Intervista a Lord Madness – Roma (22/03/2016)

Tardo pomeriggio, esco da lavoro e raggiungo Lord Madness nel quartiere in cui è cresciuto e tuttora vive, ci sediamo su dei gradini e registriamo per circa un’ora e mezza – troppo per un’intervista! Ciò che riporto in basso è quindi un estratto, una serie di domande e risposte circostanziate, propedeutiche all’ascolto di “Il grande addio“; tralascio invece il resto, i resoconti dei live, le opinioni su Beatnuts e Camp Lo, le battute, le chiacchiere proseguite in una rosticceria, sperando solo che nel mezzo, tra una parola e l’altra, riusciate a cogliere la genuina umanità di Michele.

Bra: in occasione di “Suicidio” abbiamo cominciato l’intervista con una dettagliata panoramica sul tuo percorso artistico, questa volta vorrei invece andare subito al punto, “Il grande addio”. Raccontaci come e da cosa nasce il disco, di cosa volevi parlare, quanto tempo ti è occorso per chiuderlo…
Lord Madness: ho cominciato dalla raccolta dei beat, che è durata un anno e mezzo pieno; avrò sentito un migliaio di basi… Solo quando avevo tutto ho preso a scrivere, anche se io non smetto mai di farlo, appunto sempre cose sul cellulare o su Moleskine – non riesco invece a scrivere al computer. Quindi avevo un sacco di punti fermi dai quali orientarmi per lavorare effettivamente al disco e la gestazione è arrivata a circa due anni. A me piace scrivere tanto, c’è questa cosa ora che la terza strofa è un po’ bandita dal Rap, anzi forse è bandito anche andare oltre il sixteen; io invece arrivo alla sedicesima (barra, ndBra) e mi sento molto tirato, mi dico ma qua ho altro da dire… Poi seguendo molto l’Hip-Hop americano – quello italiano un po’ meno – mi rendo conto che di sixteen ne vedo pochi perfino nel mainstream, sono abituato così e allora scrivo. Riguardo ciò che volevo esprimere, invece, un po’ come per i dischi precedenti ma cercando di farlo nella maniera migliore possibile, ho da una parte Maddy e dall’altra Michele, due persone differenti, e questo dualismo si manifesta anzitutto nella provocazione. Solo che quando sei un artista mainstream la provocazione suscita clamore e finisci subito su un giornale, quando invece sei underground – che poi tutte ‘ste definizioni non mi piacciono tanto – puoi dire quello che cazzo ti pare e non mi sono arrivate denunce da parte del Vaticano, della Questura o di personaggi illustri che ho preso per il culo… Mi piace far ridere e se non facevo il rapper magari facevo il comico. Ma dall’altra parte, appunto, c’è Michele, persona vera che ha una vita, un passato un po’ burrascoso che influenza il presente e ciò che scrive. Word…life, no? Faccio la citazione rapmaniaca da O.C., parola e vita, per me è così, mi piace essere anche molto autobiografico.

B: dal 2010 al 2012 hai vissuto un periodo molto fitto, due progetti solisti, uno con Brain, numerosi featuring, poi passano quasi quattro anni per il tuo nuovo disco – di cui due, come dicevi, di lavoro effettivo. A cosa si deve questo lasso di tempo abbastanza lungo e, nonostante sia il terzo capitolo di un’ipotetica trilogia, in che misura “Il grande addio” differisce dai due suicidi?
LM: che sia una trilogia è in effetti intuibile, ho impiegato un po’ più di tempo a terminarla perché – e non voglio tirarmela troppo – credo di aver raggiunto una certa maturità artistica. Nei dischi precedenti io stesso notavo delle skip track, rime che chiamo supercazzole, perciò volevo concentrarmi sia sulla metrica che sul contenuto, in modo che ogni pezzo fosse un mondo a sé. E volevo che ci fossero i ritornelli, perché mi sento capace di farli anche se ne azzeccavo uno su tre. C’ho messo un po’ di più, ho scritto uno stesso pezzo anche tre/quattro volte, mi sono interfacciato con l’etichetta e la lavorazione del disco è stata diversa. Una volta un mio vecchio amico mi diceva che se hai questa dote di saper incastrare le parole e lo fai in ogni pezzo, alla fine la gente o si rompe il cazzo o si abitua così e tu per loro sarai sempre e solo quello; se invece sai fare anche altro e riesci a gestire tutto, forse puoi dargli anche qualcosa di differente e questo è ciò che ho cercato di mettere in atto.

B: una curiosità sul titolo, cosa significa e a chi o a cosa dai l’addio?
LM: il titolo a me suonava molto epico… E’ l’addio a determinati discorsi, parlo di cose che non riaffronterò più e non so dire se sarà un addio anche a livello discografico, perché ora sono più orientato verso i dischi con qualcuno o i mixtape. Io sono sempre creativo, sto già scrivendo altre cose, ma mi sono dato un limite di copie vendute perché questo percorso che non mi piace chiamare carriera vorrei fosse simile alla scalinata dove siamo ora: una crescita, gradino dopo gradino. E quindi se questo disco – che per me è molto più valido dei precedenti, per quanto io non possa avere grande oggettività nell’autogiudizio – andrà meglio anche come numeri, mi sentirò stimolato a farne altri, se ciò non dovesse accadere ci sono mille modi per continuare a fare il Rap. Anzi guarda, con Kento stiamo già pensando di fare delle robe…
B: …una reunion tra voi due?
LM: esatto, te lo dico proprio in maniera ufficiale perché è sì un’idea ma abbiamo già cominciato a scrivere.

B: rimanendo sull’argomento, ti abbiamo visto al fianco di Brain, Don Diegoh, Johnny Roy, Oyoshe e molti altri, però nei tuoi dischi concedi pochi featuring e in quest’ultimo addirittura nessuno, come mai?
LM: è una scelta dettata dalla soggettività del disco. Fondamentalmente io sono sempre un po’ timido a chiedere featuring, anche perché ho avuto brutte esperienze con persone che sentivo a me vicine o che comunque avevano dimostrato rispetto per quello che facevo, sentendomi poi dire no, adesso non posso e cose così… Per di più vedo che le collaborazioni sono diventate oramai molto politiche ed io, ancora una volta, volevo essere provocatorio nell’andare in senso contrario. In effetti in molti hanno notato questa cosa ma qualche voce nei ritornelli c’è, non ci sono featuring Rap anche perché sarebbe stato difficile trovare persone che si adattavano al disco, sarebbero state le stesse con le quali avevo già collaborato e allora mi sono detto faccio una cosa mia, stop, punto.

B: il primo omaggio lo dedichi a Kaos, <<se quella voce in testa dice di uccidere/io ucciderò, bene!>>. E’ l’intro di “Fastidio”.
LM: è una citazione voluta, certo – e non tutti l’hanno colta. A me è sempre piaciuto quell’intro ossessivo con sotto delle voci che sembra l’Inferno, è suggestivo e la frase ci stava bene con le mie cose, ti gira in testa, perciò mi è venuto spontaneo inserirla in “Parla la mia rabbia”.

B: c’è un riferimento che torna spesso nella tua musica ed è la psicoanalisi, simulata attraverso un’ipotetica seduta. Lo fai con sarcasmo, con fini dissacranti, o si tratta di una componente della tua vita? E per te il Rap, la scrittura, è un elemento di catarsi?
LM: qui vanno dette delle cose mie… Sono stato sia in psicoanalisi che al CIM, ho sofferto di crisi di panico molto forti, ho abusato di droghe legali, sono stato vicino ai pazzi, quelli veri, mi sono accorto che non ero a quei livelli, ho abbandonato tutto e fatto autoanalisi fino a giungere a una sorta di equilibrio che ogni tanto barcolla. Però c’è questa cosa dell’autoironia che è parte del mio carattere e allora io riverso tutto nel Rap, per me è curativo gestire momenti d’ansia, problemi a casa, in famiglia o di lavoro attraverso la musica: il Rap è stata la mia psicoanalisi, il mio dottore. Quando faccio musica non penso a un cazzo e qualunque sia l’argomento lo affronto in un modo che mi fa stare bene.

intervistamadness2016

B: nei tuoi brani, tra l’altro, hai spesso toccato temi decisamente intimi. Quanto è difficile raccontare aspetti tanto personali e non hai paura che la cosa possa rivelarsi un’arma a doppio taglio, un modo per esporre i tuoi punti deboli?
LM: è complicato registrarlo e farlo dal vivo, scriverlo no. Anzi, in quel momento sto buttando fuori qualcosa, che sia rabbia o malessere, perciò è terapeutico. Il problema, se così vogliamo chiamarlo, è che ai live quei pezzi te li chiedono, magari c’è qualcuno che per storie personali ci si riconosce, e mi sembra la riuscita sia sempre un po’ inferiore rispetto agli altri. A me però piace raccontare dalla cosa più stupida a quella molto sentita e mettere tutto nello stesso contenitore; fondamentalmente io sono un cazzaro e se nella vita non avessi avuto determinate esperienze il mio Rap sarebbe stato solo cazzeggio, ma il rispetto per me stesso e per quest’arte fa sì che io debba parlare anche di me.

B: riguardo, invece, al tuo lato più ironico, quello che racconta situazioni spesso assurde, ti sei mai chiesto in che modo questi testi vengano letti e interpretati da un pubblico che, oggettivamente, è formato in buona parte anche da adolescenti?
LM: me lo chiedo quando mi fanno proposte assurde prima di suonare ai live… Fino a che non ti prendi sul serio e ti esprimi, diciamo così, da comico, non sei responsabile di come quel pezzo verrà recepito. Se dietro c’è un’etichetta, una major, forse ci sarà un filtro, ma è anche vero che se scegli di spingermi ti accolli Madness, non è che mi chiedi il pezzo melodico d’amore. Poi, a prescindere dall’età, in effetti ho una parte di supporter sufficientemente pazzi…

B: a proposito di pazzia, ma “Smokin session pt. 3” che pezzo è? Quante barre hai scritto?
LM: ma io non le conto. So naturalmente dove deve chiudere la battuta, però scrivo, scrivo e scrivo ancora… In quel pezzo lì sono più di duecento, è libero sfogo. L’ultima “Smokin session” l’ho fatta più che altro per chi me la chiedeva, perché il disco era chiuso. Quella è una parte di me ed è un po’ l’essenza del Rap, avere un loop tondo e fare gli sleghi

B: per i tuoi dischi ti affidi tendenzialmente a una piccola cerchia di produttori, non più di quattro o cinque per volta.
LM: scelgo pochi produttori per dare un timbro preciso al disco. Ho già sperimentato la collaborazione con un solo beatmaker (Peight in “Suicidio”, ndBra) e metterne troppi è un rischio, pochi ma buoni e giusti è la mia perfezione. Molte volte, per come concepisco io la cosa, non bisogna cercare per forza la base bellissima, ma quella adatta – può bastare un breakbeat oppure hai bisogno dell’orchestra sinfonica! Ad esempio, andando anche sul tecnico, ci sono basi che ammazzano alcune frequenze della voce, io quindi cerco un beat che si abbini alla metrica, all’argomento e a tutto ciò che ne consegue.

B: rispetto invece al tipo di sound che adotti, alterni beat più tradizionali basati sull’uso dei sample e sonorità abbastanza attuali e ricche di synth. La scelta rispecchia semplicemente i tuoi gusti o si adatta al tuo modo di fare Rap?
LM: ho gusti molto vari, sì. Quando ero piccino ricordo che a me piacevano i Geto Boys, però Roma era solo New York… E’ una roba che mi porto dietro, nel nuovo disco ci sono cose che suonano quasi west coast, c’è Yazee che è molto fan di gente tipo Battlecat, Daz Dillinger… Il mio produttore preferito di sempre è Erick Sermon…
B: …togliendo le cose recenti, immagino…
LM: eh sì! Però l’Erick Sermon degli EPMD e di Redman ha fatto cose che puoi mettere nei club, puoi mettere a una jam, ci rappi sopra bene, muovi la testa, muovi il culo, funziona sempre. Negli anni novanta il Wu-Tang Clan e i Public Enemy erano zozzissimi, erano sovversivi, però facevano i numeri, non c’erano tutte ‘ste categorie; poi il distacco tra underground e mainstream è cresciuto e questa cosa oramai vale anche per l’Italia. A me farebbe piacere che queste due realtà comunicassero invece un po’ di più…

B: in effetti il tuo atteggiamento verso le dinamiche underground/mainstrem è in un certo senso bipolare, perché appartieni senza dubbio al primo insieme ma ad esempio citi Eminem come un riferimento costante, né rifiuti sonorità più attuali. Riesci a immaginare un tuo alter ego che fa cose più orecchiabili ed accessibili?
LM: non riesco a teletrasportarmi nella cosa… Il mio disco, secondo me ma anche sentendo chi non capisce un cazzo di Rap, potrebbe essere mainstream per la concezione di alcuni pezzi, per metriche no. In un certo senso posso dire che è solo per numeri che sono underground. A me, come dicevo prima, tutte ‘ste categorie – perché l’Hip-Hop è andato in mille direzioni – non servono, ma sono dell’idea che potevamo giocarcela meglio tutti, forse qualcuno poteva lamentarsi un po’ meno nell’underground e qualcun altro poteva lamentarsi un po’ meno dell’underground. Perché se parli e insulti sempre l’altro, significa che quella roba lì t’interessa…

B: parliamo della scena romana. Non credi giri un po’ in tondo su se stessa? Mi spiego: tolto un gruppo monumentale come il Colle der Fomento e personaggi già storicizzati, vedi Ice One, manca forse un punto di riferimento nuovo con cui misurarsi (anche perché nomi forti tipo Noyz Narcos si sono spostati a Milano) o una crew che faccia ciò che faceva la Robba Coatta negli anni ’90.
LM: se ne vanno via un po’ tutti… Io vedo che Milano, non so se in maniera falsa o meno, è molto più unita, qui invece ci sono tante realtà che però si fanno i cazzi loro. Con Roma ho un rapporto molto controverso, sto facendo presentazioni del disco dappertutto tranne che nella mia città perché l’organizzazione è di tipo mafiosa, solo gli amici degli amici. A Roma succede di trovare due grosse serate contemporaneamente, non c’è comunicazione tra le varie organizzazioni, ci sono scazzi, io non vedo te e tu non vedi me. E’ una perdita, viene meno il confronto che è poi alla base dell’Hip-Hop e stili diversi come il mio, forse più vicino a cose americane, non vengono visti di buon occhio.

B: “Il grande addio” è dedicato a Primo Brown. Quanto mancherà a Roma e alla scena tutta?
LM: Primo era forse l’unico a Roma che faceva le cose che abbiamo detto. Poteva essere mainstream facendo gran Rap ed è sempre stato uno dei rapper che ho apprezzato di più: aveva musicalità, padronanza di voce e di respiro, rime, argomenti, sboronaggine, cuore… Manca tanto sia a livello personale che come figura dell’Hip-Hop italiano. Resta in pace Tigre.

B: la dimensione live. Quanto la curi e come ti prepari?
LM: mi esercito molto. Provo sempre nuove soluzioni, mi studio le rime e le prese di fiato, rappo tanto, ripeto i pezzi su beat più veloci per impararli bene perché se la strofa sai adattarla su altre basi allora ti viene come deve sempre… Io sul palco mi trovo davvero bene, perciò se salto anche solo una settimana di live mi prende male.

B: ok, stop alle domande, spazio libero per dire quello che ti pare…
LM: sto lavorando a un disco con Kento ed Apoc, poi vorrei fare un mixtape e sfogarmi in questo modo. Ringrazio la Glory Hole e ricordo che sul sito dell’etichetta è possibile acquistare il disco sia in copia fisica che digitale, me lo possono chiedere sulla mia pagina, c’è in qualche negozio specializzato (Trix Shop, Graff Dream, Wag) e lo trovate ai live dove vi aspetto tutti. E grazie ai maniaci del Rap!

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