Il quarto di secolo di “Step In The Arena”, un’eleganza immutata nel tempo

Tra i tanti anniversari che si susseguono di questi tempi c’è il rischio tangibile di perdere per strada qualche uscita storica – e il motivo è molto semplice. Si chiama Golden Age, un periodo nel quale la scena proponeva artisti di altissimo calibro che uscivano con discrete frequenze, e più spesso che no lasciavano giù un classico senza tempo.

E’ da poco passato un quarto di secolo anche dall’uscita di “Step In The Arena”, uno dei tanti colossal firmati Guru e Premier. E solo quanto abbiamo scritto nella riga precedente ci fa riflettere molto. L’Hip-Hop ha drasticamente aumentato la sua esposizione mediatica, oggi è senza ombra di dubbio un qualcosa di maggiormente fruibile e conosciuto (anche se, talvolta, su tale conoscenza si può discutere…) rispetto a venticinque o trent’anni fa, quando i dischi erano merce rara ed era davvero un’impresa metterci le mani sopra.

Il fatto è che, al contrario di oggi, allora la discografia di un singolo mc o di un gruppo poteva vantare più di un classico al suo interno, un evento ai tempi nostri non più così frequentemente riscontrabile a causa dell’abbassamento del livello medio del rapping, nonché per il fatto che dobbiamo mestamente scendere a patti con la realtà e capire che quell’era fantastica, così ricca di materiale qualitativamente ineccepibile, è finita per sempre ed è irripetibile.

E così, quando pensiamo ai Gang Starr, abbiamo solo l’imbarazzo della scelta e preferire un loro album rispetto a un altro significa solo esprimere un gusto del tutto personale e soggettivo, semplicemente perché dal punto di vista oggettivo i loro dischi hanno ben poco di cui essere appuntati o discussi. Possiamo essere d’accordo sul fatto che “No More Mr. Nice Guy”, il lavoro di debutto, suoni oggi più vecchio di tutti gli altri elementi della discografia, oppure sull’idea che “The Ownerz”, l’ultimo arrivato in ordine cronologico, sia un ottimo album seppure non circondato dalla medesima aura celeste di un “Moment Of Truth” o un “Daily Operation”. Ma, alla fine dei conti, resta solo un fatto: i Gang Starr non hanno mai sbagliato un colpo.

Pur inchinandoci con sommo rispetto dinanzi a qualsiasi cosa sia mai uscita a loro nome, per “Step In The Arena” abbiamo sempre provato un’affezione particolare. Guru e Premier, l’uno grazie alle enormi abilità metriche, l’altro per merito delle innovative intuizioni musicali, avevano fatto breccia anche nel cuore di qualche recensore italiano al momento della pubblicazione del loro secondo album e la loro conoscenza nasce proprio da qui, dal consulto di qualche rivista magari oggi non più in circolazione, ma della quale avevamo letto e riletto fino all’ossessione tutte le lodi tessute nei confronti di un disco che andava a rafforzare e raffinare il congiungimento tra Hip-Hop e Jazz già iniziato dal debut album, creando i presupposti per cominciare a ritagliarsi quel posto d’onore – poi affermato in più occasioni – tra i protagonisti di spicco nell’alba di quei fruttuosi anni novanta.

Da lì nacque un acquisto a scatola chiusa, senza mai aver sentito una singola nota del disco. Un acquisto ripagato dagli autori con gli interessi decuplicati.

Di “Step In The Arena” ci sono sempre rimaste impresse l’eleganza e la raffinatezza della sua composizione. E’ un’opera che attesta l’innegabile crescita del ventaglio di soluzioni sonore in possesso di Dj Premier, un produttore che ha preso letteralmente l’Hip-Hop per mano portandolo in una direzione completamente differente rispetto alla più tradizionale matrice Funk data dai numerosi colleghi che avevano fatto fortuna campionando George Clinton piuttosto che James Brown nelle salse più disparate, con Preemo impegnato a selezionare i suoni da una tonnellata circa di vinili Jazz denotando una capacità costruttiva semplicemente superiore nell’assemblare i vari pezzi campionati, infarcendoli di corpose dosi di scratch, ora ritmici, ora taglienti.

Guru, pace all’anima sua, è sempre stato il contraltare perfetto per questo tipo di suono grazie a quella particolare voce vellutata, mai una volta fuori dal suo tono prestabilito, mai una volta risultata noiosa. Uno strumento a sé stante, che s’insinuava armoniosamente tra quella musicalità così astutamente assemblata e creando con essa una convivenza ideale, offrendo un messaggio incisivo senza la necessità di alzare la voce tanto spiccata era l’intelligenza reperibile nei suoi testi, senza dimenticare una perizia tecnica che proponeva rime interne multiple a getto continuo, un esercizio lirico non esattamente alla portata di tutti.

“Step In The Arena” è uno di quei dischi intoccabili, dei quali non ci si azzarda a saltare nemmeno un solco ogni volta che li si ascolta. Ogni pezzo è curato nella stessa maniera del precedente e del successivo costituendo un agglomerato coeso che non aveva nulla da cedere all’orecchiabilità richiesta dalle radio, che non sentiva nemmeno lontanamente il bisogno di un singolo ruffiano per vendere qualche copia in più. Ciascuna traccia possedeva una sua differente estrazione concettuale, una sua originalità compositiva ben distinta. E Guru aveva le spalle così grosse che non aveva certo bisogno di featuring con cui condividere tutto il peso lirico dell’operazione.

E’ un disco dal quale basta solo soffiare la polvere con cui il tempo lo ha ricoperto, riscoprendo l’immutata classe dei suoi diciotto pezzi da novanta tra i quali trovano posto la trionfalità di “Check The Technique”, la profonda vena descrittiva di “Love Sick”, le storie di strada magistralmente interpretate come “Execution Of A Chump” e l’immortale “Just To Get A Rep” (ahhh, quel sample di Nice & Smooth, il preludio a quella bomba fotonica che sarebbe risultata “D.W.Y.C.K.”), il caos controllato di “As I Read My S-A”, la tromba spezzata e le domande retoriche di “Who’s Gonna Take The Weight”, la calma meditativa suggerita da “Precisely The Right Rhyme”, la riflessività di “Form Of Intellect” e dell’ipnotica “Beyond Comprehension”, l’assalto minaccioso perpetrato da “Here Today, Gone Tomorrow”, il sottofondo sintomatico di “The Meaning Of The Name”. Un elenco di elementi distintivi potenzialmente infinito, che contrappone di continuo l’eleganza espressiva alla tipica ruvidità da vicolo malfamato, una sensazione che trapela – nel nostro modo di interpretare – tanto dai singoli pezzi quanto dalla copertina, caratterizzata da quello sfondo degradato e da quel simbolo così immediatamente riconoscibile e volto a sottolineare la forza dell’intelligenza, la stella e la catena, l’emblema di tutto ciò che ha sempre gravitato attorno all’universo Gang Starr.

…Gang represent my boys or a posse, so back up off me/and the Starr symbolizes the power, making the suckers and weak brothers cower…Parole scolpite nella pietra e scritte per restare in eterno, l’essenza di ogni prezioso secondo che scorre dentro a uno dei dischi Hip-Hop più importanti di sempre.

 

      
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