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A cura di: Bra, AL-X, Moro
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Scrivere un articolo sui rapporti che legano, in ambedue le direzioni, il cinema e l'Hip-Hop, non è un compito semplice. Occorre fare delle scelte, reperire del materiale, operare alcune piccole (o grandi) ricerche. Come avrete modo di constatare, quella che vi apprestate a leggere non è una banale lista di titoli, un inutile elenco da conservare come promemoria per tenere a mente alcuni film che potrebbero rivelarsi interessanti. Al contrario, abbiamo cercato di costruire un percorso logico capace di descrivere quelle che sono le varie sfumature di un fenomeno vasto e complesso. Un percorso, questo sia chiaro fin dall'inizio, comunque parziale, ma il più possibile rappresentativo: mancano vari film, mancano alcune particolari sfaccettature (tanto per fare un esempio: i rapporti col cinema Shaolin'), mancano quei prodotti di carattere quasi documentaristico che riguardano fenomeni strettamente interni alla Cultura Hip-Hop (le note "Battle Of The Year", i filmati su alcuni celebri writer e così via). Ed ecco quindi spiegato in maniera inequivocabile il titolo assegnato allo special: dove l'Hip-Hop ha 'sfruttato' il cinema per parlare di sé, dove il cinema ha utilizzato l'Hip-Hop in quanto fenomeno di massa. Una serie piuttosto lunga di film che, in un modo o nell'altro, rientrano nell'argomento in questione, senza perdersi in inutili e complicate divagazioni di carattere prettamente estetico e cinematografico: poche semplici considerazioni il cui unico scopo è quello di mettere un po' d'ordine in un groviglio di chilometriche pellicole. |
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Il punto di partenza è quasi doveroso: siamo nei primi anni '80, l'Hip-Hop è ancora ai suoi inizi ma già il cinema mostra un certo interesse nei suoi riguardi. Stiamo parlando ovviamente di "Wild Style" (1982) per la regia di Charlie Ahearn. South Bronx (NYC), il giovane writer Zoro (Lee) viene notato da un impresario della Manhattan Art Gallery (Fab 5 Freddy) le cui allettanti offerte, però, gli complicano ulteriormente la vita: da tempo infatti Zoro vive già una turbolenta storia con Rose (Pink). Tutte le tensioni sembrano sciogliersi nel finale, dove Zoro riesce a dipingere un pezzo durante la monumentale 'Amphitheatre Jam', che si tiene ad East River Park. Il 1982 fu un anno storico per l'Hip-Hop e per New York City, ed Ahearn era lì per documentare il tutto: Fab 5 Freddy portò Africa Bambaataa ad esibirsi alla mostra di graffiti 'Beyond Words', di Keith Haring; Rene Richard, poeta e critico d'arte, ed I, un attore di film underground, intervennero alla seconda convention annuale Sugarhill Rap; Charlie Ahearn girò talmente tanti video al Dixie, un club del South Bronx, che fu soprannominato 'Charlie Video'; writers oramai passati alla storia come Lee, Futura, Zephyr e Dondi stupirono il mondo dell'arte alla 'Fun Gallery' di Lower East Side. Ovviamente, di "Wild Style" non è tanto la trama (di per sé piuttosto semplice) che attira l'attenzione, quanto il fatto che vengano mostrate nella maniera più pura, esplosiva e devastante possibile le radici della Cultura Hip-Hop (in parole povere: le famose quattro discipline). A "Wild Style" hanno fatto seguito svariate pellicole centrate generalmente sul breaking (i risultati migliori probabilmente si sono avuti con "Breakdance" 1 e 2), ma nessuna di queste è riuscita a fare di meglio, data la sensazione di realtà che aleggia per tutta la durata del film: un classico. Eppure, a ben vedere, la nostra trattazione potrebbe spingersi ad un'epoca ancora precedente alla nascita stessa dell'Hip-Hop, e cioè ai primi anni '70. "Shaft" ("Shaft il detective", 1971, regia di Gordon Parks Jr.) propone in un certo qual modo proprio quelle che saranno le atmosfere di una miriade di film ambientati nei ghetti che dalla seconda metà degli anni '80 ad oggi riempiranno le sale cinematografiche americane e non. Shaft (R. Roundtree), è un investigatore di colore che ha come alleati un poliziotto di origini italiane (Charles Cioffi) e le Pantere Nere. Sulla sua strada il delicato caso di una ragazza scomparsa, che ovviamente risolverà brillantemente. Il successo non mancò, tant'è che ne seguì una nota serie televisiva. Celebre per la splendida colonna sonora firmata da Isaac Hayes (Oscar per la miglior canzone originale, "Theme From Shaft"), il film, ed in particolare il suo personaggio, si è rivelato un'importantissima icona della cultura afro-americana degli anni '70. Creato dal romanziere Ernest Tidyman ed interpretato splendidamente da Richard Roundtree, John Shaft è stato il primo personaggio di colore di un certo spessore a bucare lo schermo: aveva il grilletto facile e non si faceva scrupoli a mettere con le spalle al muro i bianchi, andava in giro vestito come un nero di strada e gli bastava schioccare le dita perché le donne gli cadessero ai piedi. Uscito pochi mesi dopo "Sweet Sweetback's baadassssss song" di Melvin Van Peebles e un annetto prima di "Superfly", "Shaft" contribuì alla nascita della 'blaxploitation' (da 'black' ed 'exploitation', valorizzazione), un genere di film d'azione ambientato nel mondo dei neri che vedeva spesso come protagonisti spacciatori, prostitute, tossicomani e piccoli criminali. Il successo della blaxploitation fu enorme, seppure di breve durata, tanto che la sua influenza sul mondo del cinema mainstream è tutt'oggi presente. Senza gli "Shaft", le "Foxy Brown" ed i "Superfly" non avremmo mai avuto l'ispettore Callaghan, né i "Clockers", i "Boyz N The Hood" ed i "Pulp Fiction". Seguito nel 1972 da "Shaft's Big Score" ("Shaft colpisce ancora", sempre di Parks Jr.) e nel 1973 da "Shaft In Africa" ("Shaft e i mercanti di schiavi", di John Guillermin), il vero ritorno dell'investigatore risale al non lontano 2000 col remake firmato da John Singleton (un nome che incontreremo spesso in questa rassegna...). John Shaft è un poliziotto nero del 15° distretto di New York. E' una testa calda, amato dai colleghi ma odiato dai suoi superiori; tutt'altra cosa rispetto al suo omonimo zio, grandissimo investigatore privato che cerca di convincerlo a lasciare la polizia per mettersi in società con lui. Shaft si trova ad indagare su un omicidio avvenuto fuori da un locale chic. Il caso è risolto nel giro di pochi minuti: la vittima, un ragazzo di colore, aveva avuto una discussione con un ragazzotto bianco e razzista ed ha finito per beccarsi una bastonata in testa. Ma a New York aver arrestato un omicida non vuol dire riuscire a sbatterlo in galera, soprattutto se si tratta del rampollo di una delle più importanti famiglie della città. Il giudice non fa nemmeno in tempo a dire 'libertà su cauzione' che il ragazzo è già in Svizzera, e a Shaft non resta che accettare di malincuore il trasferimento alla narcotici, dove i cattivi sono ispanici invece che bianchi... La differenza tra il remake e l'originale è presto detta: negli anni '70 Shaft era un personaggio perfetto, rivoluzionario, emblematico, ma nella NY di fine millennio è solo uno dei tanti poliziotti duri ma di buon cuore che si scontra con l'establishment prima ancora che con i criminali. John Shaft è un duro, uno dal grilletto facile, <<è una macchina da sesso con tutte le pupe, è colui che rischia la pelle per salvare i suoi fratelli>> (così Isaac Hayes sui titoli di testa dell'originale e del remake). Ma questo è tutto un altro John Shaft... Nel 1972 intanto usciva il già citato "Superfly" (ancora Gordon Parks Jr.): una Harlem anni '70 magicamente fotografata, pantaloni a zampa, capelli cotonati, macchine tarre dagli arredamenti kitsch, fiumi di coca. Questo è l'ambiente in cui si muove Superfly, un piccolo spacciatore che vuole tentare il grande salto comprando un ingente quantitativo di droga per poi ritirarsi dal commercio. Anche in questo caso ciò che più interessa del film non è la trama (comunque efficace), quanto le ambientazioni e la caratterizzazione dei personaggi: i sobborghi neri e le dure regole che li governano, i vestiti e le pettinature del tempo, il modo di atteggiarsi, i modi di dire e soprattutto la musica. La colonna sonora infatti è affidata a Curtis Mayfield, che col suo caldo funk riesce a portarci per strada assieme a personaggi strani, colorati, bizzarri. Oramai senza tempo canzoni come "Little Child Runnin' Wild", la stessa "Superfly", "Pusherman", ripresa non a caso dai Manetti per "Zora". Due addirittura i sequel: "Superfly T.N.T." (1973) e "The Return Of Superfly" (1990). Andando avanti nel tempo, i rapporti tra cinema e musica nera si sono consolidati sempre di più, coinvolgendo l'Hip-Hop da un lato in quanto genere musicale e/o fenomeno culturale, e dall'altro, sulla cresta di una certa popolarità, attraverso alcuni tra i suoi esponenti più noti. Seguendo questa seconda strada, si potrebbe cominciare da uno di quei personaggi che più di tutti ha attratto verso di sé, fin dai suoi esordi, la cinepresa: 2Pac. E' del 1992 "Juice" (di Ernest R. Dickerson): Q, Raheem, Bishop e Steel sono quattro ragazzi di Harlem che passano il tempo a cercare un modo per ottenere potere e rispetto, che loro chiamano, appunto, 'juice'. Q aspira a diventare un famoso dj, ma Bishop (Tupac) tenta il colpo organizzando una rapina a mano armata con la complicità dei suoi amici. Si tratta del primo film di Tupac Shakur, il quale ebbe la parte partecipando casualmente all'audizione con un suo amico. Acclamato dalla critica per la sua interpretazione, Tupac ha modellato la sua immagine di 'thug' proprio nella caratterizzazione di Bishop. Il film, una forte presa di posizione contro l'uso delle armi e del crimine violento come via di fuga dalla povertà urbana, segna il debutto alla regia di Dickerson, da tempo collaboratore di Spike Lee, che riesce a dosare al meglio le varie atmosfere, specie nelle sequenze più scure, quando i toni mirano idealmente al thriller di matrice hollywoodiana. Strano vedere Samuel L. Jackson in un ruolo così limitato, se paragonato ad altre sue interpretazioni. "Above The Rim" risale al '94, e la regia stavolta è del veterano Jeff Pollack: girato ad Harlem, il film racconta la storia di Kyle (Duane Martin), un giovane giocatore di basket che cerca di attirare l'attenzione degli allenatori di alcune squadre universitarie. Lo nota anche Birdie (Tupac), spacciatore a capo di una gang locale che nel frattempo sta mettendo insieme una squadra per partecipare allo 'Shoot-Out', un torneo che si tiene nel quartiere e che può, in caso di vittoria, assicurargli potere e controllo sul territorio. Con la promessa di soldi, macchine e donne, Birdie convince Kyle a giocare nella sua squadra: la carriera al college di quest'ultimo e, probabilmente anche la sua stessa vita, sono compromesse dall'influenza nefasta che Birdie ha su di lui: per Kyle lo 'Shoot-Out' sarà molto di più che un semplice torneo di basket... Le sequenze girate sul campo sono intense e vivaci, soprattutto quelle del torneo finale, elettrizzanti per la loro immediatezza; tuttavia i toni dei dialoghi sono fin troppo melodrammatici per un film del genere (sembrerebbe quasi una soap-opera) e stonano con l'atmosfera adrenalinica del playground. Nella colonna sonora, tra le altre, "Regulate" di Warren G e Nate Dogg. "Gridlock'd" (di Vondie Curtis-Hall, 1997) è una commedia amara che la dice lunga su varie sfaccettature della società americana: Stretch (Tim Roth), Spoon (Tupac) e Cookie (Thandie Newton) suonano insieme in un gruppo che mescola jazz e rap, e hanno un discreto successo nei club in cui si esibiscono. I tre sono tossicodipendenti: la notte dell'ultimo dell'anno Cookie abusa di droghe e finisce in coma per overdose. Il tragico evento, dal quale non si sa se la ragazza uscirà viva o meno, offre però l'occasione a Spoon per decidere di disintossicarsi. Ma il suo sano proposito, nel quale trascina l'amico riluttante, si rivela più difficile del previsto: i due protagonisti si scontrano con un servizio sanitario dominato da complessi meccanismi burocratici, finiscono nei pasticci per via di un criminale del quartiere che prima uccide un trafficante di droga loro amico e poi comincia a seguirli ovunque, entrano infine nel mirino della polizia che li crede i responsabili dell'omicidio. Una storia a tratti esilarante, a tratti terribile (i due arrivano a ferirsi da soli pur di essere accettati in un pronto soccorso), intervallata da più o meno lunghi flashback in dissolvenza su bianco - come un negativo fotografico - la cui vera protagonista è sempre Cookie. Nei titoli di coda si parla commossi di Tupac Shakur, rapper americano ucciso a 25 anni in circostanze misteriose. Un altro rapper che nel mondo del cinema ha trovato la sua seconda casa è Ice Cube. "Boys N The Hood" (1991, John Singleton) rappresenta probabilmente uno dei migliori spaccati sulla vita del ghetto, in questo caso South Central. Siamo nel 1984, Tre è un bambino che viene mandato a vivere con il padre Furious (Laurence Fishbourne), il quale lo educa duramente per prepararlo alla vita. Tre conosce i fratelli Doughboy e Ricky, il primo già avviato alla vita di thug, l'altro più responsabile e fanatico del football, e Chris, anche lui un piccolo delinquente. Passano sette anni e gli amici del gruppetto sono cresciuti: Doughboy (Ice Cube alla sua prima performance come attore) e Chris (Redge Green) sono oramai dei delinquenti di quartiere, Ricky (Morris Chestnut) è un ottimo giocatore e riceve una borsa di studio per l'università, Tre (Cuba Gooding Jr.) conduce una vita regolata, ed assieme a Ricky fa il test d'ammissione per l'università. La situazione cambia quando per una banalità Doughboy fredda un tizio che aveva avuto da dire sul fratello. Si innescano così una serie di vendette che portano alla morte di Ricky, prima, e di Doughboy poi. Si tratta di una storia toccante, che rappresenta, tra l'altro, lo sfolgorante esordio alla regia di un John Singleton appena ventitreenne. Addirittura due le nomination agli Oscar: miglior sceneggiatura e miglior regia. La colonna sonora annovera canzoni dello stesso Ice Cube, di Main Source, Too $hort e Run-DMC. E' del 1995 "Friday" (regia di Gary Gray), commedia brillante ad alto contenuto umoristico: se il buon giorno si vede dal mattino, questo venerdì per Craig (Cube) sarà veramente una merda! Appena licenziato, svegliato dai testimoni di Geova che bussano alla porta, costretto a mangiare una ciotola di cereali 'a secco' perché è finito il latte, rimproverato sulla tazza del cesso dal padre e in più tampinato dalla fidanzata isterica. E questo è solo il prologo! La prima parte della giornata Craig la passa fumando e cazzeggiando assieme all'amico Smokey (già il nome...). Il nostro protagonista non sa però che quella che hanno fumato è l'erba di Big Worm, il thug della zona che l'aveva data a Smokey per venderla: ora i due sono veramente nei pasticci, entro le 22.00 dovranno dare i soldi dell'erba allo spacciatore altrimenti finiranno male. Cinque anni dopo, nel 2000, esce il secondo capitolo della saga: "Next Friday". Da Gray la regia passa nelle mani di Steve Carr, ma gli sceneggiatori sono gli stessi: Ice Cube e Dj Pooh! Questa volta l'ambientazione non è più il quartieraccio di South Central, ma il ricco sobborgo residenziale di Rancho Cucamonga, dove Craig è costretto a vivere con lo zio per scappare dal delinquente di turno che sta per uscire di galera con l'intenzione di vendicarsi di lui. Nel nuovo quartiere entrano in gioco strani personaggi: il cugino Day-Day, uno sfigato che si atteggia a duro, la signora Ho-Kym, una coreana che parla con lo slang dei neri, i fratelli Joker, presunti trafficanti di droga. Craig ormai è un fumatore accanito ed ovviamente anche nel nuovo quartiere non mancheranno i soliti casini. Senza addentrarsi nei dettagli della trama, possiamo assicurarvi che anche quest'episodio è spassoso quanto il primo. In entrambi comunque la colonna sonora ricopre un ruolo fondamentale, attraverso elementi di spicco come Cypress Hill, Tha Alkaholiks, Funkdoobiest, Mack 10, Dr. Dre, fino a Curtis Mayfield, James Brown e The Temptations. Di recente è uscito anche il terzo capitolo, "Friday After Next". E' del 1997 invece "Dangerous Ground". Il film, diretto da Darrell James Roodt, è ambientato in Sudafrica, da dove il tredicenne Vusi Madlazi (Ice Cube) è stato costretto a fuggire dopo essere stato minacciato dalla polizia a causa della sua vicinanza ai rivoluzionari. Dopo 12 anni, Vusi ritorna dagli Stati Uniti al suo paese natale per il funerale del padre. Qui gli viene affidato dai familiari il compito di andare a Johannesburg per ritrovare suo fratello minore Steven (Eric Miyeni), di cui non si hanno più notizie. A Johannesburg Vusi conosce la ragazza di Steven, Karin (Elizabeth Hurley), che lavora come ballerina in uno 'strip club'; da lei apprende che la scomparsa di Steven è collegata ad un debito di 15 mila dollari che il ragazzo ha con Muki (Ving Rhames), un boss della droga locale. L'ultimatum dato a Vusi è di saldare il conto del fratello, pena la morte di quest'ultimo. Benché il film parta in maniera promettente (una storia interessante a cavallo tra due culture, quella americana e quella sudafricana), alla fine diventa un normale thriller d'azione. La parte più interessante è l'esplorazione di Vusi di un Sudafrica a lui sconosciuto, dove povertà, criminalità e violenza dilagano a 360 gradi ed il business della droga è partito laddove l'Apartheid si è fermato. Ice Cube non è solo il protagonista, ma anche il produttore esecutivo del film e della colonna sonora, che comprende tracce di KRS-One, Jay-Z, Too $hort, Keith Murray e, ovviamente, Ice Cube. Un anno dopo è la volta di "The Player's Club", di cui Ice Cube è sceneggiatore, regista, co-produttore ed attore (seppure in un ruolo marginale), nonché autore di metà delle tracce incluse nella colonna sonora. Diana (Lisa Raye, un'ex spogliarellista), a causa dei forti contrasti con i suoi genitori va a vivere da sola. Per mantenersi gli studi e l'affitto va a lavorare in un negozio di scarpe. Abbandonata dal padre del bambino che porta in grembo, Diana conosce Tricks e Ronnie, due ballerine del 'Player's Club', un locale per adulti, e spinta soprattutto dalle esigenze economiche accetta di lavorare con loro. I problemi cominciano quando Ebony (Monica Calhoun), sua cugina diciottenne, va a stare da lei: Diana vuole tenerla lontana dal club, ma Ebony sembra estremamente interessata alla carriera di spogliarellista. Come se non bastasse, Dollar Bill (Bernie Mac), il proprietario del locale, deve un sacco di soldi ad un gangster di nome St. Louis, ma non li ha... Interessante la commistione di stili utilizzati nel raccontare le varie storie che si intrecciano: il taglio semi-documentaristico per illustrare la realtà dei club per adulti, l'azione della 'crime story', i toni romantici con cui viene mostrata la vita privata di Diana, la comicità di alcuni personaggi, la drammaticità di alcune sequenze. Sulla scia di pellicole controverse (e di scarso successo) come "Showgirls" e Strip Tease", incentrate in maniera piuttosto volgare e sempliciotta sull'industria del sesso, "The Player's Club" riesce comunque a rivelarsi più efficace del previsto. Passiamo quindi ad un altro di quei personaggi che non è riuscito a sfuggire alle allettanti tentazioni offerte dal mondo del cinema: Snoop Dogg. Cominciamo da "Murder Was The Case", un cortometraggio del 1994 della durata di circa 20 minuti partorito dalla delirante accoppiata Snoop & Dre (e di cui quest'ultimo è regista): Snoop va a letto con la ragazza dell'uomo sbagliato, il quale per vendicarsi decide di prenderlo a revolverate con tutti i suoi cani. Ferito gravemente nell'agguato, il nostro 'eroe' viene portato in ospedale, dove il diavolo in persona si impossessa di lui e lo fa tornare indietro nel tempo per salvarlo dalla sparatoria. Sfortunatamente viene beccato da uno sbirro e sbattuto in galera, dove morirà. Parecchie le scene gustose: la lite tra il tradito e la ragazza, con una serie interminabile di insulti, la presenza accanto al letto di Snoop morente del diavolo, il quale entra nel corpo del rapper attraverso il fumo di un joint, l'onnipresenza dell'erba, tant'è che perfino i conducenti dell'ambulanza durante il tragitto si fumano una tromba. Certo Snoop e compari non mostrano grandi doti da attore, ma non è importante: "Murder Was The Case" non è un film destinato alle sale del festival di Venezia. Da non sottovalutare comunque il 'fattore dollari', dal momento che dietro il tutto c'è lo zampino (anzi, lo zampone...) di Suge, che ha sempre un occhio di riguardo per gli affari. Di tutt'altro genere è "Bones" (2000, regia di Ernest Dickerson), un rilettura in chiave horror di quelle che sono le classiche situazioni presenti nella blaxploitation. Siamo negli anni '70, Jimmy Bones (Snoop Dogg) è amato e rispettato da tutti nel quartiere, è una sorta di 'padrino'. Il caso vuole però che Jimmy venga ucciso per essersi opposto ai traffici illegali nella sua zona. Il tutto sfuma al 2000: degrado, droga e delinquenza regnano dovunque incontrastati, e per Jimmy è giunto il momento di ritornare dal mondo dei morti per mettere un po' d'ordine nel suo quartiere. Il ruolo ha appassionato Snoop da subito, essendo un grande amante di film horror ed in particolare della saga di Freddy Krueger. La pellicola non è malaccio, anche se l'idea di fondo ricorda fin troppo "Il Corvo" e "Spawn". Nella colonna sonora (probabilmente più interessante del film) oltre allo stesso Snoop anche Kurupt ed Xzibit in "Fuck With Us", Kokane in "Raise Up", D12 in "These Drugs" e Cypress Hill in "Memories". E' del 2001 "Baby Boy", con il quale John Singleton chiude quella che viene definita 'la trilogia della jungla', cominciata con "Boyz N The Hood" e proseguita con "Poetic Justice". La storia è quella di Jody (Tyrese Gibson), un ventenne che pur avendo due figli da due donne diverse non ha un lavoro e vive ancora con la madre. La sua situazione rispecchia quella di molti ragazzi che nonostante le pose e gli atteggiamenti da gangsta in realtà restano dei 'baby boy', dei piccoli uomini. Le comunità dei ghetti neri hanno sempre considerato poco o niente la figura femminile, a parte quella della madre, degna sempre di rispetto per i grandi sacrifici a cui viene sottoposta. Quello presentato in "Baby Boy", che ha ricevuto tra l'altro una menzione speciale al Festival di Locarno, non è altro che il classico complesso di Edipo, nonché una personale (anche se solo accennata) analisi dei fragili rapporti che legano uomo e donna (le fidanzate vengono chiamate 'mama' e sono considerate alla pari di oggetti); l'attenzione finisce inevitabilmente su questioni di interesse pseudo-sociologico che da sempre minano le comunità afro-americane: sessismo, delicati equilibri familiari, difficoltà a lasciare il nucleo abitativo originario. Oltre che sullo schermo Snoop è presente anche nella colonna sonora, assieme agli Eastsidaz, Three 6 Mafia, D'Angelo e Macy Gray. Ancora del 2001 "The Wash", simpatica e leggera commediola diretta da DJ Pooh in persona: Dee Loc (Snoop) ed il suo coinquilino Sean (Dr. Dre) lavorano nell'autolavaggio del burbero Mr. Washington (George Wallace). Come se i due non fossero già abbastanza nei guai, il loro capo viene rapito: a loro l'arduo compito di ritrovarlo. Il film non è certo un capolavoro, ma l'alone di comicità che aleggia per tutta la durata (con degli accenni di godibile cinismo) rende comunque "The Wash" un prodotto accettabile nel suo genere. Un
altro personaggio di cui non possiamo fare a meno di parlare è il
veterano LL Cool J (presente tra l'altro proprio con Snoop in
"Caught Up", un modesto film del 1999 diretto da Darin Scott).
Cominciamo con "In Too Deep" (diretto nel 1999 da Michael
Rymer): Jeffrey Cole (Omar Epps) è un poliziotto che da tempo cerca
di portare a termine una pericolosa missione che ha come obiettivo la
cattura del più pericoloso gangster della città, Dwayne Gittens detto
God (LL). "In Too Deep" non si distingue certo per
originalità: trama esile e prevedibile, regia piatta, finale scontato.
Siamo di fronte ad uno dei tanti film di azione di matrice
Hollywoodiana, ideali per il mercato dell'home-video ma inconsistenti
sul grande schermo; ben in parte comunque gli attori. Nella colonna
sonora Jermaine Dupri, R. Kelly e Method Man. Sempre del '99 "Blu
Profondo", per la regia di Renny Harlyn: un gruppo di
ricercatori a bordo del laboratorio marino Aquatica sta cercando di
scoprire la chiave per rigenerare il tessuto cerebrale umano
intervenendo attraverso il DNA degli squali mako. Ma la dottoressa Susan
McAlester (Saffron Burrows), all'insaputa degli altri, ha finito col
rendere gli squali più intelligenti e veloci. I suoi metodi creano
tensione nel gruppo, in particolare tra Carter (Thomas Jane) e Sherman,
detto il Predicatore (LL Cool J). Imprevista, arriva la reazione dello
squalo più grande, a cui seguono gli altri. "Blu
Profondo" rientra nella categoria degli 'horror catastrofici',
consapevole dei propri limiti e per questo mai eccessivamente smisurato
o ridicolo. E' un film senza star (come "Alien"), in cui tutti
possono salvarsi e tutti possono perire. Il vero protagonista finisce
così con l'essere l'acqua, elemento che, indifferentemente, può
perdere o rigenerare. "Kingdom Come" ("Venga il tuo
regno", di Doug McHenry, 2001) è un ritratto di borghesia in nero.
Distante dalla raffinatezza di Spike Lee, il film mantiene lo stile e i
tempi della sit-com, risultando più che godibile dall'inizio alla fine.
Semplicissima la trama: una volta morto il vecchio patriarca,
l'intera dinastia degli Slocumb ed i loro vecchi amici si riuniscono per
ricordare il caro defunto, che però tanto caro non è. Ottima la
compagnia di attori, tra cui Whoopi Goldberg e Toni Braxton, oltre
ovviamente ad LL nei panni di Ray Bud Slocumb. Molto più movimentato
"Rollerball" (2002, di John McTiernan), rifacimento del film
con James Caan che Norman Jewison trasse nel 1975 da un racconto di
fantascienza di William Hamson: Kazakistan, Jonathan (Chris Klein),
appassionato di sport estremi, viene reclutato da Alexi Petrovich (Jean
Reno) per partecipare alla sua nuova invenzione: il Rollerball, una
sorta di pallacanestro su pattini giocata con una pesante sfera
metallica. A parte questo non esistono regole, e come difficoltà
aggiuntiva nella pista ci sono dei motociclisti pronti a tutto. Alexi
cerca di rendere più violento il gioco corrompendo giudici e
partecipanti, mentre Jonathan, resosi conto degli imbrogli, cerca di
scappare, ma nella fuga il suo compagno Marcus (LL Cool J) perde la
vita... Il film è sicuramente spettacolare, veloce, concentrato
sullo sforzo fisico, ma proprio le scene sulla pista risultano purtroppo
confuse (colpa sembra dei continui rimontaggi, pretesi dalla produzione
per scongiurare il divieto ai minori). Alla fine quindi ci si annoia, e
non basta lo sforzo del buon McTiernan, che spende tanta energia per
rendere saporito un piatto scialbo. |
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