A cura di: Bra, AL-X, Moro

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Ma arrivati a questo punto non possiamo trascurare quelle che sono le parodie del genere in questione, una prassi inevitabile che segue praticamente ogni successo cinematografico di rilievo (dagli spy-movie agli horror, dall'erotico ai film di guerra). "Fear Of A Black Hat" (1993, di Rusty Cundieff) è sicuramente una delle più dissacranti parodie sul mondo dell'Hip-Hop: una laureanda in sociologia, Nina Blackburn (Kasi Lemmons), ha deciso di scrivere una tesi sull'Hip-Hop attraverso un documentario su un gruppo gangsta rap, gli NWH (Niggaz With Hats), che comprende il leader dalla parlantina veloce Ice Cold (Rusty Cundieff), l'ultraviolento Tasty Taste (Larry B. Scott) e lo spirituale Tone Def (Mark Christopher Lawrence). I tre vengono da Tough Neighborhood (letteralmente: 'quartiere tosto'), negli Stati Uniti, ed hanno già inciso diversi dischi, come "My Peanuts", "Booty Juice" ed il più recente "Fear Of A Black Hat" (da cui il titolo del film). Hanno scelto questo nome perché, secondo loro, gli schiavi non portavano cappelli e, poiché lavoravano tutto il giorno sotto il sole (senza cappelli), alla fine non avevano più energia per potersi ribellare ai loro padroni. Gli NWH hanno qualche problema con i manager: gli ultimi cinque sono stati uccisi (si sono trovati in mezzo a faide tra gruppi rap); inoltre, il loro è il primo gruppo gangsta rap a portare armi mentre si esibiscono dal vivo (questo a scopo cautelativo, perché è successo che dal pubblico, durante i loro spettacoli, qualcuno li abbia minacciati armi in pugno)... Si tratta di un film di sicuro intrattenimento, ed attraverso la satira vengono affrontati tutti i temi caldi dell'universo Hip-Hop (o almeno di quello dei primi anni '90): la rivalità (anche violenta) tra le varie ballotte, il rap fatto dai bianchi, le connotazioni politiche, la brutalità della polizia, la censura e l'industria musicale. "Don't Be A Menace To South Central While Drinking Your Juice In The Hood" (1996, di Paris Barclay) è la classica pellicola che ridicolizza i film di genere (proprio come i due "Scary Movie", e guarda caso gli attori protagonisti, Shawn e Marlon Wayans, sono proprio gli stessi della parodia horror). Stavolta, com'è possibile intuire già dall'improponibile titolo, ad essere presi di mira sono i 'black gangsta movies' (fin troppo evidente il bizzarro mix di titoli: "Menace II Society", "Boyz N The Hood", "South Central" ed altri ancora). Il personaggio principale è Ash Tray (letteralmente: 'posacenere'), che si trasferisce dal padre (solo di un anno più vecchio di lui!) a South Central, LA, per imparare a diventare un uomo. Nella zona vive anche Loq Dog, suo cugino, un pazzoide che se ne va in giro con dei capelli assurdi e che sceglie le pistole in base agli abbinamenti coi vestiti! Tra gli altri personaggi strani del quartiere troviamo: Preach, che si da arie da predicatore con discorsi sul 'black power', ma finisce sempre che esce con ragazze bianche (e per giunta brutte); Crazy Legs (non quello della Rock Steady Crew!), che era il miglior breaker del quartiere, fino a quando non è stato immobilizzato su una sedia a rotelle per via di una sparatoria; Dashiki (che in swahili dovrebbe significare 'a pecora'), la ragazza che Ash frequenta e che pare sia stata con tutti nel quartiere, ha sette figli e dice di essere incinta di chiunque abbia fatto sesso con lei; Toothpick, capo di una gang locale che è appena uscito di prigione ma si comporta come se stesse ancora dentro. Sebbene l'umorismo di fondo sia abbastanza riciclato e per giunta di bassa lega, le scene spassose comunque abbandono (vedi il ragazzo col cheeseburger che chiede sempre la direzione). Scatta spontanea ad ogni scena la gara per indovinare l'originale. La colonna sonora contiene, tra gli altri, "Winter Warz" di Ghostface Killah, "Up North Trip" dei Mobb Deep e "Renee" dei Lost Boyz. Diretto da Hart Bochner, "High School High" (1996, "Pensieri spericolati") racconta la storia di Richard Clark (Jon Lovitz): figlio di un preside di un'esclusiva scuola privata ed insegnante di storia, Richard chiede il trasferimento perché nauseato da quell'ambiente snob e (soprattutto) per allontanarsi dal fastidioso padre perfezionista. Viene mandato così in un liceo dei quartieri più degradati della città, dove si scontra con le difficili realtà vissute dai ragazzi del luogo. Il prof. Clark non si scontrerà solo con la loro diffidenza e, spesso, con la loro violenza, ma anche con un ambiente di adulti completamente disinteressato alla loro situazione. Due le figure di donne, opposte fra loro: la signora Doyle (Louise Fletcher), una preside crudele, e Victoria (Tia Carrere), un'insegnante che condivide e supporta gli ideali di Clark. Proprio con quest'ultima il professore di storia riuscirà a realizzare il suo sogno: trasformare una banda di teppisti in studenti pronti per il college. La pellicola è un'evidente (e non molto riuscita) parodia di "Pensieri pericolosi": ci si aspettava qualcosa di più. Manca infatti quella irresistibile verve comica che caratterizzava, ad esempio, i tre episodi di "Una pallottola spuntata" (David Zucker, uno dei produttori di quella trilogia, è anche uno dei produttori e sceneggiatori del film in questione). Eppure "High School High" affronta temi abbastanza forti, e nel complesso riesce comunque a lasciare un certo messaggio. La colonna sonora comprende una parata di stelle dell'Hip-Hop e dell'R&B, tra cui ATCQ, Large Professor & Pete Rock, KRS-One, The Roots, D'Angelo & Erykah Badu, De La Soul, e vari membri del Wu-Tang Clan.

Un'altra piccola parentesi va aperta per parlare di un fenomeno che da sempre nell'immaginario collettivo accompagna il ghetto e, di conseguenza, l'Hip-Hop: il mondo del basket. E' del '97 "Soul In The Hole", di Danielle Gardner: Brooklyn, una torrida estate caratterizza l'annuale stagione di street-basket e tutti gli occhi sono puntati sulla squadra più acclamata del quartiere, i Kings di Kenny Jones. Una famiglia, più che una squadra: il loro uomo di punta è Ed 'Booger' Smith, cacciato di casa ed accolto dal coach Jones, che allena la squadra e la finanzia da sé con quello che guadagna col suo negozio di liquori. Kenny fa di tutto per tenere Booger fuori dai guai ed indirizzarlo al college, ma il ragazzo è un 'bugiardo patologico' particolarmente abile a cacciarsi in brutte situazioni. Il compito di Kenny, dunque, andrà ben oltre la semplice vittoria del torneo. Il paragone tra il film e "Hoop Dreams" (un documentario sul mondo del basket di svariati anni fa) è inevitabile. Ma "Soul In The Hole" è più crudo, più vivace, per certi versi più vero. La regista Danielle Gardner utilizza uno stile efficace, descrivendo minuziosamente la realtà dei playgrounds, ma con un tocco assolutamente delicato. "Soul In The Hole" mostra un uomo capace di dare tutto sé stesso per un ragazzo e per la sua comunità: la vera star del film è Kenny, il coach. Ricchissima la colonna sonora, firmata tra gli altri da Wu-Tang Clan, Dead Prez, Organized Konfusion, OC e Brand Nubian. Non è invece il 'classico' film sul basket pieno zeppo di canestri "Sunset Park" (1996, regia di Steve Gomer): le sequenze girate durante gli incontri sono poche, ma il film è comunque piacevole. Avendo disperatamente bisogno di soldi , Phyllis Saroka (Rhea Perlman), un'insegnante di educazione fisica che sogna di aprire un ristorante tutto suo, accetta il posto di allenatrice di basket alla Sunset Park High School (ai confini di Brooklyn). Senza alcuna conoscenza in fatto di basket, Phyllis cerca di farsi una cultura come meglio può attraverso ricerche in biblioteca e chiedendo suggerimenti direttamente ai ragazzi che allena, i quali non solo sono scettici sulle capacità della loro allenatrice, ma si rivelano anche profondamente immotivati: coi loro buffi soprannomi, Shorty (Fredro Starr), Spaceman (Terrence DaShon Howard), Big Butter (James Harris) e Busy-Bee (De'Aundre Bonds) sembrano essere molto più interessati a far colpo sulle ragazze e a fumare spini nello spogliatoio piuttosto che a giocare seriamente a pallacanestro. Mano a mano che Phyllis impara le regole e le tecniche del gioco, arriva a capire profondamente anche i suoi ragazzi, aiutandoli a risolvere i loro problemi personali: riuscirà così a portare Shorty e gli altri alla finale del campionato scolastico. Fredro Starr (Onyx) calza a pennello i panni di Shorty, Rhea Perlman è nota per il suo ruolo nella serie di telefilm anni '80 "Cin Cin" ("Cheers", in originale). "Sunset Park" è un film semplice, onesto, diretto senza particolari sbavature. Tra i produttori figura anche Danny DeVito. La colonna sonora contiene molte hit, tra cui il singolo di punta "Keep On Keepin'On" di MC Lyte featuring Xscape. In "Space Jam" (1996, di Joe Pytka) è sua altezza Michael Jordan in persona a schiacciare la palla nel cesto, ed a fargli compagnia troviamo addirittura l'intrepida squadra dei Tunes al gran completo, capitanata dall'inossidabile Bugs Bunny. Il solito manipolo di alieni vuole schiavizzare i personaggi della Warner in una sorta di Luna Park, ma Bugs escogita un modo per salvare sé stesso ed i propri compagni: una partita di basket tra loro e gli alieni. Il coniglio però non sa che i cattivi hanno rubato il talento ad alcune stelle del basket (Charles Barkley, Patrick Ewing, Lerry Jonson). Si renderà necessario l'intervento dell'incredulo gigante buono Michael Jordan... "Space Jam" è una divertente e spensierata commedia per piccoli e meno piccoli: non mancano le scene sul campo di basket e le simpatiche battute dei personaggi animati, tra i quali si fanno notare - come sempre - gli strampalati Duffy Duck e Silvestro. Jordan non è un grandissimo attore, ma la sua interpretazione lega bene con quella dei suoi comprimari di carta: la storia è spassosa e l'atmosfera è quella classica dei cartoon. Nella colonna sonora spicca "Hit 'Em High", un gran pezzo con B-Real, Busta Rhymes, Coolio, LL Cool J e Method Man tutti assieme ed incazzati più che mai. Oltre a questo le Salt-N-Pepa, ancora Coolio, e un bel po' di R&B (Seal, R. Kelly, D'Angelo).

Merita ancora uno spazio tutto suo un grande regista che fin dai suoi esordi ha omaggiato la vita dei propri fratelli neri mostrandone pregi, difetti, cultura e radici: stiamo parlando, ovviamente, di Spike Lee. E ripartiamo proprio da dove ci eravamo fermati, e cioè dal basket. "He Got Game" (1998) racconta la storia di Jesus (Ray Allen, un ottimo giocatore anche nella realtà), una giovane promessa del basket indeciso sull'università che dovrà frequentare. Suo padre Jake (Denzel Washington), detenuto per uxoricidio ma in libera uscita per una settimana, proverà ad indirizzarlo verso il giusto college, ma non sarà facile convincere il ragazzo, che oramai non rispetta più la figura paterna, in cui vede solo l'assassino della madre e il duro educatore che fin da bambino lo obbligava ad estenuanti allenamenti. Bravissimo Spike Lee nel trattare il doloroso rapporto tra padre e figlio, delineato attraverso una serie di sequenze dal sapore agrodolce. Oltre a ciò la corruzione dell'ambiente carcerario e di quello universitario, l'invincibile potere dei soldi e la critica alla solita sporca politica dei bianchi dominatori: il tutto condito dalla riconoscibile mano di un regista diventato oramai pienamente maturo, cosciente del proprio ruolo nel mondo della cinematografia americana. Le musiche scelte da Spike Lee sono ancora una volta dei Public Enemy, che con il loro disco (intitolato, appunto, "He Got Game") rientrano alla grande nel mondo dell'Hip-Hop dopo un inconcludente periodo di crisi. Vale la pena ricordare canzoni del calibro di "Unstoppable", con KRS-One, "Shake Your Booty", "Resurrection" e la bellissima titletrack. Tra i film più belli del regista afroamericano spicca "Do The Right Thing" (1989, "Fa la cosa giusta"), ineguagliabile capolavoro costruito attorno a tanti piccoli personaggi che vivono la più calda giornata d'estate in un assolato quartiere di Brooklyn. Tutte queste maschere sviluppano un determinato ruolo in quello che può essere un giorno qualsiasi nella vita di un nero del ghetto. Incontriamo Mookie (lo stesso Spike Lee), il fattorino addetto alle consegne della pizzeria dell'italiano Sal; Smiley, il ritardato che si guadagna da vivere vendendo foto di Martin Luther King e Malcolm X; il Sindaco, un vecchio ubriacone rispettato da tutti per la sua saggezza; Radio Raheem, che gira per il quartiere col suo enorme ghetto blaster diffondendo nell'aria sempre la stessa canzone, la mitica "Fight The Power"; Tina, la giovane portoricana madre di Mookie; Uccello d'oro, M.L. e Coconut, tre compagni di mezza età che passano le giornate seduti sotto un ombrellone a non far niente; DJ Love Daddy (Samuel L. Jackson), la voce alla radio, sottofondo di molte sequenze; Buggin' Out, il rissoso che s'incazza perché nella Hall Of Fame di Sal ci sono solo italo-americani e nessun fratello nero. Le storie di tutti questi personaggi si intrecciano attorno alla pizzeria di Sal, distrutta ed incendiata dopo l'uccisione di Radio Raheem. "Do The Right Thing" è un'attenta analisi dei rapporti che si instaurano all'interno del quartiere tra le diverse etnie, costrette a dividere un misero spazio vitale tra amicizia, odio, collaborazione, invidia, razzismo e fratellanza. Tranne la già citata "Fight The Power" dei Public Enemy, la colonna sonora è interamente curata da Bill Lee, il padre di Spike. La vita è dura anche per i giovani spacciatori protagonisti di "Clockers" (1995): Strike (Mekhi Phifer) per ottenere la fiducia del suo capo Rodney Little (Delroy Lindo) deve uccidere un altro pusher. Quest'ultimo viene effettivamente assassinato, ma la colpa se la prende Victor (Isaiah Washington), il fratello di Strike, un onesto lavoratore e padre di famiglia. La situazione si complica quando entrano in gioco Rocco (Harvey Keitel), sbirro della 'homocidi' che sospetta il coinvolgimento di Strike, ed il piccolo Tyrone (Peewee Love), affascinato dalla vita sbandata dell'uomo di strada. Ancora una volta Spike Lee regala al suo pubblico una gemma preziosa, intensa, cruda; un dramma giovanile che affronta a viso aperto i problemi del ghetto: la violenza, la droga, l'AIDS, la povertà, lo spirito d'emulazione, i rapporti con la polizia. In principio "Clockers" doveva essere diretto da Martin Scorsese ("Taxi Driver", "L'ultima tentazione di Cristo", "Toro scatenato"), che invece alla fine si è occupato solo della produzione. Tra le canzoni presenti nel film troviamo pezzi di Seal, Rebelz Of Authority, Buckshot LeFonque, Des'ree, KRS-One & Dj Premier; mentre tra i clockers stesi sulle panchine ci sono i due Onyx Sticky Fingaz e Fredro Starr.

Dal cinema d'avanguardia di Spike Lee passiamo a trattare brevemente alcuni prodotti a carattere strettamente sperimentale che si posizionano a metà strada tra pura rappresentazione di fantasia e documentario. Cominciamo con "Slam", diretto nel 1998 da Marc Levin. E' la storia di Raymond Joshua (Saul Williams), un ispirato 'slam poet' che vive a Dodge City, nei bassifondi neri di Washington DC. La 'slam-poetry', un misto di rap e recitazione di versi, è l'arte a cui Raymond si dedica da tempo con passione. Ma Ray è anche un clocker, un piccolo spacciatore di marijuana, e dopo una sparatoria nel suo quartiere nella quale perde la vita Big Mike, il suo migliore amico, viene beccato dalla polizia, che lo arresta per detenzione e spaccio. Una volta in prigione, per non essere sopraffatto dalla violenza e dall'odio irragionevole che circolano nell'ambiente, Ray si dedica anima e corpo alla scrittura dei propri versi. Folgorato da Lauren Bell (Sonja Sohn), un'assistente sociale insegnante di letteratura, Raymond viene spronato ad usare la forza dei suoi componimenti letterari, pieni di rabbia e speranza, per uscire dalla prigione. Vincitore del Premio della Giuria al Sundance Film Festival '98 (un concorso dedicato al cinema indipendente) e della Camera d'Or a Cannes '98, "Slam" è il film d'esordio del documentarista Marc Levin, ed è basato su una storia dello stesso Levin e di Richard Stratton (un poeta di Washington condannato a più di 20 anni per possesso di erba). Saul Williams ed altri elementi del cast sono realmente dei 'performance poets' (negli Stati Uniti ne esistono dei veri e propri campionati), e sono gli autori stessi delle strofe che recitano nel film. Tra i protagonisti anche Bonz Malone (prima condanna a 16 anni per pezzi illegali su muro, scrittore ed editorialista della rivista "Spin"). Il film, soprattutto nella prima parte, non ha nulla di tradizionale o didascalico, ma si perde un po' quando Raymond Joshua esce dal carcere: l'esigenza di dare un segnale positivo attraverso la fiction stride con il realismo offerto in partenza. Girato a basso costo con una macchina da presa dinamica ed aggressiva che insegue la sensibilità di ogni variazione di tono e di linguaggio, "Slam" è sostenuto da una fantastica colonna sonora e da un suggestivo montaggio frammentario e frenetico. Senza risultare ingenuo, il film è un ritratto intenso di persone che rifiutano di essere sconfitte dal sistema e che combattono per superare la povertà ed i pregiudizi razziali con ogni mezzo a loro disposizione: in questo caso la parola. Fortunatamente, grazie ad una scelta coraggiosa della Lucky Red, in Italia è possibile apprezzare "Slam" in versione originale (con sottotitoli in italiano): inimmaginabile il danno che avrebbe comportato un adattamento. Peter Spirer dirige "Rhyme & Reason" (1997), un documentario che getta una luce differente sull'Hip-Hop, una Cultura che è stata fraintesa, distorta, ignorata dai mezzi di comunicazione di massa, tanto da diventare agli occhi di molti una moda, un fenomeno da baraccone. La parola va dunque ai diretti interessati, ai rappers, che raccontano le loro storie e mostrano le origini di un certo tipo di musica, di arti grafiche, di danza, dimostrando come col passare del tempo queste discipline siano diventate (per lo meno in America) un'industria che fattura miliardi di dollari, permettendo a diverse persone di uscire dal ghetto. "Rhyme & Reason" si muove 'a spezzoni' da un argomento all'altro: dal messaggio dei testi rap alle rime in freestyle, dall'atteggiamento spaccone alla gestione del business, dalle etichette discografiche alla fantomatica rivalità East/West Coast. Si tratta sicuramente di un film che ha bisogno di essere visto più volte per poter assorbire tutte le informazioni ed avere una buona comprensione del suo messaggio, ma in generale Spirer riesce comunque ad offrire una buona panoramica sulle opinioni di alcuni volti noti, tra cui Dr. Dre, The Notorious B.I.G., KRS-One, Nas, Wu-Tang Clan, Ice-T, Fugees, Redman, Sean "Puffy" Combs, Master P, Heavy D, Salt-N-Pepa. "Rhyme & Reason" non è un manuale che vuole farvi esperti di musica Hip-Hop, ma è un buon inizio per cominciare a capire il mondo che gira intorno alla sua comunità. Passiamo a quello che è il primo film Hip-Hop d'animazione: nel 1998 DJ Q-Bert (membro del glorioso team di turntablists Invisibl Skratch Piklz) pubblica "Wave Twisters", una sorta di concept-album costruito utilizzando unicamente due piatti ed un mixer. Qualche anno dopo, quel bizzarro insieme di suoni (una storia in bilico tra fantascienza e turntablism), grazie alla collaborazione di Dug One, un writer di San Francisco, e dei registi ed esperti di animazione Syd Garon ed Eric Henry, nasce il mediometraggio "Wave Twisters The Movie" (2001). Un gruppo di dentisti capitanato dal comandante Dental dovrà combattere contro il Verme Rosso (che piuttosto assomiglia ad un poppante con una maschera da lottatore di wrestling messicano!) e la sua orda di soldati, i quali hanno relegato le quattro arti perdute dell'Hip-Hop in una dimensione lontana e misteriosa. Per sgominare la banda di manigoldi i nostri eroi potranno contare sul potentissimo wave twister (un piccolo giradischi montato su un polsino a mo' di orologio). La principale caratteristica di questo film d'animazione è che i dialoghi dei personaggi sono stati costruiti montando frasi prese da altre pellicole e campioni pescati chissà dove. Visivamente "Wave Twisters" è un piccolo concentrato di genialità: le tecniche di animazione utilizzate sono molto diverse tra loro (dalle più semplici, tipo Flash o la grafica dei vecchi videogiochi 'arcade', alle più complesse, in 3D), e si associano benissimo agli incredibili effetti sonori costruiti da Q-Bert. Innumerevoli i riferimenti ad altri film, tra cui principalmente "Star Wars". Grazie all'apporto fondamentale di Dug One, Garon ed Henry, Q-Bert ha avuto l'opportunità di creare un qualcosa di davvero unico, e sebbene non tutti gli elementi della storia siano nuovi l'effetto finale riesce decisamente a catturare l'attenzione dello spettatore (verrebbe naturale un richiamo ai Gorillaz che, in forma quasi seriale, per i loro video hanno elaborato delle tecniche affini a quelle di "Wave Twisters").

In dirittura d'arrivo non potevamo certo trascurare la situazione cinematografica Italiana, rappresentata essenzialmente da AJ Sikabonyi ed i più famosi Manetti Bros (tralasciamo decisamente invece "Il segreto del giaguaro" di Antonello Fassari, con protagonista assoluto il Piotta). Il primo è nato e cresciuto a Roma, ma di madre canadese. Ha terminato gli studi superiori nel North Carolina per poi proseguire il suo cammino formativo alla Film Academy di New York. Del giovane regista ricordiamo le collaborazioni con i Manetti, vari videoclip per artisti Hip-Hop (tra cui il singolo di debutto di Malaisa), un mediometraggio ed un lungometraggio. "Apocalypse Jesus" (1999) è ambientato (guarda caso) nella periferia romana, e narra le disavventure di due amici: un b-boy di origini filippine (Victorr Vicente, il Felipe della fiction televisiva "Felipe ha gli occhi azzurri"), ed uno romano, classico criminale di borgata (interpretato da Marco Manetti). Si tratta di un progetto indipendente interamente curato da Sikabonyi e dalla sua compagnia cinematografica, la "Film dalla Cantina". Distribuito dalla compagnia di produzione Business Class, è stato proiettato solo all'interno di qualche sporadica rassegna cinematografica underground italiana. La colonna sonora è del gruppo romano Zero Assoluto. Per "Semiautomatico (Semiautomatic Roma Metal Jacket)" (2002), invece, la sceneggiatura è molto più curata ed il cast si allarga notevolmente. La storia, ambientata in una Roma desolata e afosa di pieno agosto, racconta di un tentativo di rapina da parte di tre amici. Maestro (G-Max) e Karim (Michael Calandra di "Saranno Famosi") dovranno salvare la vita al Cuoco, il loro compagno rimasto ferito in una sparatoria: per farlo saranno costretti a rivolgersi ad un medico cocainomane, e soprattutto dovranno trovare quindici milioni di lire in meno di un'ora per saldare il loro debito. Di più facile reperibilità, la vhs di "Semiautomatico" è allegata al saggio sul panorama Hip-Hop romano "Hip-Hop, Sangue e Oro" (ArcanaMusica) di Vincenzo Patanè Garsia. Nel mediometraggio di Sikabonyi il mondo dell'Hip-Hop è protagonista assoluto, dagli attori (oltre al già citato G-Max troviamo Neffa, Tormento, DJ Enzo, Ice-One, Chef Ragoo, Piotta, Cor Veleno) alla musica (la colonna sonora è curata da David Nerattini), fino all'aerosol art ed al breaking, in un mix di azione ed umorismo all'italiana che si rifà alla commedia poliziottesca degli anni '70/'80. Arriviamo così ai simpaticissimi (oltre che bravissimi) Manetti Bros: Antonio e Marco sono sicuramente tra le più interessanti rivelazioni del cinema nostrano, due registi completi ed innovativi, amanti del cinema italiano di serie B ed esperti delle nuovissime tecniche di comunicazione. Le loro immagini sono il frutto di un mondo culturalmente meticcio, provengono da un luogo, da un cinema, da una cultura che in gran parte affiorano dall'immaginario giovanile urbano, dai suoi comportamenti talvolta al limite dell'antagonismo sociale, da un continuo processo di metabolizzazione. Cortometraggi, videoclip, videogame, internet: i Manetti Bros si dividono tra Hip-Hop, tecnologia, comunicazione, fumetti, il cinema popolare - ma genuino - dei generi, la comicità. Nel mondo della celluloide hanno cominciato a ritagliarsi una posizione tutta loro che poggia le proprie basi su una lunga gavetta fatta di videoclip (per gente come Piotta, Alex Britti, Flaminio Maphia) e corti di stampo gustosamente artigianale. Risale addirittura al '94 "De-Generazione", un acclamato progetto di dieci cortometraggi ad opera di altrettanti aspiranti professionisti (tra i quali figura anche Asia Argento). L'episodio diretto dai Manetti (il secondo per la precisione) si intitola "Consegna a domicilio": una ragazza ordina una cassapanca per la propria casa, ma il mostruoso latore, pretendendo la promessa lauta mancia, viene invece pugnalato ed ucciso dal marito. Si tratta di un prodotto leggero e veloce, il cui scopo primo è molto probabilmente quello di far circolare un po' in giro il proprio nome; già evidenti però alcuni richiami al cinema horror/trash ed alla commedia grottesca che caratterizzano tutta la produzione dei due fratelli romani. Di tutt'altra pasta comunque il bellissimo "Torino Boys", un lungometraggio profondo ed articolato prodotto dalla RAI ma snobbato dalle sale cinematografiche (ad oggi una sola la messa in onda in TV, su Rai Tre, e per giunta in piena estate ed in seconda serata). Un gruppo di ragazzi nigeriani parte da Torino, città in cui vivono, verso Roma, dove vorrebbero assistere ad una partita di coppa UEFA. In realtà Eby (Paul Anthony Anderson) desidera andare nella capitale per incontrare Nike (Juliet Omoniji), una ragazza conosciuta qualche tempo prima. Il gruppo non riuscirà a raggiungere lo stadio in tempo, rendendo oltretutto difficile l'incontro tra Eby e Nike. Inconsapevolmente, la loro storia verrà ad incrociarsi con quella di una giovane nigeriana diretta in Italia. La trama inusuale e multietnica di "Torino Boys" fa da sfondo alla realtà delle singolari comunità nigeriane presenti in Italia, inquadrate dai Manetti con un occhio discreto ed equilibrato. I giovani interpreti di colore sono tutti attori non professionisti, ed oltre a questi figurano le partecipazioni di Luca Laurenti e di qualche esponente dell'Hip-Hop romano (tra cui G-Max). Stupisce la leggera semplicità con cui i due registi raccontano una vicenda che nel suo scorrere assume i contorni di una dolcissima storia d'amore capace di sottolineare a chiare tinte uno stile di vita tutto particolare: quello dell'immigrato. Molto bello il commento musicale curato in prima persona da Neffa: si tratta in assoluto della prima colonna sonora Hip-Hop italiana, e tra i vari esponenti figurano LaPina ed Esa, il Colle, Sean, Kaos, Piotta, Flaminio Maphia, lo stesso Neffa ed altri ancora. Nonostante i larghi consensi ricevuti, dopo "Torino Boys" i Manetti si sono subito lanciati in un'avventura multimediale a carattere strettamente underground intitolata "Scums - The Web Series". L'idea è abbastanza semplice: una video8, degli attori improvvisati, un bel po' di fantasia, un montaggio casalingo e la messa in rete. "Scums" è una bizzarra serie di cortometraggi della durata di circa un minuto i cui richiami più evidenti vanno - guarda un po' - alla blaxploitation: azione, ritmo e un po' di buona musica. I primi quattro episodi sono usciti a cadenza abbastanza regolare, la rete ha svolto il suo lavoro magnificamente ed i consensi sono arrivati un po' da tutto il mondo: "Scums" è arrivato sui banchi di una nota università americana e l'episodio numero cinque è stato diretto da un ragazzo canadese, Scott Roy, aprendo la strada a quella che i Manetti hanno voluto far diventare una collaborazione senza confini. Anche se a rilento, il progetto è tuttora attivo, e l'indirizzo è http://www.fly.to/scums. Concludiamo quindi questa lunga panoramica parlando di "Zora la Vampira" (2000), l'ultima fatica dei due fratelli romani, prodotti in questo caso addirittura da Carlo Verdone. Transilvania: stanco di bere il solito sangue dei contadini e suggestionato dalle immagini di "Carràmba che fortuna!", il Conte Dracula (Toni Bertorelli) decide di trasferirsi nel bel paese col suo fido servitore. Ma la vita per due profughi rumeni non è affatto semplice: arrivati in Italia a bordo di una bagnarola carica di clandestini albanesi, i due subiscono ogni sorta di discriminazione, e si ritrovano ad abitare in una catapecchia alla periferia di Roma. In un centro sociale il Conte conosce la giovane writer Zora (Micaela Ramazzotti), omonima della sua ormai defunta compagna rumena, ed attratto dalla sua forte personalità se ne innamora, ricambiato. L'unico a riconoscere nei panni dello strano personaggio il ben noto vampiro è Zombie Mc (Chef Ragoo), che al fine di salvare Zora si lancia all'attacco armato di crocifissi, molotov di acqua santa e paletti di legno, e con la polizia, guidata dal poco raccomandabile commissario Lombardi (Verdone). Dracula intanto, con la complicità delle tenebre, continua a mietere vittime lungo la sua strada. In origine "Zora" era un fumetto erotico pubblicato in Italia negli anni '70 su testi di Renzo Barbieri e disegni di Birago Balzano, la protagonista era una bella e disinibita mezza vampira che poteva girare tranquillamente alla luce del sole e che aveva fatto della guerra a Dracula una ragione di vita (un po' come Wesley Snipes in "Blade"). Girato in gran parte nello stile e con la tecnica del videoclip, il film (inconsueto nel nostro panorama) rivela una natura piuttosto differente da quella del fumetto: una bizzarra miscela di horror, comicità, Hip-Hop jams, amore e pessimismo sociologico, infarcita di citazioni più o meno colte che vanno dal "Nosferatu" di Murnau al "Lupo Mannaro Americano a Londra" di John Landis, passando per Dario Argento, Sam Raimi ed i tanti horror americani di serie B degli anni '80, anche se l'incipit ricorda per certi versi l'eccessivo "Dracula cerca sangue di vergine...e morì di sete!!!", diretto nel '74 da Margheriti sotto l'attenta egida di Andy Warhol. Riecheggia, almeno nella prima parte, il romanzo di Bram Stoker che creò il mito del vampiro, ma tutto è ovviamente attualizzato ed adattato all'universo delle borgate romane. Se i portavoce del Male sono dei tossici, i salvatori del mondo sono dei rappers falliti; il servitore di Dracula si mantiene rubando auto, mentre il poliziotto che li insegue pensa più al superenalotto che al proprio dovere. In realtà, tra le varie battute ed il ritratto un po' estremizzato del panorama Hip-Hop romano, il film non manca di un proprio messaggio e di una ironica analisi sull'Italia dei nostri giorni. Tra gli attori diversi esponenti dell'Hip-Hop nostrano: Chef Ragoo, G-Max, Tormento, Turi. Ma le performances migliori sono offerte dal 'Conte' Toni Bertorelli, vero protagonista del film, e da Verdone, godibile nel ruolo di secondo piano del cinico e violento commissario; cammeo per Valerio Mastandrea nei panni del pescatore Speranza, che parla con un perfetto accento pugliese. Il writing è stato curato dal romano Stand (TRV), le musiche originali sono di Squarta e DJ Gruff; la colonna sonora invece contiene, tra gli altri, brani inediti di Frankie Hi-NRG, Kaos, Neffa e Profondo Rosso (il trio G-Max, Chef Ragoo e Squarta).

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