Nas – Nasir

Voto: 3/3,5

Nas, Kanye West, 15 giugno. La psicosi è stata immediata lo scorso aprile quando, sull’onda di un tweet (piuttosto mal confezionato rispetto ai consueti standard di casa West), il mondo prendeva coscienza del fatto che Yeezy avrebbe mantenuto l’improbabile promessa fatta un paio d’anni prima all’ex presidente americano Barack Obama. Psicosi poi esplosa al termine del mese di maggio, quando “Daytona” di Pusha T è comparso sugli store digitali, dimostrando non solo che Kanye era intenzionato a rispettare il fitto scadenziario, ma che aveva pure trovato una vena dalla quale estrarre sangue fresco da instillare nei propri beat. Aggiungiamo all’equazione il fatto che i pochi scivoloni di Nas in carriera sono attribuibili a una manifesta ipoacusia (capito, no?). Insomma, il risultato – al netto di una giustificata dose di scaramanzia (pur sempre di Esco si parla) – sembrava essere quanto mai scontato.

Ebbene, chi ha pane non ha denti recita un vecchio detto. E chi finalmente (almeno sulla carta) ha trovato i beat, pare invece aver smarrito da qualche parte quella sua parlantina adamantina che anche nei momenti meno luminosi era sempre stata una garanzia. Ma non è tutto qua, forse il vero problema si situa ancora più in profondità e serve qualche ascolto per arrivarci, disinnescando quell’entusiasmo placebo che la voce di Nasir Jones tende istintivamente a suscitare al contatto coi timpani. Premesso che trovare il giusto suono – in special modo considerando la recente esplosione d’iperattività tra le pareti dei laboratori G.O.O.D. Music e l’incompatibilità manifesta tra la linea delle sue recenti proposte e gli standard di casa Jones – non fosse un’impresa alla portata di qualsiasi manovale del sequencer, sarebbe in ogni caso un errore attribuire a Kanye le responsabilità del mezzo fallimento di Nasir”. E’ piuttosto Nas a essersi presentato ai blocchi di partenza con una scarpa slacciata.

L’alchimia tra i due è innegabile, l’ha dimostrato la loro storia e lo dimostrano nuovamente qui con Adam And Eve, un brano (fortunatamente tra i più lunghi) che avrebbe dovuto essere la pietra angolare del disco e non (purtroppo) la sua eccezione. Tre strofe belle serrate, rime interne, velocità sostenuta; il tutto al servizio di un testo degno della firma in calce al foglio. Un piccolo ritratto concettuale, dipinto su una raffinata selezione di pianoforte, in cui Nas sviscera la trasmissione genetica delle cattive abitudini e la conseguente incapacità di migliorare la propria condizione di generazione in generazione, il tutto senza mai sacrificare la forma del suo Rap (<<my granddaddy Mack Little married Nannie Little/they passed down wisdom, blessings were given/pray my sins don’t get passed to my children/I made a killin’, I’m alive like the morning star>>).

E’ paradossale però che sia proprio l’episodio dell’album (costruito attorno al rattrappito concept dei sette peccati capitali) dedicato all’accidia quello più vivace. E che invece sia proprio questo vizio a pervadere il resto dell’ascolto. Perché – e questo è il punto – in “Nasir” Nas appare svogliato come raramente lo si era sentito in passato. E non è (solo) una mera questione di flow e cadenze varie, aspetto che (dimenticando per un istante che in questo mondo esiste un certo Tariq Luqmaan Trotter) può essere anche comprensibile alla soglia dei quarantacinque anni, ma è proprio la penna che sembra avere qualche bolla d’aria di troppo nell’inchiostro.

Se da un lato troviamo Cops Shot The Kid – energica collaborazione al micro con Kanye West, assemblata su un campione vocale omonimo di Slick Rick – e la già citata “Adam And Eve” a mantenere lubrificato l’ascolto, ci sono invece momenti che trasmettono un senso parziale d’incompletezza. E’ il caso in particolare di Simple Things, in cui è Nas in prima persona a sollevare uno dei fattori chiave della sua via crucis discografica: <<never sold a record for the beat, it’s my verses they purchase/without production I’m worthless/but I’m more than the surface>>. Chiaro? Le sue strofe, quelle che proprio in “Nasir” latitano tra spunti interessanti e poi non sempre sviluppati (quel <<inclusion is a hell of a drug>> in everything, poi diluito con un insipido <<some people have everything they probably ever wanted in life/and never have enough>>); improvvisi cali di stile nello storytelling (passando da <<crackheads still owe me from ’89 fixes>> a un generico <<havin’ drinks in Vegas, my business>> alla barra successiva) e le pseudo allegorie forzate della seconda strofa di Not For Radio, nel complesso però solida a sufficienza per uscire indenne dall’ascolto.

I toni – considerato il numero lassù in cima alla pagina – potranno anche sembrare eccessivamente catastrofisti, ma è di Nas che stiamo parlando. Un lavoro discreto non sarà mai una vittoria per uno come lui; e noi (scusate l’arroganza) mai sapremo accontentarci. Concludo citando un passaggio di “Simple Things”: <<want me to sound like every song on the Top 40/I’m not for you, you not for me, you bore me>>. Ecco, la noia… Non è tra i grandi sette ma è la vera protagonista, perché in fondo annoiarsi così presto di un album atteso così a lungo è peggio di qualsiasi peccato capitale.

Tracklist

Nas – Nasir (Mass Appeal Records/Def Jam Recordings 2018)

  1. Not For Radio [Feat. Puff Daddy and 070 Shake]
  2. Cops Shot The Kid
  3. White Label
  4. Bonjour [Feat. Tony Williams]
  5. everything [Feat. The-Dream]
  6. Adam And Eve [Feat. The-Dream]
  7. Simple Things

Beatz

  • Kanye West with the co-production by Mike Dean, Benny Blanco and Cashmere Cat: 1
  • Kanye West with the co-production by Andrew Dawson: 2
  • Kanye West with the additional production by Mike Dean and BoogzDaBeast: 3
  • Kanye West with the co-production by Che Pope and the additional production by Mike Dean and Eric Danchick: 4
  • Kanye West with the co-production by Mike Dean, Benny Blanco and Cashmere Cat and the additional production by Plain Pat: 5
  • Kanye West with the additional production by Mike Dean, Plain Pat and Evan Mast: 6
  • Kanye West with the co-production by Mike Dean: 7
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