Intervista a El Da Sensei (08/10/2018)

E’ una bella serata di un ottobre ancora caldo; l’uscita di “XL“, disco collaborativo tra i veterani El Da Sensei e Sadat X, ci offre la possibilità di spendere un’abbondante mezz’ora in videochiamata proprio con Elliott Williams: la spenderemo per parlare di questo nuovo disco e gustarci qualche piccola curiosità tra i gloriosi giorni di “Between A Rock And A Hard Place” e “That’s Them”. El Da Sensei non è solo Artifacts e non è solo golden age, alle sue spalle c’è una carriera solista longeva e prolifica, che ha spesso incrociato lo sguardo verso l’Europa, una pulsante dedizione che non ha mai cessato di battere, un lavoro encomiabile portato avanti con umiltà, costanza e amore. Lui risponde con precisione e sveltezza a tutte le nostre domande, non si ferma a riflettere su nulla, le idee sono sempre e solo chiare. E chi attende da anni notizie sul possibile nuovo disco degli Artifacts, nel corso della lettura troverà delle risposte davvero molto interessanti…

Mistadave: chi ti ha ispirato nel cominciare a fare Rap?
El Da Sensei: i grandi mc’s degli anni ottanta. Rakim, Big Daddy Kane, KRS-One, Chuck D. E aggiungerei anche un nome non molto conosciuto oggi, ma che andava forte quand’ero ragazzino: quello di Chubb Rock. All’epoca c’era la possibilità di ascoltare stazioni radio indipendenti coi programmi di Marley Marl e Mr. Magic, un po’ alla volta potevi scoprire gente come LL Cool J, gli Ultramagnetic Mc’s, ovviamente i Run-DMC; insomma potevi ascoltare un tipo di musica differente dal resto che girava.

M: i tuoi dischi preferiti di quel periodo?
E: anzitutto “Paid In Full”, poi l’esordio dei Public Enemy, “Yo! Bum Rush The Show”, quindi “Criminal Minded” e “Critical Beatdown”. Tanti di questi dischi li potevo trovare in un negozio che avevo vicino casa, spesso andavo là e stavo ore a guardarmeli finché non sono stato grande abbastanza per potermeli permettere coi miei soldi, ho creato una bella collezione di vinili. Ho speso praticamente tutte le mie risorse in dischi.
M: anch’io, ma il formato era il CD (ride – NdMista).

M: in che momento gli Artifacts hanno cominciato a diventare realtà?
E: io e Tame One facevamo parecchie cose assieme e quando stavamo cercando di farci un nome c’era il programma radiofonico di Stretch & Bobbito che andava fortissimo. Se eri ospite da loro, potevi scommettere che avresti avuto l’opportunità di essere conosciuto istantaneamente in tutta l’area di New York. Ricordo le insistenze di Tame nel telefonargli, voleva assolutamente avere un’opportunità di esibirsi in freestyle, che era una parte determinante del loro programma; un giorno siamo riusciti a ottenere l’invito e abbiamo mostrato le nostre abilità. Quella serata ci ha aperto un sacco di porte.

M: sono particolari che ti ringrazio di condividere con noi. All’epoca non c’era internet e al di là dell’ascolto dei singoli dischi, non sapevamo quasi nulla di un artista. Sentire queste storie oggi, direttamente dai protagonisti, è assolutamente elettrizzante!
E: ne ho così tante di storie da poter riempire un libro…

M: quali sono i pezzi degli Artifacts che ti hanno reso più orgoglioso?
E: partirei con “Wrong Side Of The Tracks” e “C’mon With Da Git Down”, le nostre due hit più conosciute; mentre dal secondo disco dico sicuramente “Art Of Facts” e “The Ultimate”. Poi provo da sempre un sentimento particolare per “Break It Down”, perché si tratta del primo pezzo che io e Tame abbiamo registrato quando ci siamo incontrati.

M: perché gli Artifacts si sono divisi dopo “That’s Them”?
E: fondamentalmente perché la vita scorre e le cose cambiano. In quel periodo non andava particolarmente bene con la nostra etichetta, eravamo molto incerti sul futuro e c’era bisogno di cambiare direzione, prendersi una pausa e sviluppare le nostre carriere soliste. Giudicando oggi lo svilupparsi degli eventi, posso dire che dividerci ha portato benefici a entrambi e nessuno, tra l’altro, ci ha mai impedito di pensare di tornare assieme, perché tra noi non ci sono mai stati problemi di nessun genere. Non c’erano nemmeno le cosiddette differenze creative, nulla di tutto ciò: stavamo semplicemente crescendo, cambiando, di conseguenza ognuno aveva la necessità di scoprire la propria strada.

M: che periodo attraversava l’Hip-Hop quando hai iniziato il tuo percorso solista?
E: non bellissimo a dire il vero, ma sarebbe cambiato presto. Non ho affatto un bel ricordo di tutte le cose che uscivano e che non rispecchiavano la realtà dell’Hip-Hop; ti parlo del ’98, del ’99, l’industria stava cambiando, le grosse etichette sapevano che avrebbero fatto molti soldi sfruttando questa presunta moda, rischiando di far perdere i presupposti della nostra Cultura. Molti artisti della mia epoca si sono demotivati, molti gruppi si sono sciolti, qualcuno ha lasciato perdere semplicemente perché non ci credeva più. Di lì a poco sono arrivate le etichette indipendenti, parlo di Fat Beats, Stones Throw e via dicendo, che hanno contribuito a dare respiro al panorama. Niente più contratti dai quali era quasi impossibile uscire e piena libertà artistica. Gente come Dilla ha dato nuove speranze a tutti, nessuno voleva più commettere gli stessi errori di prima.

M: veniamo all’attualità. In questo momento sei fuori con un’altra leggenda, Sadat X, per il vostro primo disco assieme: “XL”. Com’è nata la decisione di incidere un disco con lui?
E: ci conosciamo dal 1990 e nel corso delle nostre vite ci siamo incrociati spessissimo. Un giorno eravamo in giro con degli amici che abbiamo in comune e uno di loro l’ha buttata lì, chiedendoci perché non avessimo mai pensato di collaborare in un progetto. Io e Sadat ci siamo guardati un attimo e ci siamo detti perché no? Da quel momento a oggi sono passati sei anni, nei quali abbiamo cominciato la stesura dei pezzi inserendo beat che precedentemente non avevamo in mezzo a quelli che avevamo già scelto, tra i quali un paio di produzioni di P-Original che sfortunatamente è venuto a mancare poco prima della fine del lavoro. Poi abbiamo anche avuto un paio di disavventure con l’hard-drive, abbiamo perso i dati ben due volte… Insomma, c’è voluto del tempo ma alla fine è venuto fuori davvero un bel disco.

M: come pensi si complementino i vostri stili così differenti?
E: credo sia stata una sfida interessante, perché se conosci Sadat sai che il suo stile è assai poco ortodosso nella metrica, mentre io amo sperimentare un po’ dappertutto ma ho un flow più cadenzato; inoltre penso che le nostre voci s’incastrino bene l’una sull’altra. Quando abbiamo registrato i primi due pezzi e ho sentito il risultato, ho pensato che fosse addirittura migliore di ciò che mi aspettavo, suonava tutto molto naturale. E poi c’è la musica che abbiamo scelto, che era fatta apposta affinché ci spittasse sopra qualcuno con del talento vero, ha fatto capire meglio le intenzioni generali di questo progetto.

M: com’è avvenuta la selezione dei produttori?
E: la maggior parte dei beat sono produzioni che avevamo già; io avevo per esempio dei pezzi di Dj Rhettmatic e J Rawls, ai quali ho poi chiesto quali avremmo potuto tenere per questo disco. Abbiamo fatto la selezione seguendo delle sessioni d’ascolto e prendendo solo ciò che credevamo funzionasse davvero, è stato un processo secco, rapido, avevamo le idee chiare e non intendevamo creare cinquanta pezzi per poi lasciarne più di metà fuori dal prodotto finale. Ha funzionato in maniera del tutto simile a quando registravamo negli anni ’90 coi nostri gruppi, volevamo far sentire agli ascoltatori d’oggi un prodotto realizzato con quel tipo di mentalità, la stessa che faceva nascere i nostri dischi e quelli di artisti come gli A Tribe Called Quest, Pete Rock & C.L. Smooth, Public Enemy, Redman… Tutti dischi nei quali potevi davvero sentire il tempo che era stato dedicato alla qualità del suono. Un’altra cosa importante da sottolineare è che abbiamo voluto incorporare il maggior numero di scratch possibile, dato che oggi sembra che a nessuno interessino più molto.

M: avete registrato assieme le tracce?
E: ogni singolo pezzo. Ogni singolo pezzo (lo ripete due volte! – ndM). Abbiamo trovato il tempo di farlo ritagliandoci spazi dai rispettivi tour, sia io che X abbiamo girato da soli e pure coi nostri gruppi, ma quella è stata la parte facile. La più lunga riguarda sempre il mixing e il mastering, fasi nelle quali J. Colombo ha svolto un gran lavoro snellendone il processo, per questo lo ringrazio moltissimo. Abbiamo girato parecchi studi di registrazione, quello sì, ma eravamo sempre nello stesso luogo e nello stesso momento, solo così può emergere la miglior chimica possibile.

M: avete pensato a un tour da fare assieme?
E: assolutamente sì, abbiamo pianificato di arrivare in Europa a febbraio o marzo del prossimo anno. Sappiamo che dobbiamo cominciare a programmare tutto prima e partiremo facendo delle date negli Stati Uniti – abbiamo già fatto uno show all’A3C Festival di Atlanta proprio la settimana scorsa e il pubblico ha reagito molto bene a tutti i pezzi che abbiamo proposto per la prima volta dal vivo. Ora dovremo affrontare ore di prove e selezionare le scalette, ma non vediamo l’ora di rappare i pezzi assieme al nostro pubblico.

M: ed è un disco molto lungo!
E: ceeeeeerto! Ed era proprio così che lo volevamo. Adesso ci sono tutti questi dischetti da cinque o sei pezzi, man, quando eravamo fuori noi (si riferisce agli Artifacts – ndM) gli album avevano una durata media di un’ora. Progettando “XL” avevamo intenzione di dare al pubblico un prodotto curato, che si sentisse non essere frutto della fretta; oggi, quando prendi un album e vedi ventidue pezzi pensi subito a un doppio, invece no, abbiamo spremuto tutto all’interno di un’ora aggiungendo un paio di bonus, volevamo dimostrare di essere capaci di raggiungere quella quantità con estrema facilità, senza rinunciare alla qualità. Abbiamo scelto “XL” come titolo proprio perché doveva essere un large album.
M: quindi è anche un doppio senso?
E: esatto.

M: da dove derivano i vari concetti espressi nelle tracce?
E: diciamo che volevamo indicare dove siamo arrivati oggi come artisti e come ci poniamo nei confronti dell’industria musicale, confrontandoci coi più giovani. Il pezzo con A.G. (“Sign In” – ndM) parla ad esempio delle nostre esperienze in tour, non va sottovalutato a livello lirico perché siamo dei veterani e siamo qui ancora oggi, con le nostre voci intatte. “It Takes Two” è un altro episodio interessante, perché racconta come si possa gestire una relazione mentre si è anche degli artisti e si dev’essere sui social anche se sei a casa col tuo partner. In altri casi volevamo semplicemente spassarcela: non dico che volessimo dimostrare chissà cosa, ma volevamo far vedere dove siamo oggi. Non c’è nulla di diverso rispetto al passato, siamo solo migliorati un po’. I concetti sono vari ed è anche per questo che i pezzi sono tanti, in modo che il pubblico potesse scegliere i gruppi di tracce legati ad argomenti che potevano piacere di più. Abbiamo cercato di racchiudere più gusti.

M: quindi non conta dove sei ma da dove vieni, giusto?
E: assolutamente sì. E conta anche dove stiamo andando. Il successo di quest’operazione ci ha convinti a registrare ancora e i nuovi pezzi che avremo saranno dieci volte migliori di questi. Noi veniamo dagli anni novanta e vogliamo dimostrare oggi, anno duemiladiciotto, che il Rap va fatto come si deve.

M: non può che far piacere a noi fan, perché tanta gente della tua epoca oggi non c’è più, è sparita strada facendo. Tu e Sadat, invece, siete ancora qui, intatti.
E: ed è un riconoscimento che apprezzo tantissimo, lavoriamo veramente duro per questo. Io e Sadat abbiamo trattato questo progetto come se fosse la produzione di un grande film perché sapevamo che c’era parecchia gente che attendeva il disco e aveva aspettative elevate.

M: parliamo della tua carriera solista. Hai lavorato molto spesso con produttori europei, come mai questa decisione?
E: sono stato in Europa diverse volte, ho conosciuto parecchia gente e non mi sono mai posto dei paletti rispetto al tipo di persone con cui avrei potuto collaborare. Ad esempio i Returners (Little e Dj Chwial – ndM), polacchi, hanno un sacco d’influenze americane nel loro stile e le puoi sentire dal tipo di suono nonché dal fatto che inseriscono gli scratch nelle loro cose; quando ho lavorato con loro la prima volta erano giovanissimi, avevano rispettivamente diciassette e diciannove anni, ma avevano già una direzione precisa per i loro lavori, idee molto chiare, quindi sono nati due progetti. Ho lavorato con i Kreators, produttori di Londra, il mio EP più recente (“Sensei ‘N’Chillow” – ndM) è stato realizzato col belga Chillow, poi ci sono stati Chill 1-2, Dj Typhoon & The Boulevard Connection…
M: …Dj Koss…
E: esatto, anche Koss. E per finire gli Snowgoons. Queste sono tutte le affiliazioni che mi sono creato negli anni viaggiando nel vostro continente. Ho visto molta di questa gente crescere fino a ottenere la strada che cercava; gli europei sono altrettanto bravi rispetto agli americani anche da quel punto di vista.

M: credo che “Global Takeover Part 2: A New World” sia stato uno dei migliori dischi del 2010. Ci parli di quel sound così incredibile e del grande talento dei Returners?
E: ho trascorso quasi quattro anni viaggiando tra casa e la Polonia, facendo significativi progressi tra il nostro primo EP e il secondo album. Non dico che fossimo giunti al livello di sederci tutti a un tavolo e cominciare a progettare qualcosa a occhi chiusi, ma al momento di “GT2” loro sapevano perfettamente che esigenze avevo e mi conoscevano meglio a livello personale e caratteriale. Il tutto è stato possibile anche perché andavamo in giro assieme nei tour: all’epoca erano fuori dischi tipo “Double Barrell” (Marco Polo & Torae – ndM) e a loro prodotti come quello piacevano da matti, come pure molti altri parecchio hardcore. Un giorno in auto ho fatto scoprire loro J Dilla, altre cose di cui avevo solo sentito parlare le ho sentite invece direttamente da loro e da qui abbiamo imparato a capire i rispettivi gusti. Durante le pause dei tour, oppure nei momenti in cui rincasavo, la produzione di Little non cessava mai, continuava a propormi beat e mi diceva con decisione che da questi doveva nascere il nostro secondo lavoro; in effetti ho percepito la sua maturazione e mi sono anche chiesto se fosse lo stesso con cui avevo realizzato il primo EP (ride – ndM). In realtà aveva solo imparato a conoscere i miei gusti personali e creato dei beat per quello stile. In aggiunta a ciò, gli avevo suggerito di cercare dischi polacchi sconosciuti da cui estrarre nuovi sample e infatti in “GT2” ci saranno sì e no due campioni provenienti da dischi americani, uno dei quali utilizzato per “Pain”.
M: quindi le fonti non le conosce nessuno. Meglio così.
E: a meno che tu non sia polacco!

M: francamente non sapevo che i Returners fossero praticamente dei ragazzini all’epoca, sono a maggior ragione impressionato dal loro lavoro.
E: tieni conto che ho deciso di collaborare con loro anche per questa ragione. La prima volta mi hanno contattato tramite Dj Illegal degli Snowgoons, poi la settimana successiva mi hanno chiesto di poter avere una mia strofa per un pezzo che stavano facendo con il gruppo polacco A-Front, nonché di poter realizzare un brano con loro. Da qui sono nati i progetti per un EP, abbiamo iniziato a parlare seriamente, mi hanno fatto un biglietto per la Polonia e abbiamo quindi cominciato le registrazioni, facendo concerti al tempo stesso. Era tutto pazzesco, mi portavano a casa dei loro genitori, mi facevano conoscere un sacco di gente, tutto molto divertente. Mi hanno fatto capire che come artista potevo addirittura dare di più di quanto già facevo, mi hanno fatto conoscere nella loro nazione, mi hanno aiutato a ottenere quella che definisco una seconda vittoria di carriera in un’industria che sembrava costruita per artisti più giovani di me e all’interno della quale sono invece sopravvissuto anche grazie a connessioni come questa.

M: ci sarà una terza parte della serie “GT”?
E: ci conto. Non ne ho ancora parlato con Little, ma voglio farlo subito dopo aver terminato tutte le cose che ho in piedi ora. Sono davvero curioso di sentire a cosa sta lavorando oggi, in che direzione sta progredendo.

M: hai altri piani per nuove collaborazioni europee?
E: ovviamente sì. Sto lavorando a un secondo progetto con Chillow; poi sono in contatto con Koolade, un produttore che trovate anche all’interno di “XL”, mi ha recentemente spedito del materiale da selezionare e presto ci incontreremo per discuterne; ancora Mentplus, che ha tre produzioni in “XL”, il nostro disco uscirà l’anno prossimo e attualmente io e J. Colombo ne stiamo seguendo la fase di mix; poi Tony Galvin, sempre presente su “XL”. Infine, fuori dall’Europa, col giapponese Dj Yaz.

M: nei tuoi dischi c’è sempre almeno un featuring di un artista proveniente dall’area di New York/New Jersey. Con chi altro vorresti realizzare un disco simile a “XL”?
E: il primo della lista è Pharoahe Monch, uno dei miei mc’s preferiti in assoluto. Poi sconfino in California e dico Planet Asia, lo rispetto moltissimo. Tornando a New York, cito assolutamente Roc Marciano, Skyzoo e Large Pro.
M: El Da Sensei e Shabaam Sahdeeq! Che ne pensi della mia idea?
E: assolutamente sì, certo! Con ‘Baam abbiamo un video attualmente fuori che si chiama “Graffiti The World“. Io e lui su un album? Può funzionare!

M: e c’è qualche speranza di sentire un nuovo disco degli Artifacts?
E: yes you will! (scandisce e separa ogni parola mentre lo dice – ndM). Stiamo lavorando a un nuovo progetto e sarete sicuramente soddisfatti di ciò che sentirete.
M: com’è oggi il rapporto tra te e Tame One?
E: molto sereno, nessun problema o questione tra noi. Stiamo lavorando molto bene assieme e presto pubblicheremo un’edizione speciale di “That’s Them”.
M: qualche anticipazione di questo nuovo disco?
E: vogliamo che suoni in una certa maniera, quindi l’abbiamo affidato a Buckwild!

M: parlando del presente, quali sono i nuovi artisti che meritano il tuo rispetto?
E: stimo molto Kendrick Lamar. Mi piacciono Torae e Skyzoo, Elzhi che è un grandissimo lyricist, poi Denmark Vessey. Ascolto molto Joey Bada$$. Segnalo Saroc, ottima mc proveniente da Atlanta.
M: quindi l’Hip-Hop lo trovi in buona forma?
E: sì, sicuramente. C’è qualità in giro e nonostante il mercato sia perennemente saturo, c’è spazio per tutti e ognuno ha la possibilità di essere scelto da un ascoltatore.
M: però è tutto guidato dai soldi, non più dal rispetto.
E: è tutta colpa del ’99, l’anno in cui i ragazzi hanno cominciato a fare Rap per denaro e non più per la Cultura. Però c’è ancora gente là fuori che fa Rap in favore della Cultura e riesce a ricavarne del profitto, che è la via giusta, gente che guadagna coi tour e ammucchia i propri soldi attraverso il merchandising più che vendendo dischi. Gente come me. Io pago di persona le magliette che poi vendo online o in giro. Un tempo le etichette approfittavano di noi, ci usavano, ci spremevano, si prendevano il guadagno e quando non facevamo loro più comodo, ci gettavano in strada. Il gioco è sempre lo stesso, solo che ci sono molti personaggi nuovi che vi girano dentro.

M: di cosa necessita l’Hip-Hop per rimanere vivo?
E: di gente come Kendrick Lamar e Joey Bada$$. E che noi trasmettiamo determinati valori ai nostri ragazzi. Dischi come “XL” devono lasciare un messaggio sulla strada da seguire, perché quando noi non ci saremo più non basterà l’eredità che lasceremo. Sarà necessario avere delle nuove leve che la raccolgano nella giusta maniera. E’ tutto un discorso sull’andare a scuola, studiare e imparare.

Ed è una lezione da tenere sempre presente. Parlando con El Da Sensei si capisce come lui e tantissimi artisti simili a lui amino davvero l’Hip-Hop con il massimo della spontaneità. Gente che ci tiene davvero a ciò che fa, a preservarne i valori, a migliorare se stessa nonostante l’avanzamento dell’età e lo status di veterani affermati. La loro è una passione che non finisce proprio mai. Da parte nostra, quindi, grazie!

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