Intervista a Emcee O’zi’ (Aprile 2015)

Al-X: cominciamo dalla genesi del disco, che è stata abbastanza sofferta

Emcee O’zì: ho iniziato a lavorare a questo progetto in un periodo un po’ particolare della mia vita, avevo da poco finito gli studi e nell’intraprendere un percorso lavorativo dalle prospettive profondamente incerte, senza una fissa dimora, le fasi iniziali dello stesso hanno risentito di una certa incostanza; quando poi, negli ultimi tre anni, ho avuto la possibilità di tornare a Napoli, sono riuscito a dedicarmici con maggiore continuità, avendo nel frattempo maturato il concept, le varie tematiche e un buon numero di strumentali da riarrangiare. Grosso modo i temi del disco sono legati prevalentemente a quella che è stata la mia vita negli ultimi anni, in cui impegni ben più stringenti finivano per togliere tempo all’elaborazione dei pezzi; una traccia in particolare, “In risalita”, che è un po’ la descrizione di un incubo, è appunto il riflesso di come e cosa vivevo in quel periodo, senza particolari filtri. Il fatto di voler uscire fuori da un ambiente oscuro che mi opprime mi fa realizzare che non posso farlo velocemente, ma solo gradualmente, un passo alla volta, in una faticosa risalita che è in fondo uno specchio dell’evoluzione personale.

A: un passo alla volta… Sono passati dieci anni da “Overflow”. Cos’è cambiato in Emcee O’zì in quest’arco di tempo?
E: aver vissuto per un po’ lontano dai miei affetti e dai miei luoghi d’origine mi ha fatto astrarre da determinati ambienti. Artisticamente, credo di sentirmi oggi meno convinto, meno portatore di concetti fini a loro stessi e più introspettivo, più attento ad esprimere semplicemente un punto di vista. In ogni caso, il cambiamento più significativo non è tra “Overflow” e “Debug”, ma tra “Overflow” e “The horror EP” (2009), “Debug” riprende in un certo senso il discorso da dove l’avevo lasciato nell’EP, nonostante musicalmente le due cose siano differenti.

A: quali sono i fili conduttori di “Debug”?
E: il disco fa tutto un percorso ed è scandito dall’ordine stesso delle tracce. E’ un viaggio nella mia interiorità, dalle mie origini a un ipotetico futuro: “Generazione chimica” e “Fortified school” raccontano di un rapporto con le istituzioni non esattamente idilliaco, i brani descrivono la delusione di chi, come me, è stato costretto ad abbandonare il proprio luogo d’origine, la periferia, alla ricerca di un lavoro e una indipendenza economica. “Fortified school” è chiuso da uno skit, il cui concetto è: l’unica via di salvezza è la fuga. Trasferitomi nel centro di una grande città, divento “L’uomo della folla” che, come il protagonista dell’omonimo racconto di Edgar Allan Poe, vaga in un contesto urbano e sociale apparentemente semplice e familiare, ma in realtà complesso e imperscrutabile. Nei momenti di tempo libero uscivo spesso senza una meta precisa ed erano momenti scanditi fondamentalmente dalla solitudine. La realtà lavorativa della metropoli viene subito dopo descritta in “Anema e corporation”, brano in cui prendo coscienza di quanto davvero le persone giungano ad essere caricature di loro stesse, ossessionate dalle proprie carriere, in nome di un fantomatico aziendalismo. Le stesse persone che poi, magari nel quotidiano, lontano dal posto di lavoro, fanno anche altro (lo storytelling di “Quanno fa scuro”), allo stesso modo in cui io non pubblicizzo sul posto di lavoro la mia parallela attività di musicista Hip-Hop. L’alienazione di una vita lavorativa opprimente culmina poi nell’incubo di “In risalita”, traccia di cui parlavo prima. Di lì a poco ritrovo la spinta per rinascere, raggiungendo un nuovo equilibrio interiore attraverso la musica e lo studio, periodo che coincide tra l’altro col mio ritorno nella terra d’origine. “Cosmo” e “BX-rays” segnano questa riconquista, la ritrovata consapevolezza, ma la sensazione di essere incompreso a livello musicale è sempre dietro l’angolo ed è espressa in “Giovani allievi” e “Dallo spazio”, altro storytelling dal finale aperto e dai risvolti anche un po’ inquietanti…

A: infatti, ascoltando “Outro(room 101)” si intuisce che il finale di “Debug” non è esattamente luminoso…
E: il titolo della traccia riprende la Room 101 di “1984” di George Orwell, la stanza delle torture dove vengono punite quelle che in “Debug” chiameremmo le anomalie del protagonista: l’amore e le genuine passioni. E’ come se affermassi che in fondo ci siano solo due alternative a questo stato di cose: arrendersi alla schematicità del sistema o amare e lottare per mantenere la propria umanità fino alla morte, nonostante le sofferenze.

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A: si nota anche una maggiore maturità nella performance. In “Dallo spazio”, ad esempio, ti prendi addirittura dei momenti in cui reciti nell’incalzare della storia che stai consegnando all’ascoltatore.
E: gli skit in cui come dici recito nascono con uno scopo rafforzativo, mi aiutano a rendere meglio l’idea di ciò che mi sta succedendo. Sono inoltre un buon modo per far respirare un po’ la tracce, anche perché è un pezzo che va a circa 120 bpm, piuttosto anomalo per il livello medio di un pezzo Hip-Hop. Anche gli uptempo sono comunque scelti per veicolare meglio determinati stati d’animo e ambientazioni, quello di “Dallo spazio” è un vero e proprio inseguimento. Lo stesso accade nella parte finale di “L’uomo della folla”.

A: restando in tema di arrangiamenti e produzione, ci sono in particolare due episodi, “L’uomo della folla” e “Quanno fa scuro”, che sono forse tra i momenti più ostici e complessi di tutto il disco. Il primo si può definire un pezzo Progressive, nel senso che evolve, cambia continuamente velocità, arrangiamento del beat, interpretazione; il secondo ha queste sonorità Free Jazz che sembrano provenire direttamente dalle viscere della terra. Da che cosa hai attinto per creare il sound di “Debug”, che hai interamente curato?
E: il digging è stato da sempre un elemento fondamentale nella mia evoluzione artistica. Nell’ultima decade mi sono avvicinato a generi musicali con cui non ero molto familiare, come ad esempio il Free Jazz, lo Space Jazz o varie tipologie di Rock psichedelico. C’è da dire inoltre che durante la lavorazione del disco ho cambiato città svariate volte e i numerosi traslochi mi hanno logisticamente impedito di lavorare alle canzoni con una certa continuità. Quindi pur di non stare fermo musicalmente, ho cercato di ascoltare quanta più musica possibile, questo probabilmente mi ha aperto ancora più la mente per quel che riguarda gli arrangiamenti.

A: parlando dei featuring, credo che ben pochi in Italia oggi possano vantare sul proprio disco le partecipazioni di Mr. Lif e Breeze Brewin dei Juggaknots! Come sono avvenuti gli incontri che hanno poi portato a queste collaborazioni?
E: in passato ho organizzato un bel po’ di eventi Hip-Hop a Napoli, ma attulamente ho deciso di abbandonare quest’attività per problemi di tempo. Rimpiango un po’ quel periodo e credo che ospitare artisti provenienti da realtà diverse dalle tue sia un buon modo per crescere. Mr. Lif lo conobbi per la prima volta nel 2009, in quell’occasione ricordo che restò molto colpito dalla strumentale di un pezzo che avevo in scaletta. Eravamo al soundcheck e non appena scesi dal palco mi chiese se era possibile utilizzarla nel suo live per farci freestyle. Gli dissi che era un beat prodotto da me e che se voleva il giorno dopo gli avrei portato un CD con altro materiale, lì c’era appunto una bozza di “Cosmo”. Mi propose di utilizzare quel beat per un suo singolo ma poi il progetto fu congelato per qualche tempo. Dopo un anno e mezzo circa, decisi di chiedergli se gli andava di inserirlo nel mio disco e fu così che decidemmo di concludere la traccia. Con Brewin è andata grosso modo analogamente, fu mio ospite nel 2010 assieme ai Juggaknots. Sono convinto che la base di una buona collaborazione sia la volontà di scambiarsi esperienze, di crescere, di condividere. Lavorare con due dei miei più grandi maestri di sempre mi ha lasciato tantissimo, è stato necessario superare dei miei limiti pur di non sfigurare al loro fianco e sono sicuro che quest’esperienza abbia lasciato qualcosa di positivo anche a loro.

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A: adesso che il processo creativo e compositivo del disco ti ha asciugato abbastanza…
E: sono davvero esausto…

A: …posso immaginare. Adesso quale pensi sarà il prossimo passo, se hai già delle idee?
E: in realtà ho già alcune collaborazioni da ultimare e che ho posticipato per dare priorità al mio disco. E’ in fase embrionale un EP con Bonbooze dei Bluesteady Triptik, beatmaker col quale avevo già collaborato per il pezzo “Assedio” e anche quello sarà un progetto molto concettuale… Non ti nascondo che ora, per controbilanciare tutta questa cervelloticità, mi verrebbe da scrivere una ventina di testi autocelebrativi uno dopo l’altro, potrebbe essere terapeutico (risata generale, NdAl-X).

A: a distanza di qualche anno, cosa resta per te dell’esperienza con la TCK?
E: è stata la mia scuola, le mie origini. I ragazzi sono le persone con le quali sono cresciuto e anche se qualcuno di loro ha fatto scelte che artisticamente sono diametralmente opposte alle mie, è sempre bello rincontrarsi.

A: in “Giovani allievi” c’è l’intervento di Alfonso Improta. E’ per caso Fonzie MC, che partecipò a “L’arte r’e pazz'”, il primo demo firmato TCK?
E: sì, è proprio lui. Devi sapere che lo zio di Alfonso è stato cofondatore insieme al grande Massimo Troisi di un centro teatrale per i giovani da queste parti e lo stesso Troisi si esibiva lì nelle sue primissime apparizioni teatrali. Alfonso ha fatto teatro per parecchi anni lì, quindi sapevo che non sarebbe stato difficile per lui cercare di immedesimarsi, sebbene solo vocalmente, nella parte del musicista filosofeggiante, pedante e rompicoglioni.

A: vuoi parlare ancora di qualcos’altro di cui non ti ho chiesto? C’è altro che ti preme far sapere?
E: non credo ci sia altro. Vi ringrazio per lo spazio e l’interesse nei confronti del disco.

Foto: Gaetano Massa

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