Naughty By Nature – Naughty By Nature

Voto: 3,5

“O.P.P.”, “Hip Hop Hooray”, “Uptown Anthem”…quante hit di proporzioni colossali hanno confezionato i Naughty By Nature negli anni novanta?! Sono pezzi che hanno indelebilmente segnato un’epoca grazie all’indiscutibile talento del carismatico Treach E alle felici intuizioni di Kay Gee (di Vinnie, francamente, non sapremmo quale contributo evidenziare…), cui vanno aggiunti il riconoscibilissimo logo, le mazze da baseball, i timb boots e i catenacci al collo per non dimenticare la schiavitù e la propria estrazione sociale, creando un brand andato al di là del mero aspetto musicale. Tutte cose, quelle appena citate, che da adolescenti abbiamo amato, imparando a memoria testi, andando in giro con magliette recanti l’inconfondibile effigie, ritagliando ogni pezzetto di giornale attinente l’argomento, rendendo iconico tutto ciò che li riguardava, probabilmente perché la forza dei loro successi era tale da far breccia anche qui da noi, dove l’Hip-Hop è sempre rimasto segregato tra i piaceri di pochi.

Nonostante ciò, ci siamo sempre chiesti periodicamente se i tre ragazzi provenienti dall’infame Illtown (East Orange, New Jersey) fossero mai stati all’altezza di confezionare un album degno della fama planetaria dei loro brani di punta, dato che le peculiarità di “Naughty By Nature”, primo disco firmato dal trio a seguito dell’ingresso nella Flavor Unit per merito di Queen Latifah (va difatti evidenziato che avevano già registrato un album nel 1989 a nome The New Style), sono senza dubbio molteplici, ma non così numerose da definirne i contorni di una vera e propria pietra miliare. E’ nostra personale opinione che i Naughty By Nature abbiano migliorato col tempo la loro consistenza su lunga distanza, staccandosi con fatica di dosso l’etichetta di gruppo sforna-singoli di platino ed eseguendo un percorso contrario a moltissimi altri artisti della loro epoca, che avevano spesso esordito con un classico per poi calare la resa nel passare delle pubblicazioni. Ciò è testimoniato dal salto di qualità produttivo fatto da “19 Naughty III”, nonché dalla consistenza di “Poverty’s Paradise” – nonostante l’assenza di un singolo della portata dei precedenti.

La prima considerazione che vorremmo fare riguardo l’album in esame riguarda proprio le hit, nei riguardi delle quali va sottolineata l’estrema qualità e la totale mancanza di ovvietà. Ci spieghiamo meglio. L’orecchiabilità del giro di piano di “O.P.P.”, che campionare la conosciuta “ABC” dei Jackson 5, resta inequivocabilmente tra i principali fattori di longevità del pezzo, così come lo è la struttura del ritornello (<<you down with O.P.P.? Yeah, you know me!>>: un inno!), ma ciò che va maggiormente apprezzato è il lato testuale della faccenda. Treach, oltre a esibire una padronanza lirica mostruosa, confeziona strofe in grado di giocare continuamente col reale significato del pezzo, un vedo/non vedo in grado di rivelare il doppio fondo dell’oggetto di quella famosa ultima P, creando la curiosità necessaria per comprenderne bene il contenuto, meccanismo che funziona ancora molto bene oggi dopo centinaia di ascolti e numerosi passaggi del testo ben impressi nella memoria.

Il discorso è molto simile per “Ghetto Bastard”, ribattezzata “Everything’s Gonna Be Alright” quando uscì in formato 33 giri per rimuovere parole scomode dal titolo. E’ chiaro che utilizzare “No Woman, No Cry” (nella versione dei Boney M) possa rappresentare un’astuzia in grado di rendere vincente qualsiasi tipo di brano, ma il merito del pezzo è quello di riprodurre pacchi di pelle d’oca ogni singola volta che Treach recita barre di immutato peso emotivo (<<some get a little and some get none/some catch a bad one and some leave the job half done/I was one who never had and always mad/never knew my dad, motherfuck the fag/…/I couldn’t get a job, nappy hair was not allowed/my mother couldn’t afford us all, she had to throw me out>>), sputando all’esterno cenni biografici che sfogano la sua frustrazione e il suo disagio da disadattato costretto dalle circostanze alla sopravvivenza più selvaggia, un vero e proprio inferno che serve da lezione a chi ancora ritiene che la strada violenta sia una scelta e non una necessità impellente.

Il discorso singoli va necessariamente chiuso con “Uptown Anthem” e un piccolo asterisco, in quanto brano assente dalle prime tirature dell’album e incluso nelle stampe successive a seguito dell’ennesimo, enorme centro dei Naughty By Nature, originariamente incluso nella colonna sonora della nota pellicola “Juice”. Stiamo oggettivamente parlando di uno dei cinque singoli caratterizzanti quell’epoca, costruito su un geniale abbinamento tra la stupenda sezione ritmica e i tocchi di organo e piano, mescolati da Kay Gee con grande abilità; il ritornello è formidabile, esplosivo, e Treach è letalmente incisivo nell’imporre il suo tipico stile bombardando ovunque con assonanze e sveltezza linguistica, creando una performance tra le più memorabili di sempre.

Concentrandoci ora sulla parte meno ovvia, la rimanenza delle tracce genera un disco ondivago, senza dubbio più godibile in tutti quei (limitati) momenti in cui viene fedelmente rispecchiata la sua vera natura, quella più dura. Gli esempi sono due – e si somigliano. “Yoke The Joker” e “Guard Your Grill”, pur utilizzando la costante del piano realmente suonato, rappresentano infatti gli scenari musicali più ruvidi, certamente adatti a far risaltare le grandi doti da battle rhymer di un mc già molto maturo e capace di fondere più tecniche, pescando tra sillabe assonanti e notevoli quantità di barre congiunte da allitterazioni, condendo il tutto con unioni di concetti mai banali.

Nonostante quanto appena spiegato, l’equilibrio del lavoro è messo in pericolo da un particolare di gran rilevanza: l’immensa bravura di Treach funziona troppo spesso quale unica risorsa efficace della traccia. Non ci riferiamo solo al fatto che Vinnie reciti la sua prima strofa addirittura in occasione del decimo brano in scaletta (fidatevi, è meglio così… <<a studio to me is just a chance to rock, G/I rock and rock, god damn, call me VinRocky>>), il problema più grande è dato da una produzione che, a seguito di tante intuizioni felici, si accontenta di riempire il restante spazio con proposte di livello nettamente inferiore, una criticità che non ci ha mai fatto capire fino in fondo se il gruppo si fosse accontentato di confezionare con superficialità il materiale sufficiente per un album, essendo già sicuro del successo dei pezzi che avrebbe proposto su larga scala.

C’è modo e modo di utilizzare un campione già eccessivamente inflazionato come “Take Me To The Mardi Gras” e lo scarso supporto dell’impalpabile sezione ritmica di “Let The Ho’s Go”, pezzo davvero incolore, non ci sembra la modalità più idonea. “Strike A Nerve” è completamente piatta e di durata peraltro eccessiva. “Rhyme’ll Shine On” non è nulla di particolarmente innovativo, anzi non è altro che una famosa batteria dei Funkadelic (la stessa di “I Know You Got Soul” di Eric B. & Rakim, per intenderci) con l’aggiunta di un paio di effetti di tastiera che suonano datati già per l’epoca, così come pare già superata da un biennio una struttura quale quella di “1,2,3” per via di batteria e modalità d’uso del sample di flauto, tralasciando il fatto che l’ospite Lakim Shabazz – fornito dalla Flavor Unit – pare rimare col freno a mano tirato se paragonato ai ritmi di Treach.

Ancora, “Wickedest Man Alive” è molto carina se presa singolarmente, ma la sua impronta Reggae porta tonalità un po’ troppo accese, dando l’idea di essere fuori contesto. Meglio allora i quasi sei minuti di “Everyday All Day”, che perlomeno propongono una composizione gradevole e inframmezzata da piccoli assoli di sassofono, pur sprecando le ultime strofe in poco utili shout out (ce ne sono almeno in tre o quattro pezzi!), evidenziando una necessità di sintesi di cui molti brani avrebbero necessitato e risultati poco soddisfacenti se paragonati alle potenzialità già espresse da Kay Gee e dal piccolo gruppo di musicisti utilizzati per alcuni beat.

Restiamo quindi dell’idea che “Naughty By Nature” si mantenga nel tempo come un buon disco ma nulla più, non essendo in grado di battersi coi colossi di quei tempi se non con l’enorme spessore dei suoi estratti, i quali ne costituiscono l’ossatura principale assieme al talento di uno dei migliori mc’s in assoluto degli straordinari anni novanta.   

Tracklist

Naughty By Nature – Naughty By Nature (Tommy Boy Music 1991)

  1. Yoke The Joker
  2. Wickedest Man Alive [Feat. Queen Latifah]
  3. O.P.P.
  4. Ghetto Bastard
  5. Let The Ho’s Go
  6. Everyday All Day
  7. Guard Your Grill
  8. Pin The Tail On The Donkey
  9. 1,2,3 [Feat. Apache and Lakim Shabazz]
  10. Strike A Nerve
  11. Rhyme’ll Shine On
  12. Thankx For Sleepwalking

Beatz

All tracks produced by Naughty By Nature except track #9 by Luis “Louie Louie” Vega

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