Edo. G – FreEDOm

Voto: 3,5

Osservando la recente attività che ha visto impegnato Edo. G, certamente impressionante in ambedue i lati del binomio qualità/quantità, ci pare impossibile non leggere tra le righe un’ideale rivincita personale nei confronti di tutte le strade chiuse, le occasioni perse e gli anni passati nel semi-anonimato rispetto a ciò che sarebbe potuto essere. Gli ovvi riferimenti vanno in direzione degli infami meccanismi dell’industria discografica degli anni novanta, capace di mietere illustri vittime con contratti farlocchi e improvvise interruzioni degli stessi con motivazioni assai discutibili, una situazione con cui Edo ha dovuto fare i conti per tutta la prima parte della sua carriera.

Ciò non gli ha impedito, lavorando sodo e credendo che prima o poi qualcosa di positivo sarebbe accaduto, di trovare la sua indipendenza e aumentare il già sensibile solco lasciato su Boston sin dagli esordi, ponendo quella che oggi è una scena assai florida nella classica mappa dell’epoca, quando ancora tutto era tinto coi forti colori della Grande Mela. Non sorprende, dunque, che ogni associazione di idee riguardante l’Hip-Hop di quella particolare zona geografica vada in direzione di colui che ne è considerato il padrino a ogni effetto, il quale grazie alla raggiunta libertà artistica ha posto a referto cinque dischi solisti e tre in collaborazione (con Masta Ace, GDot & Born e Shabaam Sahdeeq) nel giro di otto anni, un totale che restituisce lo schiaffo in faccia preso dagli executives in giacca e cravatta con tanto di aggiunta d’interessi.

Edo. G è ancora qui e – aspetto determinante – è sempre presente per la sua comunità. L’età non è più verde come quando gironzolava per le strade di Roxbury coi suoi Bulldogs, ma i principi morali non sono certo mutati: coscienza di sé e conoscenza dei fatti sono sempre stati al centro della sua attenzione e di conseguenza delle sue proposte al pubblico. “FreEDOm”, a maggior ragione in tempi che sono tornati a essere repressivi per chi abbia centrato il duplice svantaggio di essere nato nei confini degli States e di possedere una determinata pigmentazione, non varia certo il percorso che negli anni l’ha eretto a costante punto di riferimento per il suo vicinato, per la sua città, per il suo Stato, rappresentando una nuova infusione di consigli generati dall’esperienza di chi la strada l’ha vissuta nel bene e nel male (scegliendo la retta via prima di ritrovarsi cadavere), di ammonimenti dinanzi alle trappole sapientemente disseminate dalla società moderna, di inviti a usare sempre e comunque la testa senza farsi fregare da tutte le distrazioni che ci circondano e che vorrebbero costringerci a pensare in maniera univoca.

Edo ha sempre manifestato un fascino capace di indurre a parteggiare per lui e per la sua gente anche chi con certe cause non c’entra nulla, successe tanti anni fa grazie ai passi della leggendaria “I Got To Have It” – titolo del documentario in DVD che si trova allegato all’edizione speciale del disco – e quella sensazione empatica è ancora oggi invariata grazie alla possente forza del trionfo nonostante il disagio, proprio come suggeriscono i numerosi intrecci figurativi che compongono la struttura di “Brick Buildings”, oppure come indicato dal letale uno/due che coniuga ancora una volta capacità tecniche e profondità intellettuali di Edo. G e Masta Ace, diradando il fumo negli occhi da cui “Smoke” vuol proteggere chiunque voglia distogliersi dalle stupidaggini propinate alla massa.

Un vero leader non denuncia mai esaminando le vicende da un solo punto di vista e deve saper cogliere ciò che non va anche dalla propria parte della barricata, è importante quindi che Edo continui a rivestire un ruolo critico ma propositivo, tema portante di pezzi molto significativi come “Boom” e “Hate”, i quali trasmettono tanto la necessità di combattere il sistema quanto il forte bisogno di fermarsi e guardarsi dentro, di accrescere la propria autostima e mostrare una maggiore unità quando serve (<<when cops kill us we riot/when niggas kill us we quiet/I’m so tired but I learned I applied it>>), fruendo magari delle molteplici manifestazioni con cui amore e positività possono essere trasmessi seguendo la falsariga della disamina contenuta in “Left Behind”.

Se la metodologia espositiva segue per filo e per segno ciò che già sappiamo dell’mc, ovvero che alla solita, piacevole arguzia tecnica si abbina un flow molto ben gestito che sa accelerare senza dimenticare di accentuare determinati passaggi, ricorrendo alle consuete astuzie lirico/concettuali (usare un termine e il suo contrario nello stesso contesto, accostamenti figurativi semplici ma efficaci, fiumi di multi-liner e rime interne brevi), altrettanto non si può dire per un comparto produttivo i cui contributi provengono da personalità nuove alla scena.

Quanto musicalmente offerto risulta soddisfacente nella sua generalità, non mancano squisiti beat d’intensità emotiva che ben incastrano campione vocale pitchato, sample melodico e batteria cicciona (“Hustle/Gamble”), alcune composizioni sono interessanti per il metodo di lavorazione del campione originale o per le differenti sonorità proposte (“Left Behind” nel primo caso; l’elegante loop di “She Had So Much Soul” nel secondo) e il tachimetro che misura l’intensità di headnod si alza inesorabilmente di fronte al pregiato materiale che il protagonista sceglie per la già menzionata mini-reunion col compare Masta Ace, composto da due differenti inserti di trombe che si alternano al sample vocale in maniera vincente.

Episodi quali l’introduttiva “Beast” e il singolo “Boom” non convincono invece fino in fondo. L’impostazione delle batterie, il modo di tagliare i sample, le selezioni degli strumenti e gli inserti di scratch seguono i dettami del boom-bap più classico ma si dimenticano di scopiazzare Premier con un minimo di personalità e originalità. Alcune proposte mancano di quel tono di colore in più che avrebbe fatto una sostanziale differenza – Torchbars cade su pattern di batteria che non si differenziano significativamente tra loro, Kelz With Tha Heat spia troppo da vicino Confidence nel trattamento dei campioni vocali e le sue sezioni ritmiche non sono incisive – costringendo Edo a sorreggere alcuni pezzi con la sola consistenza dei testi, impresa che non gli riesce per una “It Is” dove la presenza dei vecchi amici Bulldogs barcolla tra il disastroso e l’impresentabile.

Sebbene parte della selezione sonora sia rischiosa, “FreEDOm” risulta essere l’ennesimo buon disco offerto da un autentico pilastro che conosce bene il proprio ruolo nonostante non gli venga riconosciuta la fama che meriterebbe; ma si tratta di un discorso che abbiamo sempre fatto parlando in passato di questo grande artista e la cosa non è destinata a cambiare. Bene così, allora, meglio clamorosamente sottovalutati che del tutto ignorati…

Tracklist

Edo. G – FreEDOm (5th & Union 2017)

  1. Beast
  2. Brick Buildings
  3. Hustle/Gamble
  4. FreEDOm [Feat. Pearl Gates]
  5. Hate [Feat. Marcela Cruz and Ethan Black]
  6. Boom
  7. It Is [Feat. Da Bulldogs]
  8. Smoke [Feat. Masta Ace]
  9. She Had So Much Soul
  10. Blues [Feat. Big Rush]
  11. Left Behind
  12. Keeps Callin Me (CD Bonus Track) [Feat. Al Copeland]

Beatz

  • Torchbars: 1, 4. 5
  • Kelz With Tha Heat: 2, 7, 12
  • Roycee: 3
  • Sir Williams: 6
  • Dj Science: 8
  • Geronimo X: 9, 10
  • Sirplus: 11
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