Intervista a Cymarshall Law (27/08/2018)

Lunedì 27 agosto. Il primo giorno di lavoro in seguito al rientro dalle ferie propone una serata piacevole, caratterizzata da un appuntamento telefonico con Cymarshall Law, che ci aspetta a casa sua, nel New Jersey, per le 21.30 italiane. Ci risponde dalla sua nuova abitazione, in cui non si è trasferito da molto, parla dal microfono dello studio di registrazione, lo stesso dove è stato realizzato tutto il lavoro per il suo nuovo disco, “Imperfectly Perfect“, in uscita il prossimo 7 settembre e tema centrale della nostra chiacchierata.

Mistadave: ciao Cymar, come andiamo?
Cymarshall Law: qui tutto molto bene, grazie, non ho proprio nulla di cui lamentarmi. Oggi, tra l’altro, è il mio primo giorno di vacanza.
M: parli del tuo nuovo lavoro?
C: esatto, quello per il quale sono stato assunto a novembre.
M: ne sono al corrente, d’altra parte seguendo i social oramai non c’è più nulla da nascondere a nessuno…
C: (ride – ndM) è vero, fa parte del gioco.
M: anche se può essere tutto molto pericoloso…
C: certo, sì, ma fa parte dell’essere un artista oggi, non puoi farne a meno. Ed è anche qualcosa che mi costa a livello emotivo, essendo una persona introversa sin dalla mia nascita.
M: sei introverso? Davvero?
C: sì, un tipo introverso che diventa estroverso quando deve. Se non fossi su un palco a intrattenere le persone starei sicuramente a casa mia tutto il giorno a leggere libri. Ho davvero dovuto forzare la mia natura per diventare un mc, perché era ciò che assolutamente volevo. I tour, l’esibirsi davanti a degli sconosciuti, è stato tutto molto difficoltoso da affrontare per il mio carattere, ma amo troppo l’Hip-Hop per farne a meno.

M: ripartiamo dalla nostra ultima chiacchierata, avvenuta nel 2012 via mail. Cos’è cambiato nella vita di Cymarshall Law in questi sei anni?
C: parliamo dell’epoca in cui avevo pubblicato “Hip Hop In The Soul II” con Mr. Joeker; e in quest’intervallo sono successe molte cose. Cinque anni fa, nel maggio 2013, mi sono sposato e quell’agosto, il 27, è mancato mio padre, per cui oggi è anche il suo anniversario. Io compio gli anni il 29, quindi quel compleanno è stato decisamente amaro per me. Poi ho continuato a fare le cose di sempre, ho affrontato dei tour che mi hanno portato in giro per gli Stati Uniti e in Europa, quindi ho sentito la necessità di rallentare e ho deciso anche di tornare a scuola e terminare gli studi che avevo interrotto, diventando network engineer. Infine, la mia famiglia è cresciuta, si è ampliata, mio figlio più grande quest’anno compirà diciassette anni e poi ci sono i miei figli più piccoli, siamo una famiglia unita e di conseguenza ho cambiato i ritmi che l’essere artista mi aveva precedentemente imposto. Ricordo, nel 2014, di essere stato all’Hip-Hop Kemp e in quell’occasione ebbi la possibilità di condividere il viaggio dall’hotel all’aeroporto con Dj Premier. E’ stato un incontro determinante, perché mi ha spronato nell’iniziare a produrre da solo i miei beat, cosa che non avevo mai fatto e che ho invece realizzato nel mio penultimo disco, “The Rhythms & Poems Of Solomon Prince“, uscito nel giugno del 2017. Per arrivare a ciò, ho fatto dei corsi specifici in ingegneria del suono e mixing, il tutto mentre crescevo i miei figli – ed è dove sono arrivato oggi.

M: questo è anche quel momento dell’anno in cui ti esibisci nel classico concerto annuale che tieni assieme a Silent Knight.
C: esattamente, ci siamo esibiti assieme proprio sabato. E’ stato un grande show, venuti tanti parenti e amici a sentirci, a livello personale è uno dei momenti più belli dell’anno. Conosco Silent Knight dal 2002 e abbiamo iniziato questa tradizione nel 2004, amo fare dei live con lui.
M: credi che Silent Knight sia una di quelle persone che non conosciamo da subito, ma che siamo comunque destinati a conoscere nel nostro percorso?
C: assolutamente sì, ci pensavo proprio qualche giorno fa. Ci siamo visti per girare il video per uno dei pezzi del nuovo album dove c’è una sua strofa (“Murda Dem” – ndM) e la volta prima c’eravamo visti molti mesi addietro, anche se sembrava non ci vedessimo solo da qualche ora. Quindi sì, credo sia qualcuno che dovevo incontrare e che ciò fosse scritto da qualche parte, l’interazione che abbiamo me lo conferma.

M: parliamo del nuovo album. Che significato ha il titolo “Imperfectly Perfect”?
C: ho deciso di chiamarlo così mentre procedevo alla scrittura dei vari pezzi, non ero partito con quell’idea sin dall’inizio. La spinta finale è arrivata da una traccia che si chiama “The Bad Guy”, la quale parla del voler far sempre la cosa giusta mancando di far vedere agli altri chi siamo veramente e che abbiamo dei difetti anche noi. Capita che metti tutto te stesso per fare le cose per il meglio e al primo errore che commetti vieni etichettato come il cattivo ragazzo di turno, sicché le persone non vedono più tutto il lavoro che c’è stato dietro nel tentare di fare sempre la scelta corretta.
M: non a caso il pezzo è posizionato dopo uno skit con tuo figlio, che parla proprio di questo.
C: esatto. E la cosa si riflette moltissimo sui social media, dove tutti sono portati a mostrare solo il loro lato positivo, intervenendo con le opportune modifiche per apparire perfetti. Ma la vita non è questa. Pensando a queste cose il titolo mi è venuto in mente in maniera del tutto naturale. C’è anche un episodio che mi ha ispirato e riguarda mia figlia: un giorno stava eseguendo un mio ritratto, me l’aveva chiesto e avevo acconsentito, mentre lavorava era particolarmente timorosa del fatto che il dipinto, alla conclusione, non sarebbe mai stato perfetto. E’ stata la circostanza giusta per spiegarle anzitutto che a me potrebbe sembrare perfetto tutto ciò che lei fa, visto il mio orgoglio paterno, ma soprattutto che ogni sua realizzazione è comunque bellissima, meravigliosa, per il solo fatto che nasce da lei.

M: ti consideri un perfezionista?
C: all’estremo (ride – ndM)! Non so se dipenda dal mio segno zodiacale, probabilmente sì, i vergine sono assolutamente dei perfezionisti. Ed è un problema serio (altra risata – ndM). Mentre registravo pensavo al beat perfetto, alla strofa perfetta, ma ciò non esiste. Mi sono quindi convinto che posso solo dare il meglio di me, tutto ciò che ho nel cuore, e il risultato sarà sempre imperfetto per natura ma perfetto per lo sforzo, capisci? Se cerchi invece di rincorrere una perfezione che non è di questo mondo, puoi uscirne pazzo.

M: gli skit che hai pensato rappresentano il rapporto che hai coi tuoi figli e il desiderio di far imparare loro i concetti di libertà, creatività e consapevolezza. Sei soddisfatto del tuo operato di padre?
C: sì, pur sottolineando nuovamente che non sono perfetto. Quello che faccio è cercare di avere la situazione sotto controllo. Essendo nato in Inghilterra sono arrivato negli Stati Uniti quando avevo nove anni, quindi ho applicato un concetto molto semplice: quando abbiamo acquistato questa casa due anni fa – ah, ecco un’altra cosa che ho fatto negli ultimi sei anni – sono stato molto attento al vicinato, alle scuole, ai luoghi che potevano essere contaminati dal crimine, rifacendomi alla mia stessa esperienza da piccolo, quando i miei genitori fecero questi stessi ragionamenti all’epoca in cui arrivammo a New Brunswick. Ho cercato un ambiente familiare, perché ne conosco le dinamiche e posso aiutare meglio i miei figli a crescere. Mia sorella e mio fratello si sono rispettivamente trasferiti in North Carolina e in Inghilterra e avere a che fare con nuove dinamiche penso possa metterli maggiormente in difficoltà nel seguire i loro figli rispetto a quanto accade a me. Conosco alla perfezione il luogo dove abbiamo trovato casa, ho 37 anni e ricordo di quando andavo qui a scuola come fosse ieri, conosco tutte le relative attività sportive, gli allenatori, gli impianti, sono le stesse attività che stanno facendo oggi i miei figli. Tutto ciò che desidero è essere un padre lontano dal pensare che suo figlio sia perfetto e che prenda sempre la decisione corretta. Sono cresciuto in mezzo a genitori che lo pensavano, ma in realtà i loro figli avevano preso davvero una brutta strada…

M: i tuoi figli hanno età diverse ed esigenze differenti. Come riesci a gestire il tempo nel seguirli adeguandolo al tuo lavoro regolare e al tuo essere artista?
C: sono davvero contento che tu me lo chieda, è un’altra relazione col titolo del disco. Cerco sempre di spiegare a tutti come riesca a dividermi tra i vari impegni giornalieri, ma credo che ciò venga regolarmente sottostimato. Quello che faccio non è mediamente…umano (altra risata – ndM). Solo l’aspetto musicale è un lavoro a sé, mi occupo di tutto, scrittura, produzione, finalizzazione, video, interviste, promozione; e poi c’è il lavoro vero. E tre ragazzi di tre età differenti, che hanno tutti bisogno di me: mio figlio più grande è quasi un teenager, quindi devo stargli molto vicino; il medio è un calciatore molto promettente, quindi sono impegnatissimo nel seguirne le partite; mia figlia, la piccolina, è la bimba di casa, devo dirle che è bellissima un centinaio di volte al giorno, ha solo nove anni e devo essere sicuro che il suo livello di fiducia non si abbassi mai. E poi lei è l’artista di famiglia. E non dimentichiamo l’ultimo arrivato, che ha due mesi. Ovvio, c’è poco tempo per dedicarmi alle mie esigenze personali, ma amando tutta la mia famiglia e la musica, non mi vedo assolutamente in difficoltà. E’ molto stancante, ma non ho problemi di alcun tipo.
M: comporta molto sacrificio.
C: certo, mi manca il non poter uscire con gli amici come facevo prima. A volte mi rendo conto che mi sono totalmente dimenticato di me stesso. Un paio d’anni fa mi sono dovuto fermare, volevo assolutamente ricavarmi del tempo per riprendere a guardare un po’ di sport, una cosa che amo moltissimo. Ho imparato a scrivere ordinatamente sul foglio di carta di cui ci attrezzano, senza riempirlo a caso (metafora molto carina – ndM).

M: i tuoi figli ascoltano i tuoi dischi?
C: sono costretti a farlo (nuova risata – ndM)! Non tanto perché siano forzati, ma perché registro qui e loro naturalmente girano per casa. Inoltre quando li porto a scuola devono sorbirsi il viaggio in macchina ascoltando i mix finali.

M: come sempre i tuoi dischi manifestano positività e ispirazione. Come riesci ad essere così, nonostante tutte le difficoltà che la vita ci mette davanti?
C: (pensa per qualche secondo prima di rispondere – ndM) in realtà non conosco altri modi di vivere. I miei genitori sono cresciuti da Rastafari e hanno sempre manifestato positività spirituale, mia madre mi ha parlato spessissimo dello spirito umano, sono inoltre conscio, per esperienza personale, che una volta entrati nella negatività si innesca un effetto domino che richiamerà di certo altri episodi negativi. La cosa più importante che voglio mostrare ai miei figli ogni giorno è il mio sorriso. Voglio che vedano la mia felicità anche quando devo andare al lavoro, una cosa che non piace fare a nessuno, non voglio che mi vedano sconfitto dalle situazioni. I figli osservano molto il comportamento dei genitori e agiscono di conseguenza, quindi mi faccio vedere positivo. Cerco di insegnare loro a non essere falsi, a rappresentare la luce nel mondo.

M: uno dei pezzi più belli del disco è “The Same Guy”. Ce ne parli?
C: certo, l’ho pensato appositamente per diventare uno dei primi singoli. Il concetto non è certo nuovo, ma importante: parla del fatto che non appena l’Hip-Hop presenti delle idee che diventano moda, tanti artisti fanno a gara per produrre qualcosa di esattamente uguale; quando uno centra il disco da un milione di dollari, diventano tutti dei robot molto obbedienti. Lo dimostra la storia, con tutte le influenze cui il Rap è stato assoggettato, in passato con la musica Southern e oggi con il cosiddetto mumble. E non vorrei davvero passare per una persona che giudica mentre lo dico, ma allo stesso tempo sentivo di esprimere la necessità disperata di originalità di cui il settore necessita. Guardandomi indietro, penso di non essere mai stato il same guy, nessuno è mai riuscito a confinarmi in uno spazio limitato o a cambiarmi per rispecchiare le esigenze della moltitudine.

M: Bruce Lee è menzionato in più di un’occasione nell’album. Ne condividi la filosofia?
C: molti non lo sanno, ma sono davvero un fanatico di Bruce Lee, senza necessariamente raggiungere il livello di pazzia dei più sfegatati (grassa risata – ndM). Il secondo nome di uno dei miei figli è Lee, proprio in omaggio a Bruce, uno che aveva nel proprio arsenale tantissimi stili di combattimento differenti e utilizzava sempre quello più consono a seconda della situazione che doveva affrontare. La stessa cosa vale per il mio modo di fare Hip-Hop: il mio flow è come l’acqua, cambia forma a seconda del recipiente in cui si trova.

M: “Imperfectly Perfect” è totalmente autoprodotto, così come il precedente. A cosa è dovuta la decisione di non avvalersi più di collaboratori esterni?
C: principalmente al fatto che volevo aggiungere quest’esperienza al complesso della mia carriera. C’ero già riuscito con “The Rhythms & Poems Of Solomon Prince”, ma volevo dimostrare di poter migliorare, creando una nuova sfida per me stesso.
M: hai cercato un tipo specifico di genere musicale per i sample?
C: in realtà no, ho prelevato tutto quello che faceva andare su e giù la mia testa.

M: ho riconosciuto un paio di campioni poco convenzionali, estratti addirittura da “The House Of The Rising Sun” e “For Your Love“, quest’ultima pezzo che mio padre ascoltava moltissimo. E’ tutt’oggi un fan degli Yardbirds e si tratta di un campione che non verrebbe in mente a chiunque.
C: Fantastico! Ho trovato quei sample su YouTube, apprezzo molto il fatto che ti sia accorto che ho cercato di pensare outside the box.

M: vedi il disco come un progresso della tua carriera?
C: (osserva attentamente i suoi dischi, appesi sul muro di casa, prima di rispondere – ndM) sì, certo, specialmente a livello di maturità. Partiamo dal presupposto che sono sempre stato onesto, ma in questo momento sento fortemente la necessità di dire le cose come stanno. Non mi piacciono i tabù, tipo il fatto che la gente sostenga continuamente che non è possibile realizzare dischi e avere un lavoro regolare allo stesso tempo, cosa alla quale da più giovane davo decisamente troppo peso; quindi mi sento progredito da questo punto di vista. Credo di essere riuscito a far diventare cool il fatto di essere una persona che lavora come qualsiasi altra, e oltre a ciò che va in tour, che si prende cura dei propri figli, che realizza musica. Sono diventato maturo al punto da riuscire a sentire che questo tabù è sfatato.

M: visto che ti sei occupato totalmente del sound dell’album, ne sei soddisfatto?
C: direi di sì, perché nelle esperienze precedenti con Mr. Joeker, i Beatniks e chiunque altro mi trovavo sempre a scegliere lavori già fatti con lo stile di altri – anche se su “Freedom Express Line” avevo co-prodotto delle cose in fin dei conti sceglievo comunque beat realizzati da terzi. Qui ho scelto tutto io, dai sample ai più piccoli suoni di basso e batteria, questo disco ha davvero definito la mia identità musicale.
M: molte sezioni ritmiche non rispecchiano il classico boom-bap.
C: sono felice che tu abbia notato anche questo. E’ stata una decisione assolutamente intenzionale.

M: pensi di girare in tour per promuovere il nuovo disco?
C: mi piacerebbe, ma l’attualità non me lo consente. Qui in New Jersey non è possibile avere più di due settimane di ferie pagate. Dato che una settimana l’ho già utilizzata per le vacanze di famiglia e una la sto cominciando proprio oggi, non c’è spazio per alcun tour. Sono cambiate le dinamiche familiari, ho un mutuo da pagare mensilmente; prendi lo show che ho fatto con Silent Knight l’altra sera: è stato il primo dopo parecchi mesi, mentre prima mi esibivo anche quattro volte al mese. Sono stato fortunato a potermi permettere di sopravvivere facendo Hip-Hop in precedenza e sono grato per aver potuto dedicare una larga fetta della mia vita a ciò, ho guadagnato, certo, ma senza un lavoro normale non mi sarei mai potuto permettere questa casa. Ho girato parecchio tra i 19 e i 29 anni, ora ne ho 37 e sono felice di quel che ho fatto. Non sto dicendo che non accadrà ancora, ma non potrei mai tornare completamente alla musica e far mancare ai miei figli le risorse per vivere bene e continuare le loro diverse attività.
M: quindi per vederti dal vivo bisognerà venire nel New Jersey?
C: no, non necessariamente, vedremo il futuro cosa porterà. Adotto l’approccio dell’attendere e vedere che succede.

M: dato che segui molto gli sport, hai un’opinione sulle questioni che avvolgono oggi il football americano NFL e le proteste dei giocatori durante l’inno? Come vedi i continui fraintendimenti tra Trump e i giocatori?
C: il football non lo seguo moltissimo perché avevo provato a giocarlo poco dopo essermi trasferito negli Stati Uniti, avevo 11 anni ma mia madre non era contenta di tutte quelle botte che si prendono, non lo trovava uno sport adatto a suo figlio, per cui la NFL non la seguo molto e non ho un’opinione su ciò che fanno i giocatori. Su Trump, inizialmente gli avrei anche dato il beneficio del dubbio, ma è fin troppo chiaro che non c’è nessun fraintendimento. La questione sulle differenze sociali non è difficile da capire e Trump, vista la posizione che occupa, credo sia abbastanza informato da conoscere i problemi che affliggono la gente afroamericana: la verità è che preferisce ignorarli.
M: il suo regime c’è andato giù duro.
C: di certo creare barriere o dividere famiglie è qualcosa di assai ingiusto e che purtroppo riflette molto l’attitudine del mondo di oggi, molto disinteressato nell’aiutare il prossimo.

M: da questo punto di vista credi che il mondo stia tornando indietro?
C: purtroppo sì. Io vengo dall’Inghilterra e oggi vivo negli Stati Uniti, ma sono due mondi completamente diversi, te l’assicuro. Il motivo? Non ci prendiamo mai il tempo per conoscere le persone diverse da noi e comprendere le loro abitudini. Oltre a ciò, da ragazzino ero considerato la madre dei miei amici, ero sempre quello che pensava agli altri, che non facessero casini o bevessero in maniera esagerata, una cosa per me naturale perché la mia famiglia mi ha trasmesso esattamente questi valori. Ed era riflesso anche nel Reggae che i miei genitori ascoltavano a casa nostra. Ora, tuttavia, non capisco più se sono ancora io ad essere normale, oppure se sono diventato l’eccezione. Sono abbastanza confuso in merito. E, ripeto, non sono assolutamente perfetto, ma m’interessa delle persone, forse troppo, ma viene dal cuore, proprio come la mia musica. Le uniche occasioni in cui potrei diventare pericoloso sono quelle in cui mi si tocca la famiglia (ride sguaiatamente – ndM). E attenzione, non glorifico le armi o le cose gangsta nei miei dischi, mai fatto, ma non penso assolutamente che chi lo fa sia necessariamente una cattiva persona, finché ciò avviene in maniera genuina e non per atteggiamento. Posso non condividere in toto il messaggio, ma magari mi piace il flow o il beat. Non vorrei divagare troppo dalla domanda che hai fatto, però vorrei aggiungere che cerco di non nascondermi dalla mia famiglia, sono trasparente. Persino mia madre, che preme il bottone eject quando sente una traccia dove dico una parolaccia, deve prendermi esattamente per ciò che sono. Vale anche per i miei figli, che cerco di abituare a sentire anche ciò che sta attorno a una parolaccia, invece che rimanere colpiti solo da quella e giudicarmi di conseguenza. La parolaccia occasionale fa parte di me. Non c’è nulla da vergognarsi, perché poi cerco di insegnare loro a essere compassionevoli fuori di qui.
M: una parolaccia non ha mai ucciso nessuno…
C: …è un lungo dibattito che sto avendo tutt’ora con mia madre. Il mio pezzo “Freedom Of Speech” è indirettamente dedicato a lei.

M: i problemi che stanno vivendo gli Stati Uniti, soprattutto per la brutalità della Polizia, ti fanno preoccupare per il futuro dei tuoi figli?
C: la risposta lunga non esiste; dico solo: sì. Tutto quello che posso fare è prevenire attraverso la trasmissione delle giuste informazioni ai miei figli in termini di cosa fare e cosa non fare, informazioni sul territorio, sulla Polizia, sul crimine.

Dopo un’ora abbondante di conversazione saluto Cymarshall Law, ringraziandolo per la sua grande disponibilità e per aver scambiato delle riflessioni importanti, le stesse che diffonde attraverso il messaggio contenuto nei suoi lavori. E, dato che oggi è il suo primo giorno di ferie, lasciamo che se lo goda con la sua bella famiglia…

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