Intervista a lowlow (12/01/2017)

Abbiamo incontrato lowlow negli uffici milanesi di Sugar Music in occasione della presentazione alla stampa del suo nuovo disco, “Redenzione”, pubblicato lo scorso venerdì 13 gennaio.

Blema: come va?
lowlow: un po’ agitato…
B: adesso arrivi da?
L: da Roma, dalla base.
B: partiamo con una domanda banale allora. Che ne dici della scena romana? Esiste, non esiste? Sembra che tutti ne scappino…
L: la scena romana esiste, è molto forte. Roma è una fucina di talenti, è piena di gente che rappa bene. Personalmente mi sento un romano un po’ atipico, per com’è la vita a Roma… Anzitutto sono cresciuto con il Rap dei Club Dogo, da ragazzino avevo questo mito di Jake La Furia, il re di Milano! Avevo un immaginario milanese che invece i romani di solito non hanno. A me piace molto, ma mi piace anche la realtà di Roma. Fin da ragazzino, dai tempi di “21 motivi“, ho sempre avuto questa prerogativa di non relegare quello che faccio solo a Roma ma di estenderlo all’Italia. Per me un artista è un artista se si evolve, non mi piace la staticità, non mi piace neanche riproporre un immaginario. Io sono una persona che cambia idee, che cresce, che matura. Ho chiamato questo disco “Redenzione” per un motivo: la mia vita è cambiata da quando ho firmato (con la Sugar, ndBlè).

B: quindi “Redenzione” da cosa?
L: da un mio cambiamento. Io ho avuto un modo di promuovermi in passato un po’ in stile Mohammed Alì, tipo io sono il migliore… E tutto sommato adesso, un po’ per bravura, un po’ per fortuna, la mia vita è cambiata in meglio, sono cresciuto. “Redenzione” è anche questo. Se per necessità – e sono contento e fiero di averlo fatto – prima ho strillato al mondo la mia propaganda, ora credo che parlino le mie canzoni.

B: dici spesso che tutti possono comprendere i contenuti delle tue canzoni. Io non so se essere completamente d’accordo con te su questo punto: ascoltando “Redenzione” si ritrovano molti riferimenti a studi classici e un tipo di spessore culturale che non è detto sia alla portata dell’ascoltatore medio di Rap italiano di oggi. Quanto è importante secondo te che la gente legga, anche le testate online che parlano di Hip-Hop? Quanto è importante che la gente trovi anche nell’Hip-Hop uno strumento di arricchimento culturale?
L: importantissimo, però ancor prima è importante cominciare a vedere la cultura non come qualcosa di elitario, ma come qualcosa a cui si dovrebbero aggrappare tutti per riuscire nella vita. Personalmente non mi reputo colto, sono una spugna e assorbo, potrei ricordarmi le parole che mi stai dicendo tu per usarle in una canzone tra dieci anni… Non ho letto tanti libri, ho una mia poetica, le mie citazioni non sono difficili e se lì per lì non sai a cosa si riferiscono, te le puoi andare a cercare. Non mi piace la cervelloticità. A me piacciono i film semplici, i film di vendetta. La perfezione sta nell’essenzialità, nella semplicità, non riesco a non essere me stesso. Questa è la mia idea di semplicità, forse – che non è neanche così semplice…

B: saresti in grado di descrivere il tuo ascoltatore ideale? Dici appunto che ti rivolgi a tutti, ma se dovessi dire che tipo di persona davvero vorresti che sentisse le tue canzoni, come ti sembrerebbe?
L: vorrei che ascoltasse le mie canzoni e diventasse un mio fan Conor McGregor (un lottatore di arti marziali miste, ndThink’d) ed entrasse nell’ottagono mettendo “Ulisse” invece di quello stupido inno. Se no… Be’, io penso sempre a cosa dire ad Eminem il giorno in cui lo incontrerò, è da quando sono ragazzino che c’ho tutto un discorso da fargli… A me piace lo sport, vorrei resuscitasse Mohammed Alì, vorrei mi ascoltasse Mayweather, poi qualche modella carina, Bella Hadid, Megan Fox… Poi, dico una cosa cinica, per la discografia sono tutti numeri e io voglio arrivare a chiunque!
B: il business ha la sua importanza.
L: non voglio dirti una cosa che fa pensare che io spersonalizzi l’ascoltatore, però… Non lo so, mi hai mandato un po’ in crisi (ride, ndBlè). Il discorso è che non puoi cercare un ascoltatore. Io scrivo come se dovessi rappare al mio miglior amico, fargli vedere che ho fatto la rima figa e poi porto le cose in Sugar…mi viene naturale così. C’è dietro meno strategia di quanto si pensi. Tutti devono ascoltare, tutti dovrebbero diventare come me, sai tipo un esercito di Giuli (Giulio è il nome di lowlow, ndBlè)… Il mio sosia credo sarebbe la risposta esatta a chi potrebbe essere il mio ascoltatore ideale.

Think’d: ti chiedo di un aspetto della comunicazione alla quale sei molto legato. A me ha colpito la terza riga del booklet: lode alla guarigione e al mistero della lingua italiana. Un commento?
L: lo sai da cos’è nata questa cosa? Aneddoto divertente. In pratica durante tutto il periodo in cui ho visto “The young pope” ero convinto di essere Jude Law e stavo a casa e parlavo coi miei genitori tipo Dio è un compagno omertoso… (ride, ndBlè) e all’ottava puntata ho scritto questa specie di lode, questa poesia, e l’ho mandata alle mie due manager su Whatsapp. Era figo e a me viene facile scrivere. Lode alla lingua italiana perché io senza sarei spacciato, guardami…se non riesco a ribaltare le cose con le parole…
T: ma perché mistero?
L: ho scritto quella poesia prima che uscisse “Ulisse”, ero in una situazione non facile. Da un certo punto di vista era già finito il disco, eravamo consolidati come team e io percepivo tutto il cambiamento e le grandi aspettative. Ma non era ancora uscito nulla! E io non è che avessi tutta questa sicurezza sulla mia canzoncina, non mi aspettavo che potesse arrivare a così tante persone… Cioè, mi aspettavo i commenti positivi, non mi aspettavo la diffusione e che vi si potessero riconoscere in così tanti. Quindi alla fine il discorso del mistero, della grande scommessa, era principalmente perché lì per lì mi cagavo sotto (ride, ndBlè) e cercavo di appoggiarmi a Dio guardando “The young pope”: a modo mio sono molto credente. A modo mio…

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