Blahzay Blahzay – Blah Blah Blah

Voto: 3,5

Scorrendo il nostro (folto) archivio è inevitabile notare l’assenza di alcuni titoli che, stazionando tra collezioni e cartelle del PC che non riusciamo a svuotare mai, non abbiamo ancora commentato per ragioni di tempo, priorità, richieste da evadere e via discorrendo. Tra questi figurava “Blah Blah Blah”, il quale mi dà l’occasione di parlarvi ancora una volta dell’Hip-Hop di metà anni novanta e di una scena che, senza particolari distinzioni tra underground e mainstream, ritrovava in New York l’inesauribile fucina di artisti capaci di tenere in vita la scintilla innescata un ventennio prima da quei pionieri cresciuti nei medesimi, grigi palazzoni. E’ appunto il caso dei Blahzay Blahzay, duo la cui (relativa) celebrità va in sostanza circoscritta a quel periodo e al fortunato singolo “Danger”, pubblicato nel novantacinque e seguito diversi mesi dopo dal loro primo ed unico album distribuito – con esiti discreti – dalla Mercury.

Per sound e grinta complessiva, il disco rispecchia in pieno il gusto dell’epoca e, pur non avendo la stessa marcia dei coevi “Hell On Earth”, “Nocturnal” o “Reasonable Doubt”, regge senza troppe indecisioni le sue ventuno primavere. Cosa gli manchi rispetto a questi ed altri classici è presto detto: anzitutto una personalità marcata e in grado di dettare il passo, piuttosto che seguirlo; in secondo luogo delle performance individuali di pari livello, perché se la prova di P.F. Cuttin’ è in sé intrigante, quella di Outloud pare invece dotata in parti uguali di pregi e difetti. Va da sé che indicarne i limiti non toglie valore a un progetto che ha metabolizzato tanto le lezioni di “Enter The Wu-Tang” quanto le sortite iniziali del Boot Camp Clik, potenziali e non univoci riferimenti che aiutano a collocare meglio “Blah Blah Blah” nel perimetro di un mercato che viveva una fase di grande fermento.

La profonda linea di basso e i bpm contenuti indirizzano subito l’intro verso una cupezza appena stemperata dall’ingresso dei fiati, soluzione che – con le necessarie variazioni – si ripresenta spesso nel corso dei cinquanta minuti netti di durata: così la titletrack, spigoloso abbinamento di piano, cassa, rullante e scratch nel refrain, “Danger – Part 2”, che dell’originale conserva l’ipnotico campione vocale e un asciutto minimalismo, “Good Cop/Bad Cop”, tanto lineare quanto efficace nel puntellare la robusta programmazione della batteria con un pattern articolato su numerosi sample ed effetti (compreso quell’officer officer officer di chiara provenienza), e l’ottima “Long Winded”, altra composizione che dalla scelta dei suoni trae un’aggressività che non può lasciare indifferenti. La formula, come dimostrano “Posse Jumpa” e “Sendin’ Dem Back”, si presta tuttavia a isolate ridondanze laddove la scarna struttura melodica non funzioni a dovere, sottolineatura da leggere comunque a corredo di un giudizio sul beatmaking pienamente positivo.

Sulla qualità dell’mcing, viceversa, la questione è più complessa: se interpretazione e flow sono adeguati all’ampia percentuale di autocelebrazione presente nella tracklist, la gamma tecnica ha un profilo abbastanza esile e si regge su schemi metrici a tratti macchinosi – non è un caso, forse, che del nostro Martell Ellis si perderanno le tracce già nell’immediato futuro. Detto ciò, le due “Danger” (merito anche di Smoothe Da Hustler e Trigger Tha Gambler) e “Long Winded” funzionano benissimo, “Blah Blah Blah” ha un tiro davvero irresistibile, il duro storytelling di “Good Cop/Bad Cop” e il secondo singolo estratto, “Pain I Feel”, spezzano un po’ l’andatura (mono)tematica del disco; queste le carte vincenti di un’uscita che ricordavo grezza e incostante come in effetti è, realizzata in scia a un 12’’ molto apprezzato e per certi versi speculare a quest’ultimo – il fatto che ogni brano termini con un minuto (o più) affidato per intero alla strumentale, lasciando il solo P.F. Cuttin’ sotto i riflettori (per la gioia e gli esercizi con doppia copia dei dj), rafforza quest’impressione.

Vada per una sufficienza tonda e il consiglio che segue: “Blah Blah Blah” non figura tra i must have imprescindibili ma vale come minimo un ascolto esplorativo, a maggior ragione per chi ha nostalgia della caratteristica ruvidezza che la costa atlantica ha in sé.

Tracklist

Blahzay Blahzay – Blah Blah Blah (Fader Records/Mercury 1996)

  1. Intro
  2. Blah Blah Blah
  3. Medina’s In Da House
  4. Danger – Part 2 [Feat. Dark Man, Smoothe Da Hustler and Trigger Tha Gambler]
  5. Don’t Let This Rap Shit Fool You
  6. Pain I Feel
  7. Posse Jumpa [Feat. Dark Man and Mental Magician]
  8. Maniac Cop
  9. Good Cop/Bad Cop
  10. Sendin’ Dem Back
  11. Long Winded [Feat. Mental Magician, Verbal Fist and Verbal Hoods]
  12. Jackpot
  13. Danger

Beatz

All tracks produced by P.F. Cuttin’

Scratch

All scratches by P.F. Cuttin’

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