 |
Ma
arrivati a questo punto non possiamo trascurare quelle che sono
le
parodie del genere in questione, una prassi inevitabile che
segue
praticamente ogni successo cinematografico di rilievo (dagli
spy-movie
agli horror, dall'erotico ai film di guerra). "Fear Of A Black
Hat" (1993, di Rusty Cundieff) è sicuramente una delle più
dissacranti parodie sul mondo dell'Hip-Hop: una laureanda in
sociologia, Nina Blackburn (Kasi Lemmons), ha deciso di scrivere
una
tesi sull'Hip-Hop attraverso un documentario su un gruppo
gangsta rap,
gli NWH (Niggaz With Hats), che comprende il leader dalla
parlantina
veloce Ice Cold (Rusty Cundieff), l'ultraviolento Tasty Taste
(Larry B.
Scott) e lo spirituale Tone Def (Mark Christopher Lawrence). I
tre
vengono da Tough Neighborhood (letteralmente: 'quartiere
tosto'), negli
Stati Uniti, ed hanno già inciso diversi dischi, come "My
Peanuts", "Booty Juice" ed il più recente "Fear Of
A Black Hat" (da cui il titolo del film). Hanno scelto questo
nome
perché, secondo loro, gli schiavi non portavano cappelli e,
poiché
lavoravano tutto il giorno sotto il sole (senza cappelli), alla
fine non
avevano più energia per potersi ribellare ai loro padroni. Gli
NWH
hanno qualche problema con i manager: gli ultimi cinque sono
stati
uccisi (si sono trovati in mezzo a faide tra gruppi rap);
inoltre, il
loro è il primo gruppo gangsta rap a portare armi mentre si
esibiscono
dal vivo (questo a scopo cautelativo, perché è successo che dal
pubblico, durante i loro spettacoli, qualcuno li abbia
minacciati armi
in pugno)... Si tratta di un film di sicuro
intrattenimento, ed
attraverso la satira vengono affrontati tutti i temi caldi
dell'universo
Hip-Hop (o almeno di quello dei primi anni '90): la rivalità
(anche
violenta) tra le varie ballotte, il rap fatto dai bianchi, le
connotazioni politiche, la brutalità della polizia, la censura e
l'industria musicale. "Don't Be A Menace To South Central While
Drinking Your Juice In The Hood" (1996, di Paris Barclay) è la
classica pellicola che ridicolizza i film di genere (proprio
come i due
"Scary Movie", e guarda caso gli attori protagonisti, Shawn e
Marlon Wayans, sono proprio gli stessi della parodia horror).
Stavolta,
com'è possibile intuire già dall'improponibile titolo, ad essere
presi
di mira sono i 'black gangsta movies' (fin troppo evidente il
bizzarro
mix di titoli: "Menace II Society", "Boyz N The
Hood", "South Central" ed altri ancora). Il
personaggio principale è Ash Tray (letteralmente: 'posacenere'),
che si
trasferisce dal padre (solo di un anno più vecchio di lui!) a
South
Central, LA, per imparare a diventare un uomo. Nella zona vive
anche Loq
Dog, suo cugino, un pazzoide che se ne va in giro con dei
capelli
assurdi e che sceglie le pistole in base agli abbinamenti coi
vestiti!
Tra gli altri personaggi strani del quartiere troviamo: Preach,
che si
da arie da predicatore con discorsi sul 'black power', ma
finisce sempre
che esce con ragazze bianche (e per giunta brutte); Crazy Legs
(non
quello della Rock Steady Crew!), che era il miglior breaker del
quartiere, fino a quando non è stato immobilizzato su una sedia a
rotelle per via di una sparatoria; Dashiki (che in swahili
dovrebbe
significare 'a pecora'), la ragazza che Ash frequenta e che pare
sia
stata con tutti nel quartiere, ha sette figli e dice di essere
incinta
di chiunque abbia fatto sesso con lei; Toothpick, capo di una
gang
locale che è appena uscito di prigione ma si comporta come se
stesse
ancora dentro. Sebbene l'umorismo di fondo sia abbastanza
riciclato
e per giunta di bassa lega, le scene spassose comunque abbandono
(vedi
il ragazzo col cheeseburger che chiede sempre la direzione).
Scatta
spontanea ad ogni scena la gara per indovinare l'originale. La
colonna
sonora contiene, tra gli altri, "Winter Warz" di Ghostface
Killah, "Up North Trip" dei Mobb Deep e "Renee" dei
Lost Boyz. Diretto da Hart Bochner, "High School High" (1996,
"Pensieri spericolati") racconta la storia di Richard Clark
(Jon Lovitz): figlio di un preside di un'esclusiva scuola
privata ed
insegnante di storia, Richard chiede il trasferimento perché
nauseato
da quell'ambiente snob e (soprattutto) per allontanarsi dal
fastidioso
padre perfezionista. Viene mandato così in un liceo dei
quartieri più
degradati della città, dove si scontra con le difficili realtà
vissute
dai ragazzi del luogo. Il prof. Clark non si scontrerà solo con
la loro
diffidenza e, spesso, con la loro violenza, ma anche con un
ambiente di
adulti completamente disinteressato alla loro situazione. Due le
figure
di donne, opposte fra loro: la signora Doyle (Louise Fletcher),
una
preside crudele, e Victoria (Tia Carrere), un'insegnante che
condivide e
supporta gli ideali di Clark. Proprio con quest'ultima il
professore di
storia riuscirà a realizzare il suo sogno: trasformare una banda
di
teppisti in studenti pronti per il college. La pellicola è
un'evidente (e non molto riuscita) parodia di "Pensieri
pericolosi": ci si aspettava qualcosa di più. Manca infatti
quella
irresistibile verve comica che caratterizzava, ad esempio, i tre
episodi
di "Una pallottola spuntata" (David Zucker, uno dei produttori
di quella trilogia, è anche uno dei produttori e sceneggiatori
del film
in questione). Eppure "High School High" affronta temi
abbastanza forti, e nel complesso riesce comunque a lasciare un
certo
messaggio. La colonna sonora comprende una parata di stelle
dell'Hip-Hop
e dell'R&B, tra cui ATCQ, Large Professor & Pete Rock,
KRS-One,
The Roots, D'Angelo & Erykah Badu, De La Soul, e vari membri
del
Wu-Tang Clan.
Un'altra
piccola parentesi va aperta per parlare di un fenomeno che da
sempre
nell'immaginario collettivo accompagna il ghetto e, di
conseguenza,
l'Hip-Hop: il mondo del basket. E' del '97 "Soul In The Hole",
di Danielle Gardner: Brooklyn, una torrida estate
caratterizza
l'annuale stagione di street-basket e tutti gli occhi sono
puntati sulla
squadra più acclamata del quartiere, i Kings di Kenny Jones. Una
famiglia, più che una squadra: il loro uomo di punta è Ed
'Booger'
Smith, cacciato di casa ed accolto dal coach Jones, che allena
la
squadra e la finanzia da sé con quello che guadagna col suo
negozio di
liquori. Kenny fa di tutto per tenere Booger fuori dai guai ed
indirizzarlo al college, ma il ragazzo è un 'bugiardo
patologico'
particolarmente abile a cacciarsi in brutte situazioni. Il
compito di
Kenny, dunque, andrà ben oltre la semplice vittoria del torneo.
Il
paragone tra il film e "Hoop Dreams" (un documentario sul
mondo del basket di svariati anni fa) è inevitabile. Ma "Soul In
The Hole" è più crudo, più vivace, per certi versi più vero. La
regista Danielle Gardner utilizza uno stile efficace,
descrivendo
minuziosamente la realtà dei playgrounds, ma con un tocco
assolutamente
delicato. "Soul In The Hole" mostra un uomo capace di dare
tutto sé stesso per un ragazzo e per la sua comunità: la vera
star del
film è Kenny, il coach. Ricchissima la colonna sonora, firmata
tra gli
altri da Wu-Tang Clan, Dead Prez, Organized Konfusion, OC e
Brand
Nubian. Non è invece il 'classico' film sul basket pieno zeppo
di
canestri "Sunset Park" (1996, regia di Steve Gomer): le
sequenze girate durante gli incontri sono poche, ma il film è
comunque
piacevole. Avendo disperatamente bisogno di soldi , Phyllis
Saroka
(Rhea Perlman), un'insegnante di educazione fisica che sogna di
aprire
un ristorante tutto suo, accetta il posto di allenatrice di
basket alla
Sunset Park High School (ai confini di Brooklyn). Senza alcuna
conoscenza in fatto di basket, Phyllis cerca di farsi una
cultura come
meglio può attraverso ricerche in biblioteca e chiedendo
suggerimenti
direttamente ai ragazzi che allena, i quali non solo sono
scettici sulle
capacità della loro allenatrice, ma si rivelano anche
profondamente
immotivati: coi loro buffi soprannomi, Shorty (Fredro Starr),
Spaceman
(Terrence DaShon Howard), Big Butter (James Harris) e Busy-Bee
(De'Aundre Bonds) sembrano essere molto più interessati a far
colpo
sulle ragazze e a fumare spini nello spogliatoio piuttosto che a
giocare
seriamente a pallacanestro. Mano a mano che Phyllis impara le
regole e
le tecniche del gioco, arriva a capire profondamente anche i
suoi
ragazzi, aiutandoli a risolvere i loro problemi personali:
riuscirà così
a portare Shorty e gli altri alla finale del campionato
scolastico.
Fredro Starr (Onyx) calza a pennello i panni di Shorty, Rhea
Perlman è
nota per il suo ruolo nella serie di telefilm anni '80 "Cin
Cin" ("Cheers", in originale). "Sunset Park" è
un film semplice, onesto, diretto senza particolari sbavature.
Tra i
produttori figura anche Danny DeVito. La colonna sonora contiene
molte
hit, tra cui il singolo di punta "Keep On Keepin'On" di MC
Lyte featuring Xscape. In "Space Jam" (1996, di Joe Pytka) è
sua altezza Michael Jordan in persona a schiacciare la palla nel
cesto,
ed a fargli compagnia troviamo addirittura l'intrepida squadra
dei Tunes
al gran completo, capitanata dall'inossidabile Bugs Bunny. Il
solito
manipolo di alieni vuole schiavizzare i personaggi della Warner
in una
sorta di Luna Park, ma Bugs escogita un modo per salvare sé
stesso ed i
propri compagni: una partita di basket tra loro e gli alieni. Il
coniglio però non sa che i cattivi hanno rubato il talento ad
alcune
stelle del basket (Charles Barkley, Patrick Ewing, Lerry
Jonson). Si
renderà necessario l'intervento dell'incredulo gigante buono
Michael
Jordan... "Space Jam" è una divertente e spensierata
commedia per piccoli e meno piccoli: non mancano le scene sul
campo di
basket e le simpatiche battute dei personaggi animati, tra i
quali si
fanno notare - come sempre - gli strampalati Duffy Duck e
Silvestro.
Jordan non è un grandissimo attore, ma la sua interpretazione
lega bene
con quella dei suoi comprimari di carta: la storia è spassosa e
l'atmosfera è quella classica dei cartoon. Nella colonna sonora
spicca
"Hit 'Em High", un gran pezzo con B-Real, Busta Rhymes,
Coolio, LL Cool J e Method Man tutti assieme ed incazzati più
che mai.
Oltre a questo le Salt-N-Pepa, ancora Coolio, e un bel po' di
R&B
(Seal, R. Kelly, D'Angelo).
Merita
ancora uno spazio tutto suo un grande regista che fin dai suoi
esordi ha
omaggiato la vita dei propri fratelli neri mostrandone pregi,
difetti,
cultura e radici: stiamo parlando, ovviamente, di Spike Lee. E
ripartiamo proprio da dove ci eravamo fermati, e cioè dal
basket.
"He Got Game" (1998) racconta la storia di Jesus (Ray
Allen, un ottimo giocatore anche nella realtà), una giovane
promessa
del basket indeciso sull'università che dovrà frequentare. Suo
padre
Jake (Denzel Washington), detenuto per uxoricidio ma in libera
uscita
per una settimana, proverà ad indirizzarlo verso il giusto
college, ma
non sarà facile convincere il ragazzo, che oramai non rispetta
più la
figura paterna, in cui vede solo l'assassino della madre e il
duro
educatore che fin da bambino lo obbligava ad estenuanti
allenamenti.
Bravissimo Spike Lee nel trattare il doloroso rapporto tra padre
e
figlio, delineato attraverso una serie di sequenze dal sapore
agrodolce.
Oltre a ciò la corruzione dell'ambiente carcerario e di quello
universitario, l'invincibile potere dei soldi e la critica alla
solita
sporca politica dei bianchi dominatori: il tutto condito dalla
riconoscibile mano di un regista diventato oramai pienamente
maturo,
cosciente del proprio ruolo nel mondo della cinematografia
americana. Le
musiche scelte da Spike Lee sono ancora una volta dei Public
Enemy, che
con il loro disco (intitolato, appunto, "He Got Game")
rientrano alla grande nel mondo dell'Hip-Hop dopo un
inconcludente
periodo di crisi. Vale la pena ricordare canzoni del calibro di
"Unstoppable", con KRS-One, "Shake Your Booty",
"Resurrection" e la bellissima titletrack. Tra i film più
belli del regista afroamericano spicca "Do The Right Thing"
(1989, "Fa la cosa giusta"), ineguagliabile capolavoro
costruito attorno a tanti piccoli personaggi che vivono la più
calda
giornata d'estate in un assolato quartiere di Brooklyn. Tutte
queste
maschere sviluppano un determinato ruolo in quello che può
essere un
giorno qualsiasi nella vita di un nero del ghetto. Incontriamo
Mookie (lo stesso Spike Lee), il fattorino addetto alle consegne
della
pizzeria dell'italiano Sal; Smiley, il ritardato che si guadagna
da
vivere vendendo foto di Martin Luther King e Malcolm X; il
Sindaco, un
vecchio ubriacone rispettato da tutti per la sua saggezza; Radio
Raheem,
che gira per il quartiere col suo enorme ghetto blaster
diffondendo
nell'aria sempre la stessa canzone, la mitica "Fight The
Power"; Tina, la giovane portoricana madre di Mookie; Uccello
d'oro, M.L. e Coconut, tre compagni di mezza età che passano le
giornate seduti sotto un ombrellone a non far niente; DJ Love
Daddy
(Samuel L. Jackson), la voce alla radio, sottofondo di molte
sequenze;
Buggin' Out, il rissoso che s'incazza perché nella Hall Of Fame
di Sal
ci sono solo italo-americani e nessun fratello nero. Le storie
di tutti
questi personaggi si intrecciano attorno alla pizzeria di Sal,
distrutta
ed incendiata dopo l'uccisione di Radio Raheem. "Do The
Right
Thing" è un'attenta analisi dei rapporti che si instaurano
all'interno del quartiere tra le diverse etnie, costrette a
dividere un
misero spazio vitale tra amicizia, odio, collaborazione,
invidia,
razzismo e fratellanza. Tranne la già citata "Fight The
Power" dei Public Enemy, la colonna sonora è interamente curata
da
Bill Lee, il padre di Spike. La vita è dura anche per i giovani
spacciatori protagonisti di "Clockers" (1995): Strike
(Mekhi Phifer) per ottenere la fiducia del suo capo Rodney
Little
(Delroy Lindo) deve uccidere un altro pusher. Quest'ultimo viene
effettivamente assassinato, ma la colpa se la prende Victor
(Isaiah
Washington), il fratello di Strike, un onesto lavoratore e padre
di
famiglia. La situazione si complica quando entrano in gioco
Rocco
(Harvey Keitel), sbirro della 'homocidi' che sospetta il
coinvolgimento
di Strike, ed il piccolo Tyrone (Peewee Love), affascinato dalla
vita
sbandata dell'uomo di strada. Ancora una volta Spike Lee
regala al
suo pubblico una gemma preziosa, intensa, cruda; un dramma
giovanile che
affronta a viso aperto i problemi del ghetto: la violenza, la
droga,
l'AIDS, la povertà, lo spirito d'emulazione, i rapporti con la
polizia.
In principio "Clockers" doveva essere diretto da Martin
Scorsese ("Taxi Driver", "L'ultima tentazione di
Cristo", "Toro scatenato"), che invece alla fine si è
occupato solo della produzione. Tra le canzoni presenti nel film
troviamo pezzi di Seal, Rebelz Of Authority, Buckshot LeFonque,
Des'ree,
KRS-One & Dj Premier; mentre tra i clockers stesi sulle
panchine ci
sono i due Onyx Sticky Fingaz e Fredro Starr.
Dal
cinema d'avanguardia di Spike Lee passiamo a trattare brevemente
alcuni
prodotti a carattere strettamente sperimentale che si
posizionano a metà
strada tra pura rappresentazione di fantasia e documentario.
Cominciamo
con "Slam", diretto nel 1998 da Marc Levin. E' la storia
di Raymond Joshua (Saul Williams), un ispirato 'slam poet' che
vive a
Dodge City, nei bassifondi neri di Washington DC. La
'slam-poetry', un
misto di rap e recitazione di versi, è l'arte a cui Raymond si
dedica
da tempo con passione. Ma Ray è anche un clocker, un piccolo
spacciatore di marijuana, e dopo una sparatoria nel suo
quartiere nella
quale perde la vita Big Mike, il suo migliore amico, viene
beccato dalla
polizia, che lo arresta per detenzione e spaccio. Una volta in
prigione,
per non essere sopraffatto dalla violenza e dall'odio
irragionevole che
circolano nell'ambiente, Ray si dedica anima e corpo alla
scrittura dei
propri versi. Folgorato da Lauren Bell (Sonja Sohn),
un'assistente
sociale insegnante di letteratura, Raymond viene spronato ad
usare la
forza dei suoi componimenti letterari, pieni di rabbia e
speranza, per
uscire dalla prigione. Vincitore del Premio della Giuria al
Sundance Film Festival '98 (un concorso dedicato al cinema
indipendente)
e della Camera d'Or a Cannes '98, "Slam" è il film d'esordio
del documentarista Marc Levin, ed è basato su una storia dello
stesso
Levin e di Richard Stratton (un poeta di Washington condannato a
più di
20 anni per possesso di erba). Saul Williams ed altri elementi
del cast
sono realmente dei 'performance poets' (negli Stati Uniti ne
esistono
dei veri e propri campionati), e sono gli autori stessi delle
strofe che
recitano nel film. Tra i protagonisti anche Bonz Malone (prima
condanna
a 16 anni per pezzi illegali su muro, scrittore ed editorialista
della
rivista "Spin"). Il film, soprattutto nella prima parte, non
ha nulla di tradizionale o didascalico, ma si perde un po'
quando
Raymond Joshua esce dal carcere: l'esigenza di dare un segnale
positivo
attraverso la fiction stride con il realismo offerto in
partenza. Girato
a basso costo con una macchina da presa dinamica ed aggressiva
che
insegue la sensibilità di ogni variazione di tono e di
linguaggio,
"Slam" è sostenuto da una fantastica colonna sonora e da un
suggestivo montaggio frammentario e frenetico. Senza risultare
ingenuo,
il film è un ritratto intenso di persone che rifiutano di essere
sconfitte dal sistema e che combattono per superare la povertà
ed i
pregiudizi razziali con ogni mezzo a loro disposizione: in
questo caso
la parola. Fortunatamente, grazie ad una scelta coraggiosa della
Lucky
Red, in Italia è possibile apprezzare "Slam" in versione
originale (con sottotitoli in italiano): inimmaginabile il danno
che
avrebbe comportato un adattamento. Peter Spirer dirige "Rhyme
&
Reason" (1997), un documentario che getta una luce differente
sull'Hip-Hop, una Cultura che è stata fraintesa, distorta,
ignorata dai
mezzi di comunicazione di massa, tanto da diventare agli occhi
di molti
una moda, un fenomeno da baraccone. La parola va dunque ai
diretti
interessati, ai rappers, che raccontano le loro storie e
mostrano le
origini di un certo tipo di musica, di arti grafiche, di danza,
dimostrando come col passare del tempo queste discipline siano
diventate
(per lo meno in America) un'industria che fattura miliardi di
dollari,
permettendo a diverse persone di uscire dal ghetto. "Rhyme &
Reason" si muove 'a spezzoni' da un argomento all'altro: dal
messaggio dei testi rap alle rime in freestyle,
dall'atteggiamento
spaccone alla gestione del business, dalle etichette
discografiche alla
fantomatica rivalità East/West Coast. Si tratta sicuramente di
un film
che ha bisogno di essere visto più volte per poter assorbire
tutte le
informazioni ed avere una buona comprensione del suo messaggio,
ma in
generale Spirer riesce comunque ad offrire una buona panoramica
sulle
opinioni di alcuni volti noti, tra cui Dr. Dre, The Notorious
B.I.G.,
KRS-One, Nas, Wu-Tang Clan, Ice-T, Fugees, Redman, Sean
"Puffy" Combs, Master P, Heavy D, Salt-N-Pepa. "Rhyme
& Reason" non è un manuale che vuole farvi esperti di musica
Hip-Hop, ma è un buon inizio per cominciare a capire il mondo
che gira
intorno alla sua comunità. Passiamo a quello che è il primo film
Hip-Hop d'animazione: nel 1998 DJ Q-Bert (membro del glorioso
team di
turntablists Invisibl Skratch Piklz) pubblica "Wave Twisters",
una sorta di concept-album costruito utilizzando unicamente due
piatti
ed un mixer. Qualche anno dopo, quel bizzarro insieme di suoni
(una
storia in bilico tra fantascienza e turntablism), grazie alla
collaborazione di Dug One, un writer di San Francisco, e dei
registi ed
esperti di animazione Syd Garon ed Eric Henry, nasce il
mediometraggio
"Wave Twisters The Movie" (2001). Un gruppo di dentisti
capitanato dal comandante Dental dovrà combattere contro il
Verme Rosso
(che piuttosto assomiglia ad un poppante con una maschera da
lottatore
di wrestling messicano!) e la sua orda di soldati, i quali hanno
relegato le quattro arti perdute dell'Hip-Hop in una dimensione
lontana
e misteriosa. Per sgominare la banda di manigoldi i nostri eroi
potranno
contare sul potentissimo wave twister (un piccolo giradischi
montato su
un polsino a mo' di orologio). La principale caratteristica
di
questo film d'animazione è che i dialoghi dei personaggi sono
stati
costruiti montando frasi prese da altre pellicole e campioni
pescati
chissà dove. Visivamente "Wave Twisters" è un piccolo
concentrato di genialità: le tecniche di animazione utilizzate
sono
molto diverse tra loro (dalle più semplici, tipo Flash o la
grafica dei
vecchi videogiochi 'arcade', alle più complesse, in 3D), e si
associano
benissimo agli incredibili effetti sonori costruiti da Q-Bert.
Innumerevoli i riferimenti ad altri film, tra cui principalmente
"Star Wars". Grazie all'apporto fondamentale di Dug One, Garon
ed Henry, Q-Bert ha avuto l'opportunità di creare un qualcosa di
davvero unico, e sebbene non tutti gli elementi della storia
siano nuovi
l'effetto finale riesce decisamente a catturare l'attenzione
dello
spettatore (verrebbe naturale un richiamo ai Gorillaz che, in
forma
quasi seriale, per i loro video hanno elaborato delle tecniche
affini a
quelle di "Wave Twisters").
In
dirittura d'arrivo non potevamo certo trascurare la situazione
cinematografica Italiana, rappresentata essenzialmente da AJ
Sikabonyi
ed i più famosi Manetti Bros (tralasciamo decisamente invece "Il
segreto del giaguaro" di Antonello Fassari, con protagonista
assoluto il Piotta). Il primo è nato e cresciuto a Roma, ma di
madre
canadese. Ha terminato gli studi superiori nel North Carolina
per poi
proseguire il suo cammino formativo alla Film Academy di New
York. Del
giovane regista ricordiamo le collaborazioni con i Manetti, vari
videoclip per artisti Hip-Hop (tra cui il singolo di debutto di
Malaisa), un mediometraggio ed un lungometraggio. "Apocalypse
Jesus" (1999) è ambientato (guarda caso) nella periferia romana,
e
narra le disavventure di due amici: un b-boy di origini
filippine
(Victorr Vicente, il Felipe della fiction televisiva "Felipe ha
gli
occhi azzurri"), ed uno romano, classico criminale di borgata
(interpretato da Marco Manetti). Si tratta di un progetto
indipendente
interamente curato da Sikabonyi e dalla sua compagnia
cinematografica,
la "Film dalla Cantina". Distribuito dalla compagnia di
produzione Business Class, è stato proiettato solo all'interno
di
qualche sporadica rassegna cinematografica underground italiana.
La
colonna sonora è del gruppo romano Zero Assoluto. Per
"Semiautomatico (Semiautomatic Roma Metal Jacket)" (2002),
invece, la sceneggiatura è molto più curata ed il cast si
allarga
notevolmente. La storia, ambientata in una Roma desolata e
afosa di
pieno agosto, racconta di un tentativo di rapina da parte di tre
amici.
Maestro (G-Max) e Karim (Michael Calandra di "Saranno Famosi")
dovranno salvare la vita al Cuoco, il loro compagno rimasto
ferito in
una sparatoria: per farlo saranno costretti a rivolgersi ad un
medico
cocainomane, e soprattutto dovranno trovare quindici milioni di
lire in
meno di un'ora per saldare il loro debito. Di più facile
reperibilità, la vhs di "Semiautomatico" è allegata al
saggio sul panorama Hip-Hop romano "Hip-Hop, Sangue e Oro"
(ArcanaMusica) di Vincenzo Patanè Garsia. Nel mediometraggio di
Sikabonyi il mondo dell'Hip-Hop è protagonista assoluto, dagli
attori
(oltre al già citato G-Max troviamo Neffa, Tormento, DJ Enzo,
Ice-One,
Chef Ragoo, Piotta, Cor Veleno) alla musica (la colonna sonora è
curata
da David Nerattini), fino all'aerosol art ed al breaking, in un
mix di
azione ed umorismo all'italiana che si rifà alla commedia
poliziottesca
degli anni '70/'80. Arriviamo così ai simpaticissimi (oltre che
bravissimi) Manetti Bros: Antonio e Marco sono sicuramente tra
le più
interessanti rivelazioni del cinema nostrano, due registi
completi ed
innovativi, amanti del cinema italiano di serie B ed esperti
delle
nuovissime tecniche di comunicazione. Le loro immagini sono il
frutto di
un mondo culturalmente meticcio, provengono da un luogo, da un
cinema,
da una cultura che in gran parte affiorano dall'immaginario
giovanile
urbano, dai suoi comportamenti talvolta al limite
dell'antagonismo
sociale, da un continuo processo di metabolizzazione.
Cortometraggi,
videoclip, videogame, internet: i Manetti Bros si dividono tra
Hip-Hop,
tecnologia, comunicazione, fumetti, il cinema popolare - ma
genuino -
dei generi, la comicità. Nel mondo della celluloide hanno
cominciato a
ritagliarsi una posizione tutta loro che poggia le proprie basi
su una
lunga gavetta fatta di videoclip (per gente come Piotta, Alex
Britti,
Flaminio Maphia) e corti di stampo gustosamente artigianale.
Risale
addirittura al '94 "De-Generazione", un acclamato progetto di
dieci cortometraggi ad opera di altrettanti aspiranti
professionisti
(tra i quali figura anche Asia Argento). L'episodio diretto
dai
Manetti (il secondo per la precisione) si intitola
"Consegna a domicilio": una ragazza ordina una cassapanca per
la propria casa, ma il mostruoso latore, pretendendo la promessa
lauta
mancia, viene invece pugnalato ed ucciso dal marito. Si
tratta di
un prodotto leggero e veloce, il cui scopo primo è molto
probabilmente
quello di far circolare un po' in giro il proprio nome; già
evidenti
però alcuni richiami al cinema horror/trash ed alla commedia
grottesca
che caratterizzano tutta la produzione dei due fratelli romani.
Di
tutt'altra pasta comunque il bellissimo "Torino Boys", un
lungometraggio profondo ed articolato prodotto dalla RAI ma
snobbato
dalle sale cinematografiche (ad oggi una sola la messa in onda
in TV, su
Rai Tre, e per giunta in piena estate ed in seconda serata). Un
gruppo di ragazzi nigeriani parte da Torino, città in cui
vivono, verso
Roma, dove vorrebbero assistere ad una partita di coppa UEFA. In
realtà
Eby (Paul Anthony Anderson) desidera andare nella capitale per
incontrare Nike (Juliet Omoniji), una ragazza conosciuta qualche
tempo
prima. Il gruppo non riuscirà a raggiungere lo stadio in tempo,
rendendo oltretutto difficile l'incontro tra Eby e Nike.
Inconsapevolmente, la loro storia verrà ad incrociarsi con
quella di
una giovane nigeriana diretta in Italia. La trama inusuale e
multietnica di "Torino Boys" fa da sfondo alla realtà delle
singolari comunità nigeriane presenti in Italia, inquadrate dai
Manetti
con un occhio discreto ed equilibrato. I giovani interpreti di
colore
sono tutti attori non professionisti, ed oltre a questi figurano
le
partecipazioni di Luca Laurenti e di qualche esponente
dell'Hip-Hop
romano (tra cui G-Max). Stupisce la leggera semplicità con cui i
due
registi raccontano una vicenda che nel suo scorrere assume i
contorni di
una dolcissima storia d'amore capace di sottolineare a chiare
tinte uno
stile di vita tutto particolare: quello dell'immigrato. Molto
bello il
commento musicale curato in prima persona da Neffa: si tratta in
assoluto della prima colonna sonora Hip-Hop italiana, e tra i
vari
esponenti figurano LaPina ed Esa, il Colle, Sean, Kaos, Piotta,
Flaminio
Maphia, lo stesso Neffa ed altri ancora. Nonostante i larghi
consensi
ricevuti, dopo "Torino Boys" i Manetti si sono subito lanciati
in un'avventura multimediale a carattere strettamente
underground
intitolata "Scums - The Web Series". L'idea è abbastanza
semplice: una video8, degli attori improvvisati, un bel po' di
fantasia,
un montaggio casalingo e la messa in rete. "Scums" è una
bizzarra serie di cortometraggi della durata di circa un minuto i
cui
richiami più evidenti vanno - guarda un po' - alla
blaxploitation:
azione, ritmo e un po' di buona musica. I primi quattro episodi
sono
usciti a cadenza abbastanza regolare, la rete ha svolto il suo
lavoro
magnificamente ed i consensi sono arrivati un po' da tutto il
mondo:
"Scums" è arrivato sui banchi di una nota università
americana e l'episodio numero cinque è stato diretto da un
ragazzo
canadese, Scott Roy, aprendo la strada a quella che i Manetti
hanno
voluto far diventare una collaborazione senza confini. Anche se a
rilento, il progetto è tuttora attivo, e l'indirizzo è
http://www.fly.to/scums. Concludiamo quindi questa lunga
panoramica
parlando di "Zora la Vampira" (2000), l'ultima fatica dei due
fratelli romani, prodotti in questo caso addirittura da Carlo
Verdone. Transilvania:
stanco di bere il solito sangue dei contadini e suggestionato
dalle
immagini di "Carràmba che fortuna!", il Conte Dracula (Toni
Bertorelli) decide di trasferirsi nel bel paese col suo fido
servitore.
Ma la vita per due profughi rumeni non è affatto semplice:
arrivati in
Italia a bordo di una bagnarola carica di clandestini albanesi, i
due
subiscono ogni sorta di discriminazione, e si ritrovano ad
abitare in
una catapecchia alla periferia di Roma. In un centro sociale il
Conte
conosce la giovane writer Zora (Micaela Ramazzotti), omonima
della sua
ormai defunta compagna rumena, ed attratto dalla sua forte
personalità
se ne innamora, ricambiato. L'unico a riconoscere nei panni
dello strano
personaggio il ben noto vampiro è Zombie Mc (Chef Ragoo), che al
fine
di salvare Zora si lancia all'attacco armato di crocifissi,
molotov di
acqua santa e paletti di legno, e con la polizia, guidata dal
poco
raccomandabile commissario Lombardi (Verdone). Dracula intanto,
con la
complicità delle tenebre, continua a mietere vittime lungo la
sua
strada. In origine "Zora" era un fumetto erotico
pubblicato in Italia negli anni '70 su testi di Renzo Barbieri e
disegni
di Birago Balzano, la protagonista era una bella e disinibita
mezza
vampira che poteva girare tranquillamente alla luce del sole e
che aveva
fatto della guerra a Dracula una ragione di vita (un po' come
Wesley
Snipes in "Blade"). Girato in gran parte nello stile e con la
tecnica del videoclip, il film (inconsueto nel nostro panorama)
rivela
una natura piuttosto differente da quella del fumetto: una
bizzarra
miscela di horror, comicità, Hip-Hop jams, amore e pessimismo
sociologico, infarcita di citazioni più o meno colte che vanno
dal
"Nosferatu" di Murnau al "Lupo Mannaro Americano a
Londra" di John Landis, passando per Dario Argento, Sam Raimi ed
i
tanti horror americani di serie B degli anni '80, anche se
l'incipit
ricorda per certi versi l'eccessivo "Dracula cerca sangue di
vergine...e morì di sete!!!", diretto nel '74 da Margheriti
sotto
l'attenta egida di Andy Warhol. Riecheggia, almeno nella prima
parte, il
romanzo di Bram Stoker che creò il mito del vampiro, ma tutto è
ovviamente attualizzato ed adattato all'universo delle borgate
romane.
Se i portavoce del Male sono dei tossici, i salvatori del mondo
sono dei
rappers falliti; il servitore di Dracula si mantiene rubando
auto,
mentre il poliziotto che li insegue pensa più al superenalotto
che al
proprio dovere. In realtà, tra le varie battute ed il ritratto
un po'
estremizzato del panorama Hip-Hop romano, il film non manca di
un
proprio messaggio e di una ironica analisi sull'Italia dei
nostri
giorni. Tra gli attori diversi esponenti dell'Hip-Hop nostrano:
Chef
Ragoo, G-Max, Tormento, Turi. Ma le performances migliori sono
offerte
dal 'Conte' Toni Bertorelli, vero protagonista del film, e da
Verdone,
godibile nel ruolo di secondo piano del cinico e violento
commissario;
cammeo per Valerio Mastandrea nei panni del pescatore Speranza,
che
parla con un perfetto accento pugliese. Il writing è stato
curato dal
romano Stand (TRV), le musiche originali sono di Squarta e DJ
Gruff; la
colonna sonora invece contiene, tra gli altri, brani inediti di
Frankie
Hi-NRG, Kaos, Neffa e Profondo Rosso (il trio G-Max, Chef Ragoo e
Squarta). |