth]
  15. Verbal Murder 2 [Feat. Big Punisher, Noreaga and Common aka Willie Stargell]
  16. Strange Fruit [Feat. Tragedy Khadafi, Cappadonna and Sticky Fingaz]
  17. Massive (Hold Tight) [Feat. Heavy D and Beenie Man]

Beatz

All tracks produced by Pete Rock except track #3 produced by Grap Luva and co-produced by Pete Rock

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