De La Soul – Buhloone Mind State

Voto: 5

La storia ce lo dimostra in maniera più che esaustiva: ove sussistono possibilità di arricchimento veloce, l’avidità umana si fa sempre trovare in prima linea; ignorando chi o cosa si debba danneggiare per ottenere il proprio oggetto del desiderio, accontentando il proprio capriccio viziato, meglio se spacciandolo per un bene in grado di migliorare la condizione di tutti. Il concetto vale per qualsiasi cosa – quindi pure per la musica – generando una dinamica che, nel nostro caso specifico, ha visto la grande industria risucchiare gli sforzi d’originalità profusi da persone accomunate da una determinata affinità culturale, creando una confusione di cui non si sentiva necessità.

Tale fenomeno era già attivo negli anni novanta, periodo nel quale l’Hip-Hop era ancora terreno molto fertile in fatto di creatività, ma al contempo individuato dagli executive quale nuova mungitura da programmare, inzuccherare e rendere di tendenza, gettando dollari in faccia a chi era vissuto nella miseria fino al giorno prima e dimenticandosi della natura di un movimento nato dal nulla e attecchito nel cuore di molti. Dato che i De La Soul, nel corso della loro esemplare carriera, sono sempre stati uno, due, se non addirittura tre passi avanti rispetto ai loro tempi, non hanno impiegato molto a fiutare l’odore plastificato che si preparava ad avvolgere lentamente il loro campo di gioco, notando le storpiature che presto avrebbero travisato la corretta interpretazione della Cultura.

All’epoca dell’uscita di “Buhloone Mind State”, che proprio il 21 settembre di quest’anno raggiunge il traguardo del quarto di secolo in ragguardevole stato di forma, il trio delle meraviglie era già alle dipendenze della macchina, ma non per questo pensava di lasciarsi trascinare dal corso naturale degli eventi assecondando l’influenza con cui l’industria musicale presumeva di dominare la scena. Pos, Trugoy The Dove, Mase, ma pure Prince Paul, supremo architetto sonoro che li avrebbe qui accompagnati per l’ultima volta, avevano accettato una nuova sfida, sicuri di vincerla dopo essere riusciti a sconvolgere il mondo coi loro colori sgargianti, controtendenti rispetto al nero dominante del Gangsta, e i rivoluzionari collage di sample, arrivando poi a eliminare del tutto il beveraggio di quel vaso di fiori decadente con un altro classico confezionato ad arte per togliersi un’etichetta hippie che non aveva ragione d’esistere. La risposta a chi avrebbe desiderato un copia/incolla di quanto già offerto sarebbe arrivata tanto dalla rigenerazione sonora progettata da un Paul assai astuto nel comprendere la necessità d’inserirsi – con la dovuta originalità – nei canoni di un’era fortemente tinta di Jazz Rap, quanto dall’ennesima dimostrazione di duttilità degli mc’s in questione, sempre distinti da un acume superiore nell’inoltrare messaggi di assoluta serietà incanalandoli in un umorismo tagliente e arguto, costruendo un puzzle di metafore che neppure i venticinque anni trascorsi hanno consentito di ricomporre e interpretare del tutto (riproveremo intorno ai cinquanta…).

Si pensi a “Ego Trippin’ (Part Two)” e al suo mimare l’atteggiamento machista deridendone la tipicità, alla squisita “3 Days Later” e al suo geniale svolgimento, alla magnificenza di “Breakadawn”, personale manifesto del gruppo nella sua appartenenza al gioco con progetti di una longevità in seguito mantenuta, e infine a tutti i richiami alla old school disseminati qua e là tra una citazione di una linea famosa, il giocoso stravolgimento di un’altra e il coinvolgimento diretto di alcuni protagonisti di spicco (“Stone Age” e il significativo beatbox di Biz Markie, ma anche lo stile rétro di “Area”), una costante affermazione di conoscenza e amore per la materia che viene continuamente spalmata nella faccia tanto del cravattino industriale quanto di quella dello scarsone di turno. Ed è un concetto espresso ancora da alcune scelte precise, su tutte l’appaiare consecutivamente una stupenda strumentale che miscela la classicità del sample all’innovazione del suono live eseguito da una leggenda vivente come Maceo Parker (“I Be Blowin’”) e un pezzo interamente rappato in madrelingua dai giapponesi Shara Dan Parr e Kan Takagi (“Long Island Wildin’”), ovvero sei minuti e mezzo di totale assenza dei soggetti principali: un chiaro messaggio di ribellione verso ogni schema precostituito.

Quel Jazz così ben concepito è così bello da meritare una reprise nella seconda parte del lavoro, meglio ancora se arricchita con una sezione ritmica possente, trasformandosi nell’occasione propizia per far emergere la poesia più pura, roba da pelle d’oca (<<I am Posdnous/I be the new generation of slaves/here to make papes to buy a record exec rakes/the pile of revenue I create/but I guess I don’t get a cut cuz my rent’s a month late/product of a North Carolina cat/who scratched the back of a pretty woman named Hattie?/Who departed life just a little too soon/and didn’t see me grab the Plug Tune fame?>>), permettendo al gruppo di mettere in evidenza tutto l’orgoglio per l’identità costruita, esprimendo con chiarezza la propria linea senza il timore di risultare soft (<<If I wasn’t making song I wouldn’t be a thug selling drugs/but a man with a plan>>) e delineando i tratti di una “I Am I Be” certamente annoverabile tra i passi più sottovalutati dell’intera esperienza De La.

Ed è solo una parte dell’arsenale allestito da Prince Paul, che estende la collaborazione di Parker pure ai compagni di palco Fred Wesley e Pee Wee Ellis – oltre a un cameo di Guru – regalando all’elegante “Patti Dooke” la stessa libertà espressiva ricercata dalle liriche (<<I shed light and not skin/I ain’t from Europe/afro connects at the root of the retina of the third/mums the word when ya blind baby/blind to the fact/don’t rest in Compton so I don’t own a gat>>), abbinandovi la ricercatezza stilistica rappresentata dalla lodevole varietà nei ritmi di scorrimento delle rime e nella modulazione della relativa esposizione, peculiarità certamente comune tra due liricisti molto creativi quali Pos e Dave sono sempre stati. Da tali presupposti prendono vita altri momenti imprescindibili del disco, raffigurati dall’estrosità di “Eye Patch”, dall’essenzialità di “En Focus”, attrezzata con un giro di basso killer come si usava solo nei novanta, e dalla fiabesca estetica della grintosa “In The Woods”, il contributo più esteso di una Shortie No Mass che saltella qua e là tra i solchi proprio come un infaticabile folletto.

“Buhloone Mind State” voleva essere un atto di salvaguardia verso la vera scuola Hip-Hop, in tempi ove registrare più d’un classico era un atto dovuto: ancora oggi è chiaro come i De La Soul siano riusciti ad assolvere questo compito con la solita maestria, superando nuovamente loro stessi contro ogni aspettativa.

Tracklist

De La Soul – Buhloone Mind State (Tommy Boy Music 1993)

  1. Intro
  2. Eye Patch
  3. En Focus [Feat. Dres and Shortie No Mass]
  4. Patti Dooke [Feat. Frank Wes, Fred Wesley, Guru, Larry Goldings, Maceo Parker, Melvin Parker, Pee Wee Ellis and Rodney Jones]
  5. I Be Blowin’ [Feat. Maceo Parker]
  6. Long Island Wildin’ [Feat. SDP and Takagi Kan]
  7. Ego Trippin’ (Part Two)
  8. Paul’s Revenge
  9. 3 Days Later
  10. Area
  11. I Am I Be [Feat. Busta Rhymes, Chip Fu, Dres, Fred Wesley, Maceo Parker, May May Ali and Pee Wee Ellis]
  12. In The Woods [Feat. Shortie No Mass]
  13. Breakadawn
  14. Dave Has A Problem…Seriously
  15. Stone Age [Feat. Biz Markie]

Beatz

All tracks produced by De La Soul and Prince Paul

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