Intervista alla Casa Degli Specchi (06/05/2017)

A poche settimane dall’uscita di “La vita (una saga coi baffi)”, ennesima opera in totale divergenza con qualsiasi tendenza l’Hip-Hop italiano stia sperimentando tanto in ambito mainstream quanto in quello underground, abbiamo avuto l’occasione di parlare con Alex Antonov e Janeuse del collettivo Casa Degli Specchi. Il risultato fa il paio con la loro musica: una fitta scorza d’ironia sotto la quale si riesce a percepire un’inguaribile capacità di ragionare e sragionare su temi per nulla banali…

Mr. Bushsdoc: iniziamo come sempre dalle domande di rito. Come siete entrati in contatto con l’Hip-Hop e com’è nata la Casa Degli Specchi?
Alex Antonov: per quanto riguarda il contatto con l’Hip-Hop, ognuno penso abbia cominciato il proprio percorso da ragazzino, da piccolino. Io e Roggy abbiamo creato i primi gruppi insieme, parallelamente Janeuse e Jus-T, un altro socio di vecchia data, erano negli Eretici… Avevamo questi percorsi distinti, ci siamo conosciuti dieci/quindici anni fa, abbiamo cominciato a collaborare coi due gruppi e poi, quando questi sono terminati, abbiamo fuso le rispettive menti malate e abbiamo dato vita alla CDS, che dapprima era un semplice collettivo di cialtroni e ora è sempre un collettivo di cialtroni, ma con qualche prerogativa da gruppo in più… All’inizio era l’unione di solisti male assortiti, adesso è un gruppo ma non assortito. C’è sempre questa sottotraccia qui, ecco…
Janeuse: c’eravamo illusi che la somma di due debolezze potesse fare una forza e invece non è stato così.
AA: diventano due debolezze che si confortano l’un l’altra, diciamo.

MrB: e invece il vostro primo contatto individuale con la Cultura e tutto ciò che gli ruota attorno?
AA: personalmente, a parte alcuni rapper italiani tra cui Bassi, tanto per citarne uno, Public Enemy e Wu-Tang Clan sono stati i primi gruppi che mi hanno fulminato sulla via di Damasco. Avevo quattordici anni, ho cominciato a scrivere le mie prime stronzatine in camera e poi, insomma, piano piano il percorso è andato avanti con i primi gruppi. Comunque è stato un approccio strettamente legato ai dischi soprattutto americani che ascoltavo da ragazzino.
J: io, invece, sono nato a San Lorenzo al Mare, che è un piccolo paesetto in riviera di Ponente, storicamente ad alta intensità hiphoppusa, diciamo così. Anche nelle generazioni che mi hanno preceduto, c’era sempre un sacco di gente che si dedicava all’Hip-Hop. Crescendo là, sono stato sottoposto subito al contesto Hip-Hop: a San Lorenzo al Mare era ed è abbastanza normale. Poi, tipo, sono andato a lavorare tantissimo tempo fa con un ragazzo che si chiama Andrewz, che era uno dei capi della old school sanlorenzina e mi ha spiegato, mi ha indottrinato, grazie a lui ho scoperto tutta questa roba che mi ha rovinato la vita.
AA: quindi vaffanculo Andrewz!

MrB: una domanda legata a quella di prima. Quali sono allora i vostri riferimenti artistici, Rap e non? E, soprattutto, cosa ascoltate oggi?
J: io oggi ascolto musica Calypso.
AA: sì, Janeosa ha abbandonato completamente l’ascolto del Rap e si è dedicato a questa Calypso che gli dà grande giovamento e, di conseguenza, ne acquisisce le sue nozioni. Il prossimo disco nostro sarà infatti interamente Calypso.
J: è il Crossover definitivo il Calypso, ha la storia, ha il Reggae, ha l’espressione delle comunità neglette. Comunque, io ascolto di tutto, qualsiasi cosa. Ascolto un sacco di Hip-Hop, naturalmente, ma anche altro. Fuori dall’Hip-Hop, vale per me come credo per Antonovvi e per tutti, ci sono un sacco di tendenze letterarie, pittoriche e filosofiche che c’interessano, ci contaminano, determinano il nostro modo di pensare. Penso che se la gente è un po’ scafata, qualcosa la coglie dai dischi.

MrB: filosofiche di che tipo, oltre al citatissimo Situazionismo?
J: guarda, io sono un fan di Heidegger. Poi, non so…
AA: …la filosofia principale è la filosofia dell’alcool, che è causa e soluzione di ogni problema, come diceva Homer Simpson. Anzi, la mia filosofia è Homer Simpson! La risposta più sincera che ti posso dare è questa.
J: questa è una delle caratteristiche della Casa Degli Specchi, facciamo un ping pong tra l’alto e il basso insensato – però è quello che siamo noi.

MrB: ci torneremo tra poco. Invece, dal punto di vista della scrittura, ci sono rapper che vi hanno influenzato o vi influenzano ancora oggi?
J: quanto a me, mi ha totalmente plasmato, perché me lo sono ascoltato fino a scolpirmelo nel cervello, Tupac. Tupac e, rimanendo in ambito Hip-Hop, Jurassic 5.
AA: per quanto mi riguarda, più che nella scrittura sono sempre stato influenzato dalla musicalità dei miei rapper preferiti. Infatti il primo step per me è sempre stato l’impronta delle rime sul beat; la pasta sonora, diciamo così. Il flow, come si sposavano e si sposano le rime sui beat. Sulla scrittura, sono sempre stato sconclusionato/sfalsato da quelli che potevano essere i modelli italiani e americani. Ci sono delle cose che sono un po’ simili, ma sono dei casi abbastanza isolati. Mi è venuto sempre spontaneo acquisire la musicalità dei rapper e tradurla, riproporla, coi miei trip mentali.
J: vorrei aggiungere una cosa. Sarà nazionalpopolare, ma direi che la Casa Degli Specchi – vale per me e per gli altri – ama, rispetta, ascolta e lancia un appello a Neffa, a Giovanni Pellino…
AA: …ah beh…
J: …uno di quelli che, di sicuro, ci ha influenzati di più. Io lo amo, noi lo amiamo. Lanciamo quindi un appello: Giovanni scrivici, chiamaci!
AA: per essere bipartisan, faccio lo stesso appello a Dj Gruff. Anzitutto tornate insieme, rifate i Sangue Misto, rifate tutto…
J: …Deda è il mio artista italiano preferito…
AA: …Neffa in un senso e Gruff in un altro, per me, sono alcuni tra i top assoluti, sicuramente.
J: comunque, lanciamo ancora l’appello. A Neffa, Deda e Gruff: contattateci, scriveteci.
AA: rimanete pure dove siete, basta che ci cagate.

MrB: ok, andiamo un po’ sul disco. Anzitutto, come mai una tematica così grande e complessa come la vita?
J: siamo andati per step, no? Abbiamo affrontato prima il brainstorming della malattia mentale con “Gunnar”, poi abbiamo analizzato la politica con “Putin”, quindi ci siamo detti: qua bisogna fare una riflessione totale. Abbiamo completamente mancato il segno e abbiamo parlato della vita.
MrB: e dopo la vita?
J: ci devi continuare a seguire, amico mio.
AA: la post-vita!

MrB: domanda sul Situazionismo, allora. Anche se è sbagliato chiedere cos’è il Situazionismo, a persone che magari non conoscono questa corrente voi come la spieghereste? E perché proprio il Situazionismo?
J: per spiegarlo in quattro parole, possiamo dire che il Situazionismo è un movimento avanguardista che si è dato come obiettivo la rivalutazione dell’essere umano in rapporto all’ambiente che abita, attraverso un percorso, diciamo così, di liberazione creativa dell’intelletto. La rivalutazione del desiderio e la mistificazione irriverente sono tutte cose che caratterizzano il nostro modo di pensare. Nessuno sa con sicurezza perché la CDS abbia abbracciato il Situazionismo, perché non è stata una scelta conscia; però secondo me ci siamo ritrovati piano piano dentro a quel canone espressivo. Piano piano, ci siamo resi conto che ciò che scrivevamo, l’approccio che avevamo nel raccontare la nostra vita quotidiana – perché nel nostro Rap ci sono le piccolezze della vita in Riviera di Ponente, a Torino o, insomma, dove passiamo il nostro tempo – rientrava nel Situazionismo, la Casa ci si è ritrovata dentro. Faremo la nuova Internazionale Situazionista perché è naturale così, è giusto che avvenisse così. Tra l’altro, il Situazionismo è nato dalle nostre parti, a Cosio d’Arroscia, quindi con questo si chiude un cerchio. Per caso, tutto per caso, però è così.
AA: eravamo destinati per un fatto di stirpe, di sangue, a portare avanti il Situazionismo. Era un disegno più grande di noi che ci ha abbracciato.

MrB: e invece, opposto al Situazionismo, è appunto il Populismo, che attaccate in “Un centravanti populista”. Ora, secondo voi, come si combatte il populismo?
J: col ragionamento.
AA: questa è un’altra dimostrazione di come la CDS sia un insieme di influenze diverse e anche di modi di pensare diversi, che poi contribuiscono a creare un minestrone gustoso. Ad esempio, per me il populismo si combatte prendendolo per il culo in maniera incessante, cercando di fare più ironia possibile. Anche perché bisogna essere autocritici, siamo tutti a rischio di essere populisti nella nostra vita. E’ un germe dentro le persone che rischia di germogliare da un momento all’altro, quindi bisogna cercare di debellarlo anzitutto prendendo per il culo noi stessi. Ma sempre meglio pigliare per il culo gli altri, ché è più divertente.
J: possiamo dirlo. Per il momento storico in cui stiamo vivendo, il populismo è il nemico della Casa Degli Specchi.

MrB: ed è, secondo voi, destinato a espandersi?
J: a mio personalissimo parere, no. La giostra sta per fermarsi. Anche se non sembra, c’è una maggioranza silenziosa di gente che un po’ ragiona, un po’ il cervello ce l’ha, un po’ il cuore ce l’ha, che non vede per forza negli altri la causa delle proprie sfortune e dei propri fallimenti, che non vede per forza negli altri un nemico, che non ha sempre bisogno di un nemico con cui incazzarsi. C’è un bel po’ di gente che vive al mondo con un minimo di grano salis. Le nostre società hanno gli anticorpi.
AA: questo perché sei un inguaribile ottimista. Per me, in tre parole, è tutto finito.

MrB: in quest’album, diversamente dagli altri, è molto presente il tema religioso. Perché ha un fortissimo ruolo nella vita o perché è il momento giusto per parlarne?
AA: ma perché siamo tutti ragazzi di Chiesa. Abbiamo voluto tirare fuori il nostro animo da chierichetto in questo disco, dando sfogo ai nostri istinti più cristiani.
J: diciamo che, secondo me, abbiamo diversi compiti nella vita, sette/otto, che comportano lo smantellare varie cose. In questo disco, abbiamo provato a smantellare un po’ anche il Cattolicesimo becero e da quattro soldi che permea un bel po’ di noi stessi e della cittadinanza che ci circonda.
AA: comunque, sempre big up Papa Bergoglio. Su le mani per il nostro Papa!

MrB: allora, per la prossima domanda prendo spunto dalla chiusura di Janeuse ne “La canzone del male”, che dice <<suona sempre vero>>. Ora, secondo me il keep it real è un aspetto del Rap a tratti sopravvalutato. L’arte è soprattutto, se non esclusivamente, finzione. Quindi perché il <<suona sempre vero>> è così importante? E cosa significa, in primo luogo?
J: secondo me quello che dici è vero; però, diciamo così, ogni filone espressivo ha i suoi canoni e, secondo me, nell’Hip-Hop anche creare realtà alternative, finzioni, funziona se è sincero da parte tua. In questo senso ho scritto quella cosa. Noi diciamo un sacco di cazzate e dipingiamo un sacco di quadri naïf, semplici, nei nostri dischi – anche quando analizziamo situazioni complesse, costruiamo realtà alternative – ma lo facciamo in maniera non studiata, senza secondi fini – perché ci viene spontaneo così. E’ la roba che ci viene naturale fare.

MrB: hai parlato di un canone. Esistono elementi del canone Rap/Hip-Hop che secondo voi dovrebbero cambiare?
AA: per quanto mi riguarda, no. Io vedo l’Hip-Hop, l’espressività che uno può utilizzare nel Rap, come una cosa abbastanza senza regole. Uno deve poter dire qualsiasi cosa che gli passa per la testa o dipingere qualsiasi immagine senza nessun tipo di problema. Negli anni ho cominciato a sbattermene i coglioni di vari schemi e fissazioni.
J: anche io non credo ci sia qualcosa da cambiare per cercare di marginalizzare o buttare fuori certi canoni espressivi e certe usanze, secondo me per migliorare l’espressione artistica – e comunque per diventare più intelligenti, per capire di più come funziona il mondo che è pieno anche di cose come misoginia, omofobia, ecc. – serve anche quello.

MrB: rimanendo in questo campo del no rules e guardando l’eterna diatriba tra mainstream/underground, o riferendoci alla scena di oggi molto ibrida (si tratti di Trap o di accenti più cantati e così via), voi da che parte vi ponete?
J: noi siamo dalla parte dei soldi. Solo che purtroppo i soldi non sono dalla nostra parte.
AA: non ha funzionato come col Situazionismo che è venuto verso di noi.
J: noi vorremmo fare tutti i compromessi del mondo, solo che a nessuno interessa offrirceli.
AA: premessa. A noi piacciono tutti! Non facciamo molta distinzione di generi, diciamo così. Tipo, per citare la Trap, è una delle cose più fighe che ascolto in assoluto. Sto facendo un progetto Trap, quindi… E’ tutta roba buona. Poi, chiaramente, bisogna distinguere tra roba fatta bene e roba fatta male o, semplicemente, che dopo un po’ diventa noiosa, stucchevole. Quando qualcosa gira bene ed è fatto bene, bisogna solo dire chapeau e andare avanti. Però a noi piacciono anche le cose fatte male, perché c’è dell’arte anche nel far male le cose.

MrB: e cos’è l’arte?
AA: beh, l’arte è qualcosa che esiste e che è molto difficile da definire, quindi in realtà, partendo da questo presupposto diciamo filosofico, ho difficoltà a risponderti. L’arte era Leone di Lernia, l’arte è il tizio che sotto casa mia cazzia il proprio cane in dialetto. Se uno ha l’ottica e le vibrazioni giuste per cogliere l’arte nelle cose, quasi tutte le cose possono risultare artistiche. Non tutte, ovviamente: una bolletta del gas rimane una bolletta del gas, non c’è niente di artistico.
J: per me l’arte è bersi un bicchiere di Pastis sul lungomare di San Lorenzo al Mare.

MrB: rimanendo in tema, nel disco sono presenti tantissimi campioni vocali, soprattutto cinematografici. In “Putin” non era così…
AA: …sì, siamo tornati sullo schema di “Gunnar”. “Putin” era più caratterizzato da campioni relativi a Putin stesso e cose che riguardavano quell’argomentazione lì.
J: direi che la risposta più giusta a una domanda del genere è che la vita è un film. Va da sé.

MrB: tra i campioni, compare anche quello di Sparacino. Siete appassionati di stand-up comedy o è successo perché è successo?
AA: è Roggy l’esperto in questione, è lui che ha immesso questo filone, diciamo così, narrativo…
J: …anche a me piace la stand-up comedy. E’ un’espressività, un modo di fare ironia, molto simile a quello che abbiamo noi: pungente, che offende gli altri. Il nostro sense of humour è il pilastro fondamentale del nostro Rap e quel tipo di comicità lì è abbastanza affine alla nostra.

MrB: ora una domanda che m’interessa molto farvi. Quanto tempo richiede un disco della CDS per essere realizzato?
J: molto tempo. Ognuno di noi ha un modo di scrivere a sé, quindi ci mettiamo abbastanza. Anche trovare l’impasto che caratterizza il progetto, tutto il lavoro preliminare, richiede molto tempo. Non siamo un gruppo che riesce a tirare fuori un disco in quattro mesi.

MrB: e quando poi lo realizzate, che ambizioni vi ponete?
AA: che piaccia ad Erma! Se piace ad Erma, può uscire.
J: esatto. Il nostro benchmark è Ermanno.
A: noi facciamo il disco a insaputa di Ermanno. Praticamente lui ci manda i beat, noi facciamo tutti i pezzi, poi una volta finito gli diciamo guarda che questo è il disco. E lui dice sì o no. Fino ad ora è andata bene.
J: beh, dilla tutta. Un disco non abbiamo potuto farlo uscire perché Erma l’ha bocciato.
AA: sì, perché era il disco Country e gli è stato sui coglioni. Era Country non nei beat, ma nelle tematiche, nel modo nostro di cantare. Lui ha detto non voglio fare la figura del redneck e ce l’ha bocciato.
J: io ci tengo molto a questo percorso musicale campagnolo/texano, quindi tornerò alla carica. Forse un giorno riusciremo a far uscire questo benedetto disco in salsa Country…
AA: …prodotto da Charlie Charles.
J: anche qui, lanciamo un appello.
AA: …sì, producici il disco Country, Charlie Charles!

MrB: a proposito di Erma, ma quanto è un grande produttore?!
AA: #grandemito.
J: finora siamo riusciti a fregarlo e convincerlo a rimanere con noi, chissà fino a quando ci riuscirà ‘sto giochetto.

MrB: Roggy scrive <<non mi prendere sul serio, che ti ho fatto di male?>>. Ora, come si fa a non prendere sul serio determinate affermazioni? Come si fa a non prendere sul serio i vostri dischi, quando sono tutto fuorché stupidi?
J: forse perché questo è l’unico approccio sensato che si può avere verso le cose al giorno d’oggi.

MrB: e ci sono cose che voi non riuscite a non prendere sul serio?
AA: il calcio…
J: …vorrei dire una cosa – Antonovvi, dimmi se non sei d’accordo. Le tradizioni culinarie liguri, ad esempio, sono cose da prendere sul serio.
AA: finché parliamo di guerra, di gente che si ammazza, c’è sempre il tempo di farsi una risata. Ma non ce lo menate sulla focaccia, perché lì diventiamo delle bestie.

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